Per noi il corpo è molto più di uno strumento o di un mezzo;è la nostra espressione nel mondo, la forma visiva delle nostre intenzioni. Non è all'oggetto fisico che il corpo può essere paragonato, quanto piuttosto all'opera d'arte. MAURICE MERLEAU-PONTY

Immanuel Kant. – Matrimonio: l’uso naturale degli organi sessuali dell’altro –

Kant

Immanuel Kant.
– Matrimonio: l’uso naturale degli organi sessuali dell’altro –
“ L’«unione sessuale» (‹commercium sexuale›) è l’uso reciproco che un essere umano fa degli organi e delle facoltà sessuali di un altro (‹usus membrorum et facultatum sexualium alterius›). Quest’uso può essere esercitato o in modo «naturale» (tale da poter generare propri simili) oppure in modo «innaturale», e quest’ultimo può riguardare o una persona dello stesso sesso oppure un animale di specie diversa da quella umana. Queste trasgressioni delle leggi si chiamano vizi contro natura (‹crimina carnis contra naturam›) o anche vizi innominabili, i quali, in quanto lesivi dell’umanità posta nella nostra propria persona, non possono sottrarsi, senza alcuna restrizione ed eccezione al biasimo universale.
Ora, l’unione sessuale naturale risponde o unicamente alla «natura» (‹vagalibido, venus volgivaga, fornicatio›), oppure alla legge. Quest’ultimo tipo di unione è il «matrimonio», vale a dire l’unione di due persone di sesso diverso per il possesso delle loro prerogative sessuali per tutta la vita. Lo scopo di generare figli e di educarli può sempre essere uno scopo di natura, che essa ha impresso come inclinazione in entrambi i sessi. Ma che l’uomo, sposandosi, «debba» proporsi questo scopo non è necessario per attribuire conformità giuridica a questa unione, perché altrimenti, quando si interrompe la procreazione, il matrimonio dovrebbe sciogliersi automaticamente.
Anche supponendo, infatti, che lo scopo posto alla base di questa unione sia il piacere procurato dall’uso reciproco delle proprie prerogative sessuali, il matrimonio non è discrezionale, | ma è un contratto necessario basato sulla legge dell’umanità. In altri termini, quando un uomo e una donna vogliono godere reciprocamente delle loro prerogative sessuali, «devono» necessariamente sposarsi, e ciò è necessario in base alle leggi giuridiche della ragione pura.
L’uso naturale che si fa degli organi sessuali dell’altro è, infatti, un «godimento» che in parte coinvolge anche l’altro. In questo atto un essere umano trasforma se stesso in cosa, ciò che è in contrasto con il diritto dell’umanità nella sua propria persona. Ora, questo è possibile soltanto a condizione che, venendo una delle persone acquista dall’altra «al pari di una cosa», allo stesso modo questa a sua volta acquisisca l’altra; così facendo, infatti, essa si ritrova e ristabilisce la sua personalità. Ma l’acquisizione di una delle parti dell’essere umano è nello stesso tempo l’acquisizione dell’intera persona, perché questa costituisce un’unità assoluta; di conseguenza, l’offrire e il ricevere godimento sessuale non soltanto è ammissibile a condizione del matrimonio, ma è possibile «esclusivamente» a questa condizione. D’altronde, che questo «diritto personale» sia al tempo stesso anche un diritto «di tipo reale» si fonda sul fatto che, se uno dei coniugi fugge o si concede al possesso di un altro, il coniuge è giustificato a riportarlo in suo potere in qualsiasi momento e incontestabilmente, proprio come una cosa.
Per gli stessi motivi, il rapporto fra coniugi rappresenta un rapporto di possesso retto sull’«uguaglianza». Ciò vale tanto per le persone che si posilseggono reciprocamente (di conseguenza soltanto nella «monogamia», poiché nella poligamia la persona che si concede ottiene soltanto una parte di quella persona alla quale si era data interamente e, in questo modo, si riduce a semplice cosa), quanto per i beni di fortuna, al cui uso, tuttavia, si può parzialmente rinunciare, a anche se soltanto con un contratto particolare.
[…]
Il contratto matrimoniale viene «perfezionato» soltanto con la «coabitazione coniugale» (‹copula carnalis›). Un contratto fra due persone di sesso diverso stipulato con l’intesa segreta di astenersi dalla comunione carnale o sapendo che una delle due parti o entrambe non ne sono capaci, costituisce un «contratto simulato» e non istituisce il matrimonio, il quale, di conseguenza, può essere sciolto da una qualsiasi delle due parti. Ma se l’incapacità interviene soltanto in un secondo momento, quel diritto non può decadere a causa di questo evento non imputabile ad alcuno. |
L’«acquisizione» di una moglie o di un marito non avviene, dunque, ‹facto› (con la coabitazione) senza un contratto precedente, e nemmeno ‹pacto› (unicamente mediante il contratto matrimoniale senza la coabitazione conseguente), bensì soltanto ‹lege›, ossia quale conseguenza giuridica dell’obbligazione di costituire un’unione sessuale unicamente mediante il «possesso» reciproco delle persone, il quale si attua soltanto grazie all’uso delle prerogative sessuali.”
IMMANUEL KANT (1724 – 1804), “Metafisica dei costumi” (1797), saggio introduttivo, note, apparati e trad. di Giuseppe Landolfi Petrone, saggio integrativo di Roberto Mordacci, Bompiani, Milano 2006 (I ed.), ‘Dottrina del diritto’, Parte prima ‘Diritto privato’, Secondo capitolo ‘Come acquisire qualcosa di esterno’, ‘Il diritto della società domestica’, Titolo primo ‘Il diritto coniugale’, §§ 24 – 27, pp. 159, 161, 163 e 165.

“ «Geschlechtsgemeinschaft» (‹commercium sexuale›) ist der wechselseitige Gebrauch, den ein Mensch von eines anderen Geschlechtsorganen und Vermögen macht (‹usus membrorum et facultatum sexualium alterius›), und entweder ein «natürlicher» (wodurch seines Gleichen erzeugt werden kann), oder «unnatürlicher» Gebrauch und dieser entweder an einer Person ebendesselben Geschlechts, oder einem Thiere von einer anderen als der Menschen-gattung; Welche Übertretungen der Gesetze, unnatürliche Laster (‹crimina carnis contra naturam›), die auch unnennbar heißen, als Läsion der Menschheit in unserer eigenen Person durch gar keine Einschränkungen und Ausnahmen wider die gänzliche Verwerfung gerettet werden können.
Die natürliche Geschlechtsgemeinschaft ist nun entweder die nach der bloßen thierischen «Natur» (‹vaga libido, venus volgivaga, fornicatio›), oder nach dem «Gesetz». – Die letztere ist die Ehe (‹matrimonium›), d. i. die verbindung zweier Personen verschiedenen Geschlechts zum lebenswierigen wechselseitigen Besitz ihrer Geschlechtseigenschaften. – Der Zweck, Kinder zu erzeugen und zu erziehen, mag immer ein Zweck der Natur sein, zu welchem sie die Neigung der Geschlechter gegeneinander einpflanzte; aber daß der Mensch, der sich verehlicht, diesen Zweck sich vorsetzen müsse, wird zur Rechtmäßigkeit dieser seiner Verbindung nicht erfordert; den sonst würde, wenn das Kinderzeugen aufhört, die Ehe sich zugleich von selbst auflösen.
Es ist nämlich, auch unter Voraussetzung der Lust zum wechselseitigen Gebrauch ihrer Geschlechtseigenschaften, der Ehevertrag kein beliebiger, | sondern durchs Gesetz der Menschheit nothwendiger Vertrag, d. i. wenn Mann und Weib einander ihren Geschlechtseigenschaften nach wechselseitig genießen wollen, so müssen sie sich nothwendig verehlichen, und dieses ist nach Rechtsgesetzen der reinen Vernunft nothwendig.
Denn der natürliche Gebrauch, den ein Geschlecht von den Geschlechtsorgane des anderen macht, ist ein «Genuß», zu dem sich ein Theil dem anderen hingiebt. In diesem Act macht sich ein Mensch selbst zur Sache, welches dem Rechte der Menschheit an seiner eigenen Person widerstreitet. Nur unter der einzigen Bedingung ist dieses möglich, daß, indem die eine Person von der anderen «gleich als Sache» erworben wird, diese gegenseitig wiederum jene erwerbe; denn so gewinnt sie wiederum sich selbst und stellt ihre Persönlichkeit wieder her. Es ist aber der Erwerb eines Gliedmaßes am Menschen zugleich Erwerbung der ganzen Person, weil diese eine absolute Einheit ist; – folglich ist die Hingebung und Annehmung eines Geschlechts zum Genuß des andern nicht allein unter der Bedingung der Ehe zulässig, sondern auch «allein» unter derselben möglich. Daß aber dieses «persönliche Recht» es doch zugleich «auf dingliche Art» sei, gründet sich darauf, weil, wenn eines der Eheleute sich verlaufen, oder sich in eines Anderen Besitz gegeben hat, das andere es jederzeit und unweigerlich gleich als eine Sache in seine Gewalt zurückzubringen berechtigt ist.
Aus denselben Gründen ist das Verhältniß der Verehlichten ein Verhältniß der «Gleichheit» des Besitzes, sowohl der Personen, die einander wechselseitig besitzen (folglich nur in «Monogamie», denn in einer Polygamie gewinnt die Person, die sich weggiebt, nur einen Theil desjenigen, dem sie ganz anheim fällt, und macht sich also zur bloßen Sache), als auch der Glücksgüter, wobei sie doch die Befugniß haben, sich, obgleich nur durch einen besonderen Vertrag, des Gebrauchs eines Theils derselben zu begeben.
[…]
Der Ehe-Vertrag wird nur durch eheliche Beiwohnung ( copula carnalis ) vollzogen. Ein Vertrag zweier Personen beiderlei Geschlechts mit dem geheimen Einverständniß entweder sich der fleischlichen Gemeinschaft zu enthalten, oder mit dem Bewußtsein eines oder beider Theile, dazu unvermögend zu sein, ist ein simulirter Vertrag und stiftet keine Ehe; kann auch durch jeden von beiden nach Belieben aufgelöset werden. Tritt aber das Unvermögen nur nachher ein, so kann jenes Recht durch diesen unverschuldeten Zufall nichts einbüßen. |
Die «Erwerbung» einer Gattin oder eines Gatten geschieht also nicht «facto» (durch die Beiwohnung) ohne vorhergehenden Vertrag, auch nicht «pacto» (durch den bloßen ehelichen Vertrag ohne nachfolgende Beiwohnung), sondern nur «lege»: d. i. als rechtliche Folge aus der Verbindlichkeit in eine Geschlechtsverbindung nicht anders, als vermittelst des wechselseitigen «Besitzes» der Personen, als welcher nur durch den gleichfalls wechselseitigen Gebrauch ihrer Geschlechtseigenthümlichkeiten seine Wirklichkeit erhält, zu treten.”
IMMANUEL KANT, “Die Metaphysik der Sitten” (Nicolovius, Könisberg 1797), ‛Der Rechtslehre’, Erster Theil ‛Das Privatrecht’, Zweites Hauptstück ‛Von der Art etwas Äußeres zu erwerben’, ‛Des Rechts der häuslichen Gesellschaft’, erster Titel ‛Das Eherecht’, §§ 24 – 27, in op. cit., pp. 158, 160, 162 e 164.

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