Per noi il corpo è molto più di uno strumento o di un mezzo;è la nostra espressione nel mondo, la forma visiva delle nostre intenzioni. Non è all'oggetto fisico che il corpo può essere paragonato, quanto piuttosto all'opera d'arte. MAURICE MERLEAU-PONTY

Albert Camus su Sade

 

L’idea, almeno, che Sade si fa di Dio è […] quella di una divinità criminale che schiaccia l’uomo e lo nega. Che l’omicidio sia un attributo divino, lo si vede abbastanza, secondo Sade, nella Storia delle religioni. Perché dunque l’uomo sarebbe virtuoso? Il primo moto del prigioniero [Sade] consiste nel saltare alla conseguenza estrema. Se Dio uccide e nega l’uomo, nulla può vietare che si neghino e uccidano i propri simili […].

[Sade] negherà dunque l’uomo e la sua morale perché li nega Dio. Ma negherà al tempo stesso Dio che finora gli era mallevadore e complice. In nome di che? In nome dell’istinto più forte in colui che l’odio degli uomini fa vivere tra le mura di una prigione: l’istinto sessuale. Che è quest’istinto? È da un lato il grido stesso della natura e, d’altra parte, l’impeto cieco che esige il possesso totale degli esseri, a prezzo della loro stessa distruzione. Sade negherà Dio in nome della natura […] e farà della natura una potenza di distruzione. La natura, per lui, è il sesso; la sua logica lo conduce in un universo senza legge in cui sola signoreggia l’energia smisurata del desiderio […].

Senza dubbio, Sade ha sognato la repubblica universale di cui ci fa esporre il piano da un saggio riformatore, Zamé. Ci mostra così che una delle direzioni della rivolta, in quanto, accelerandosi il suo moto, sempre meno essa sopporta dei limiti, è la liberazione del mondo intero. Ma tutto in lui contraddice questo pio sogno. Non è amico del genere umano, odia i filantropi. L’eguaglianza di cui talvolta parla è un concetto matematico: l’equivalenza di quegli oggetti che sono gli uomini, l’abietta uguaglianza delle vittime […].

La repubblicà universale ha potuto essere per Sade un sogno, mai una tentazione. In politica, la sua vera posizione è il cinismo. Nella sua Società degli Amici del Crimine, ci si dichiara ostensibilmente per il governo e le sue leggi, che tuttavia ci si dispone a violare. Allo stesso modo, i lenoni votano per il deputato conservatore. Il progetto che Sade volge nella mente presuppone la neutralità benevola dell’autorità. La repubblica del delitto non può essere, per lo meno provvisoriamente, universale. Deve fingere d’obbedire alla legge. Tuttavia, in un mondo che non ha altra norma che l’omicidio, sotto il cielo del crimine, in nome di una criminale natura, Sade obbedisce in realtà solo alla legge instancabile del desiderio. Ma desiderare senza limiti significa anche accettare di essere desiderati senza limiti. La licenza di distruggere implica che si possa essere distrutti. Si dovrà dunque lottare e dominare. Sola legge di questo mondo è la legge della forza: suo principio motore, la volontà di potenza […].

Non possono [i libertini] sperare d’imporsi a tutto l’universo finché l’universo non avrà accettato la legge del crimine […]. Ma se il delitto e il desiderio non sono legge di tutto l’universo, se non regnano almeno sovra un dato territorio, non sono più principi di unità, ma fermenti di conflitto. Non sono più legge e l’uomo ritorna alla disperazione e al caso. Bisogna dunque creare ex novo un mondo che sia esattamente adeguato alla nuova legge. L’esigenza di unità, delusa dalla creazione, si appaga a forza in un microcosmo. La legge della potenza non ha mai la pazienza di conseguire l’imperio sul mondo. Ha bisogno di delimitare senza indugio il terreno ove esercitarsi, anche se debba circondano di reticolati e di scolte.

Albert Camus

Albert Camus

Con Sade, essa crea dei luoghi chiusi, castelli a settemplice cinta, dai quali è impossibile evadere, e dove la società del desiderio e del crimine funziona senza scosse, secondo un regolamento implacabile. La più sbrigliata rivolta, la rivendicazione totale della libertà fanno capo all’asservimento della maggioranza […].

La rivolta assoluta si rintana con lui [Sade] in una fortezza sordida da cui nessuno, perseguitato e persecutore, può uscire. Per fondare la propria libertà, egli è obbligato a organizzare la necessità assoluta. La libertà illimitata del desiderio significa la negazione dell’altro, e la soppressione della pietà […].

Sade, secondo l’usanza del suo tempo, costruisce così delle società ideali. Ma all’opposto del suo tempo, codifica la malvagità naturale dell’uomo. Costruisce meticolosamente la città della potenza e dell’odio, da precursore qual è, fino a mettere in cifre la libertà che ha conquistato. Riassume allora la sua filosofia nella fredda contabilità del delitto: «Massacrati prima del 1º marzo: 10. Dopo il 1º marzo: 20. Ritornano: 16. Totale 46». Precursore senza dubbio, ma ancora modesto, come si vede [] […] Se la natura sola è vera, se, in natura, solo il desiderio e la distruzione sono legittimi, allora, di distruzione in distruzione, non bastando più alla sete di sangue lo stesso regno umano, bisogna correre all’annientamento universale. Bisogna farsi, secondo la formula di Sade, il carnefice della natura. Ma neppure questo si ottiene tanto agevolmente. Quando la contabilità è chiusa, quando sono state massacrate tutte le vittime, i carnefici restano faccia a faccia, nel castello solitario. Qualche cosa ancora manca loro. I corpi torturati tornano, nei loro elementi, alla natura, da cui rinascerà la vita […]. Sade medita l’attentato contro la creazione […]. Per quanto fantastichi di un meccanico che possa polverizzare l’universo, sa che nella polvere dei globi la vita continuerà. L’attentato contro la creazione è impossibile. Non si può distruggere tutto, c’è sempre un re siduo […].

Bisogna uccidere ancora; a loro volta, i padroni si dilanieranno. Sade scorge questa conseguenza e non indietreggia. Un curioso stoicismo del vizio viene a rischiarare un poco questi bassifondi della rivolta […] Il signore accetta di essere schiavo a sua volta e fors’anche lo desidera […].

I padroni si scagliano uno sull’altro […]. Il più potente che sopravviverà sarà il solitario, l’Unico, di cui Sade ha iniziato la glorificazione, lui stesso insomma. Eccolo regnare alfine, signore e Dio. Ma all’istante della più alta vittoria il sogno si dissolve […]. Non ha trionfato se non in sogno e quelle decine di volumi, zeppi d’atrocità e di filosofia, riassumono una sventurata ascesi, un procedere allucinante dal no totale al sì assoluto, un consenso alla morte infine, che trasfigura l’uccisione di tutto e di tutti in suicidio collettivo.

[…] Il suo merito, incontestabile, sta nell’aver immediatamente illustrato, nella sciagurata chiaroveggenza di una rabbia accumulata, le conseguenze estreme di una logica messa al servizio di una rivolta, quando almeno questa dimentichi la verità delle proprie origini. Queste conseguenze sono la totalità chiusa, il delitto universale, l’aristocrazia del cinismo e la volontà d’apocalisse. Si ritroveranno molti anni dopo di lui […].

Il successo di Sade nella nostra epoca è spiegato da quel sogno che egli ha in comune con la sensibilità contemporanea: la rivendicazione della libertà totale, e la disumanizzazione operata a freddo dall’intelletto. La riduzione dell’uomo a oggetto d’esperimento, il regolamento che precisa i rapporti tra la volontà di potenza e l’uomo-oggetto, il campo chiuso di questo mostruoso esperimento, sono lezioni che i teorici della potenza ritroveranno, quando dovranno organizzare l’epoca degli schiavi.

In anticipo di due secoli, e in scala ridotta, Sade ha esaltato le società totalitarie in nome della libertà frenetica che, in realtà, la rivolta non reclama. Con lui hanno realmente inizio la storia e la tragedia contemporanee. Soltanto, egli ha creduto che una società fondata sul delitto dovesse andar congiunta alla libertà del costume, come se la servitù avesse dei limiti. Il nostro tempo s’è limitato a fondere curiosamente il suo sogno di una repubblica universale e la sua tecnica d’avvilimento. Infine, ciò che Sade maggiormente odiava, il delitto legale, ha utilizzato a proprio beneficio le scoperte che egli voleva mettere a servizio dell’omicidio per istinto. Il delitto, che egli voleva fosse frutto eccezionale e delizioso del vizio scatenato, non è più, oggi, se non tetra consuetudine di una virtù fattasi poliziotta. Sono le sorprese della letteratura.

[L’uomo in rivolta]

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