Per noi il corpo è molto più di uno strumento o di un mezzo;è la nostra espressione nel mondo, la forma visiva delle nostre intenzioni. Non è all'oggetto fisico che il corpo può essere paragonato, quanto piuttosto all'opera d'arte. MAURICE MERLEAU-PONTY

Friedrich Wilhelm Nietzsche. – La maschera della felicità –

nietzsche
Friedrich Wilhelm Nietzsche.
– La maschera della felicità –
“ C’è un fraintendimento nella giocondità che non si può eliminare; ma chi ne partecipa può alla fine proprio perciò esserne contento. Noi che ‹ci rifugiamo› nella felicità; noi che abbiamo bisogno di ogni specie di sud e di indomabile pienezza di sole, e che ci mettiamo in strada verso là dove la vita procede come un ebbro corteo mascherato – come qualcosa che fa uscire di senno; noi che, dalla felicità, vogliamo proprio questo, ‹che› «faccia uscire di senno»: non sembra che possediamo un sapere del quale abbiamo ‹paura›? Con il quale non vogliamo restare soli? Un sapere il cui contatto ci fa tremare, il cui sussurro ci fa impallidire? Questo ostinato distogliersi dagli spettacoli tristi, queste orecchie otturate e dure per tutto ciò che soffre, questa prode e beffarda superficialità, questo epicureismo volontario del cuore che non vuole avere niente di caldo e di totale, e che adora la ‹maschera› come la sua ultima divinità e redentrice, questo scherno per i melanconici del gusto, in cui sempre sospettiamo una mancanza di profondità: non è tutto ciò una passione? La nostra giocondità – non è la fuga da qualche insanabile certezza? Sembra che noi sappiamo di essere troppo fragili, forse già infranti e insanabili; sembra che temiamo, da questa mano della vita, che ci debba infrangere, e ci rifugiamo nella parvenza della vita, nella sua falsità, nella sua superficie e nel suo variopinto inganno; sembra che siamo giocondi perché siamo immensamente tristi. Noi siamo seri, conosciamo l’abisso, e ‹per questo› ci difendiamo da ogni realtà.
– – – sorridiamo tra noi sui melanconici del gusto – li invidiamo ancora, mentre li deridiamo! – poiché non siamo felici abbastanza per poterci permettere la loro tenera tristezza. Dobbiamo ancora fuggire l’ombra della tristezza: il nostro inferno, la nostra tenebra ci è ancora troppo vicino. Abbiamo una conoscenza che noi temiamo e con cui non vogliamo essere soli; abbiamo una fede la cui stretta ci fa tremare, il cui sussurro ci fa impallidire – i miscredenti ci sembrano beati. Ci distogliamo dagli spettacoli tristi, ci tappiamo le orecchie di fronte alla sofferenza; la compassione tosto ci spezzerebbe, se non sapessimo indurirci. Rimani coraggiosamente al nostro fianco, beffarda spensieratezza; raffreddaci, o vento che sei passato di corsa sui ghiacciai: non vogliamo prenderci a cuore più nulla, vogliamo pregare dinnanzi alla ‹maschera›.”
FRIEDRICH WILHELM NIETZSCHE (1844 – 1900), “Frammenti postumi 1885 – 1887ˮ, in “Opere di Friedrich Nietzsche”, ed. it. diretta da G. Colli e M. Montinari, vol. VIII, tomo I, testo critico originale stabilito da Giorgio Colli e Mazzino Montinari, versione di Sossio Giametta, Adelphi, Milano 1975 (I ed.), 2. ‘Autunno 1885-autunno 1886ʼ, W I 8 [8 = Mp XVII 3c. Estate 1887], 2 [33], pp. 68 – 69.“ Es giebt ein Mißverständniß der Heiterkeit, welches nicht zu heben ist: aber wer es theilt, darf zuletzt gerade damit zufrieden sein. — Wir, die wir zum Glücke ‹flüchten› —: wir, die wir jede art Süden und unbändige Sonnenfülle brauchen und uns dorthin an die Straße setzen, wo das Leben sich wie ein trunkener Fratzen-Festzug — als etwas das von Sinnen bringt — vorüberwälzt; wir, die wir gerade das vom Glücke verlangen, daß es «von Sinnen» bringt: scheint es nicht, daß wir ein Wissen haben welches wir ‹fürchten›? Mit dem wir nicht allein sein wollen? Ein Wissen, vor dessen Druck wir zittern, vor dessen Flüstern wir bleich werden? Diese hartnäckige Abkehr von den traurigen Schauspielen, diese verstopften und harten Ohren gegen alles Leidende, diese tapfere, spöttische Oberflächlichkeit, dieser willkürliche Epicureismus des Herzens, welcher nichts warm und ganz haben will und die ‹Maske› als ihre letzte Gottheit und Erlöserin anbetet: dieser Hohn gegen den Melancholiker des Geschmacks, bei dem wir immer auf Mangel an Tiefe rathen — ist das nicht alles nur Lebenshaß? Es scheint, wir wissen uns selber als allzu zerbrechlich, vielleicht schon als zerbrochen und unheilbar; es scheint, wir fürchten diese Hand des Lebens, daß es uns zerbrechen muß, und flüchten uns in seinen Schein, in seine Falschheit, seine Oberfläche und bunte Betrügerei; es scheint, wir sind heiter, weil wir ungeheuer traurig sind. Wir sind ernst, wir kennen den Abgrund: ‹deshalb› wehren wir uns gegen alles Ernste.
— — — wir lächeln bei uns über die Melancholiker des Geschmacks — ach wir beneiden sie noch, indem wir sie verspotten! — denn wir sind nicht glücklich genug, um uns ihre zarte Traurigkeit gestatten zu können. Wir müssen noch den Schatten der Traurigkeit fliehen: unsere Hölle und Finsterniß ist uns immer zu nahe. Wir haben ein Wissen, welches wir fürchten, mit dem wir nicht allein sein wollen; wir haben einen Glauben, vor dessen Druck wir zittern, vor dessen Flüstern wir bleich werden — die Ungläubigen scheinen uns selig. Wir kehren uns ab von den traurigen Schauspielen, wir verstopfen das Ohr gegen das Leidende, das Mitleiden würde uns sofort zerbrechen, wenn wir nicht uns <zu> verhärten wüßten. Bleib uns tapfer zur Seite, spöttischer Leichtsinn: kühle uns, Wind, der über Gletscher gelaufen ist: wir wollen nichts mehr ans Herz nehmen, wir wollen zur ‹Maske› beten.ˮ
FRIEDRICH WILHELM NIETZSCHE, “Nachgelassene Fragmente. Herbst 1885 – Herbst 1887ˮ, in “Nietzsche Werkeˮ, kritische Gesamtausgabe, herausgegeben von Giorgio Colli und Mazzino Montinari, De Gruyter, Berlin 1974, Abteilung VIII, Band 1, 2 [2 = W I 8. Herbst 1885 — Herbst 1886], 2 [33], S. 77 – 78.

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