Per noi il corpo è molto più di uno strumento o di un mezzo;è la nostra espressione nel mondo, la forma visiva delle nostre intenzioni. Non è all'oggetto fisico che il corpo può essere paragonato, quanto piuttosto all'opera d'arte. MAURICE MERLEAU-PONTY

Jung & Freud

Scritto da Pier Claudio Devescovi

Tratto da Diogene N° 15

All’origine dello storico scontro c’è un conflitto tra concezioni della conoscenza.
Le ambizioni del fondatore della psicoanalisi e l’indipendenza dello studioso elvetico sono premessa e sintomo al contempo di una rottura annunciata.

Cesare Musatti, curatore dell’Opera Omnia di Freud, afferma nella presentazione dell’edizione italiana del carteggio tra Freud e Jung: “Tutto avviene come in un dramma in cui dalle origini s’intraveda l’inevitabile catastrofe. Né si tratta di un’impressione che derivi al lettore dal fatto di conoscere preventivamente la conclusione. Scorrendo le lettere si ha la certezza che gli stessi protagonisti sapessero, in qualche modo da sempre, quello che doveva accadere”.
Il rapporto tra Freud e Jung e la loro separazione costituiscono un momento importante nella storia della psicoanalisi e ne segnano in parte lo sviluppo successivo. L’argomento è stato oggetto di molti studi che hanno affrontato i diversi aspetti di questa relazione.
I due uomini avevano un retroterra culturale e un modo di pensare molto diverso. Jung, al momento di incontrare Freud, aveva già sviluppato una sua concezione del funzionamento della psiche e aveva elaborato un suo metodo in maniera del tutto autonoma. Sono questi gli elementi che, a mio avviso, permettono a Musatti di parlare di una separazione annunciata.
Le idee e il metodo di Jung, profondamente radicate nella cultura umanistica, avevano preso forma già durante gli anni dell’università a Basilea (1895-1900) trovando una prima e più organica sistemazione nella tesi di dottorato dal titolo Psicologia e patologia dei cosiddetti fenomeni occulti, che egli aveva discusso a Zurigo, presso la clinica psichiatrica Burghölzli, il 27 aprile 1902 e che era stata pubblicata a Lipsia nell’autunno dello stesso anno.
Nel 1895 Jung si era iscritto alla facoltà di medicina dell’Università di Basilea, il 18 maggio dello stesso anno venne ammesso all’associazione universitaria della Zofingia. Vi era l’abitudine che i membri della Zofingia si riunissero quasi settimanalmente per discutere temi di loro particolare interesse. Durante gli anni nei quali partecipò attivamente alla Zofingia, dal 1895 al 1900, Jung presentò quattro conferenze, pubblicate per la prima volta nel 1983. Durante le riunioni veniva tenuto un verbale con una sintesi della conferenza presentata e con gli interventi dei partecipanti; questi manoscritti sono conservati all’archivio di Stato della città di Basilea.
Scorrendo i verbali delle discussioni della Zofingia possiamo farci un’idea abbastanza precisa di quale fosse il clima culturale di Basilea durante gli anni della formazione di Jung e cogliere dai suoi interventi, oltre che dalle conferenze presentate, le idee che si formavano nella sua mente. Bisogna ricordare che a Basilea e nella sua università i valori dominanti appartenevano a quella cultura legata alla tradizione umanistica e rinascimentale che traeva le sue origini da Erasmo da Rotterdam, proseguita dal grande storico del rinascimento Jakob Burckhardt, che aveva tenuto la cattedra per trentacinque anni influenzandone il clima culturale. Burckhardt era ben conosciuto da Jung a causa dell’amicizia che lo legava ad Albert Oeri, pronipote dello storico, e a suo padre, Jakob Burckhardt, curatore di due opere postume del grande zio.
Il 28 novembre 1896 Jung presentò la sua prima conferenza alla Zofingia dal titolo Sulle zone di confine della scienza esatta, nel quale attaccò il materialismo definendolo un assurdo colosso dai piedi d’argilla, criticando Du Bois-Reymond, esponente di primo piano della Società Fisica di Berlino. Questa società fu, tramite Brücke, l’antecedente diretto della Scuola di Vienna che aveva rappresentato per Freud un importante momento di formazione e di contatto con le idee berlinesi, attraverso l’insegnamento di Brücke stesso e quello di Meynert. Successivamente Freud se ne era allontanato superandone l’impostazione esclusivamente neurofisiologica e allargando lo sguardo all’inconscio come dimensione significante.

freudjung

La scoperta dell’anima
Nella seconda conferenza, presentata il 15 maggio 1897 con il titolo “Alcuni pensieri sulla psicologia”, Jung affermava che era necessario postulare l’esistenza di un principio più o meno equivalente alla forza vitale dell’antica fisiologia e proponeva di chiamare “anima” questo principio e di definirlo come “un’intelligenza indipendente dallo spazio e dal tempo”. Questa può essere considerata la sua prima definizione di inconscio, un soggetto trascendentale ma criticamente indagabile nelle sue manifestazioni fenomeniche dalla psicologia empirica.
Appare evidente come la nozione di anima sia di derivazione kantiana; in Jung però essa è posta non come soggetto trascendentale ordinatore dell’esperienza, come era per Kant, ma anche come oggetto dell’osservazione. Il discorso kantiano appare allora modificato. Jung stesso, nella conferenza successiva del semestre estivo 1898 dal titolo Pensieri su essenza e valore della ricerca speculativa, affermava: “Sono ben consapevole che quanto qui sviluppato sia una visione alquanto nuova della (kantiana) deduzione della cosa in sé. Mi sembra però che questa sia l’unica concezione giusta e veramente universale del problema gnoseologico”.
In questo quadro, alla psicologia empirica è assegnato il compito di osservare e approfondire i fenomeni che giustificano la definizione dell’anima come indipendente dallo spazio e dal tempo. Fra questi l’ipnotismo, il sonnambulismo, i fenomeni telepatici e la chiaroveggenza. La sua tesi di dottorato sui fenomeni occulti sarà in effetti una ricerca in questa direzione.
Dall’analisi di questi fenomeni cosiddetti occulti, considerati esempi dell’indipendenza dell’anima dallo spazio e dal tempo, Jung costruisce una concezione dell’inconscio diversa da quella che stava elaborando negli stessi anni Freud a Vienna. Per Jung l’inconscio non coincide semplicemente con i contenuti rimossi della coscienza, idea che anche Freud condividerà a partire dal 1915 con il saggio Metapsicologia, ed è inoltre considerato come matrice dell’evoluzione della personalità. Si osserva qui un primo tentativo di formulazione del concetto del Sé, uno dei concetti centrali della teorizzazione junghiana.
Nei manoscritti della Zofingia troviamo, fra l’altro, una nota interessante; nel dibattito seguito alla conferenza dello studente Grote sul sonno, del 4 febbraio 1899, Jung dà una definizione del sogno che ci lascia un po’ sorpresi: “Nel sogno noi siamo il nostro desiderio, siamo contemporaneamente diversi attori”. La sorpresa deriva dalla forte somiglianza con la definizione di Freud del sogno come realizzazione allucinatoria del desiderio, contenuta ne L’interpretazione dei sogni, pubblicata nel 1900. È probabile che anche questo aspetto abbia contribuito a far dire a Jung nell’autobiografia: “Nel 1903 ripresi in mano L’interpretazione dei sogni e scoprii che combaciava con le mie idee”.
Dopo il suo arrivo al Burghölzli di Zurigo, nel dicembre 1900, Jung entrò in contatto con le idee di Freud, anche su suggerimento del direttore, Eugen Bleuler, che aveva da tempo introdotto la psicoanalisi nelle discussioni fra i medici della clinica. Jung era rimasto attratto dalle idee freudiane, considerandole un metodo di analisi dell’inconscio e dei nessi psicologici delle nevrosi che poteva unirsi al suo metodo associativo dando maggiore profondità alla conoscenza del funzionamento psichico. Nell’aprile del 1906 inviò a Freud una copia del suo lavoro Studi diagnostici sull’associazione sperando in una collaborazione e ottenne una risposta positiva. Da parte sua Freud si sentiva il fondatore di una nuova disciplina, nel 1914 dirà: “La psicoanalisi è una mia creazione”. Con queste differenti aspettative Freud e Jung iniziarono il loro rapporto.

freud jung

Non svelare ma scoprire
Negli anni successivi alla tesi di dottorato Jung dedicò molto tempo e molte energie agli esperimenti di associazione. Questa tecnica, elaborata da Francis Galton, consisteva nel suggerire al paziente determinate parole invitandolo a indicare le associazioni mentali suscitate, con la massima velocità possibile in modo da escludere la possibilità di una riflessione razionale.
Jung aggiunse a questa pratica un aspetto originale individuando il valore diagnostico dei disturbi nel processo associativo. Diventava allora importante non solo l’analisi dei tempi di reazione allo stimolo associativo ma anche il modo in cui i fattori endopsichici interferivano con l’esperimento. A questi fattori Jung dette il nome di “complessi a tonalità affettiva”. “Lo sfondo della nostra coscienza (ovvero l’Inconscio) consiste di complessi siffatti e tutto il materiale accumulato nella memoria si dispone attorno a essi”. La concezione complessuale della psiche è così importante nel pensiero di Jung che, dopo la sua separazione da Freud, chiamò la sua costruzione “psicologia complessa” prima della definizione, entrata poi nell’uso, di psicologia analitica. La psiche è concepita come un insieme di complessi e di polarità che coesistono e il metodo non è tanto quello del “prosciugamento dello Zuidersee” della metafora freudiana, quanto piuttosto quello di mettere in relazione le varie componenti della psiche, considerate tutte importanti e ineliminabili.
Nella diversa concezione dell’eziologia e dei meccanismi patogeni dell’isteria troviamo anche un diverso modo di intendere il meccanismo della rimozione. Mentre per Freud la rimozione determina una scissione fra gli affetti, ossia i contenuti passionali dell’inconscio, e le rappresentazioni, ossia le razionalizzazioni della coscienza consapevole, per Jung questa distinzione non si pone. Il rimosso non è ciò che va svelato analizzando le dissimulazioni della coscienza, ma ciò che va più semplicemente scoperto: consiste in contenuti complessuali, idee e tonalità affettive, che risiedendo negli stati più profondi dell’anima devono solo essere portati alla luce. Jung analizza questi meccanismi inserendoli in un modello di sviluppo della coscienza, piuttosto che in un modello di tensioni pulsionali come aveva fatto Freud.

Archetipi a priori dall’esperienza
Il 7 gennaio 1899 Jung aveva presentato la sua ultima conferenza alla Zofingia dal titolo Pensieri sulla concezione del cristianesimo in riferimento alla dottrina di Albrecht Ritschl. In essa, oltre a sottolineare il problema del rapporto fra Dio, il male e la libertà umana, è posta in evidenza l’importanza della mitologia sia nell’affrontare i temi religiosi che la comprensione della psiche.
In una lettera a Freud del 14 novembre 1911 Jung, facendo un raffronto sul metodo, afferma: “Io devo sempre procedere, lei lo sa, dall’esterno all’interno e passare dal generale al particolare”. Ciò che Jung intende con questo è che egli leggeva la realtà attraverso delle forme a priori, di derivazione kantiana, e lo studio della mitologia diveniva allora importante perché aiutava a rivelare la mappa delle forme a priori e assumeva un significato diverso da quello che aveva nel pensiero e nel metodo freudiani. Le forme a priori assumeranno la definizione dapprima di ur-bilden (immagini primordiali), di diretta derivazione da Burckhardt, poi quella più conosciuta di archetipi.
Oltre a questo, un altro importante concetto di derivazione burckhardtiana caratterizza il suo metodo e lo differenzia fortemente da Freud e cioè l’introduzione del senso della storia come idea di sviluppo della psiche che evidenzia maggiormente le radici umanistiche del suo pensiero. Nella prefazione alla terza edizione di Simboli della trasformazione dirà: “La psiche non è un dato immutabile ma è il prodotto della sua evoluzione incessante”. Egli ne parla esplicitamente in una lettera a Freud del 1909: “Ho sempre più l’impressione che una comprensione totale della psiche (nella misura in cui è possibile) si ottenga mediante la storia, ossia con l’aiuto della storia”.
Sono questi, in estrema sintesi, gli aspetti più importanti e originali del pensiero di Jung quando egli si avvicinò a Freud. Durante gli anni della loro collaborazione i vari aspetti, politici, transferali e professionali si sono sviluppati attorno a questa situazione di fondo. Il sentimento di realizzare un destino di fondatore era estremamente forte in Freud e questo lo rendeva totalmente disponibile verso un successore che proseguisse la sua opera, ma non lasciava spazio a una pluralità di idee fondanti né all’ipotesi di una co-fondazione che, invece, era il sentimento con cui Jung si era avvicinato a lui. Queste idee, se pur parzialmente dissonanti, vennero vissute piuttosto come espressione di un atteggiamento scismatico che, come tale, suscitava rancore ed amarezza.
Il loro incontro, oltre al tratto di strada fatto assieme, fu anche lo scontro fra due personalità, entrambe forti, con un retroterra culturale molto diverso. Con gli occhi di oggi sembra più un problema fra due persone che fra due modi di intendere la psiche; oggi noi viviamo in un mondo in cui coesistono paradigmi diversi e dove è meno sentito il bisogno di una strenua difesa della propria “vera” verità.

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