Per noi il corpo è molto più di uno strumento o di un mezzo;è la nostra espressione nel mondo, la forma visiva delle nostre intenzioni. Non è all'oggetto fisico che il corpo può essere paragonato, quanto piuttosto all'opera d'arte. MAURICE MERLEAU-PONTY

Hannah Arendt. – La maschera, la persona –

Hannah Arendt.

Hannah Arendt.

Hannah Arendt.
– La maschera, la persona –
“ Lasciate che vi rammenti l’origine etimologica della parola «persona», che deriva dal latino ‹persona› e rimane pressoché immutata in tutte le lingue europee, con la stessa unanimità con cui, ad esempio, la parola «politica» è stata mutuata dal greco ‹polis›. Non è certo privo di significato che una parola tanto importante del vocabolario odierno, una parola usata in tutta Europa per discutere di faccende giuridiche, politiche e filosofiche, derivi da una stessa fonte antica. E come se, in effetti, in questo antico vocabolario vibrassero accordi destinati a risuonare poi, con diverse modulazioni e va-riazioni, in tutta la storia intellettuale dell’Occidente.
‹Persona›, in ogni caso, definiva originariamente la maschera che ricopriva il volto «personale» dell’attore e serviva a indicare agli spettatori quale fosse il suo ruolo nel dramma. Nella maschera, imposta dal dramma, c’era però una vasta apertura, più o meno all’altezza della bocca, attraverso cui la voce dell’attore poteva passare e risuonare, nella sua nuda individualità. Ed è proprio da questo «risuonare attraverso» che deriva il termine persona: il ‹verbo per-sonare›, «risuonare attraverso», è quello dal quale deriva infatti il sostantivo ‹persona›, «maschera». I romani furono i primi a usare il termine in un senso metaforico: nel diritto romano, ‹persona› indicava chiunque fosse in possesso di diritti civili, a differenza del semplice ‹homo›, che designava un membro della specie umana, diverso senz’altro da un animale, ma privo ancora di una specifica qualifica o distinzione – ragion per cui ‹homo›, come il greco ‹anthropos›, veniva anche usato con disprezzo per designare quanti non godevano di protezione giuridica.
Personalmente, trovo interessante quest’uso metaforico della parola in latino, se non altro perché esso stimola a elaborare ulteriori metafore, che sono in fondo il pane quotidiano del pensiero concettuale. La maschera romana descrive con grande precisione il nostro modo di apparire in società, quando non ci presentiamo in veste di cittadini nello spazio pubblico riservato alla parola e all’azione politica, ma siamo invece accettati a pieno titolo come individui, senza ridurci per questo a semplici esseri umani. Noi tutti appariamo sempre sul grande palcoscenico del mondo venendovi riconosciuti per il ruolo che la professione ci assegna e prescrive, in quanto medici o avvocati, autori o editori, insegnanti o studenti, e così via. Ma è attraverso questo ruolo che qualcosa di diverso si manifesta, o che qualcosa «risuona attraverso». Questo qualcosa è assolutamente idiosincratico e indefinibile, eppure è facilmente identificabile. Per questo, non veniamo confusi con altri quando i ruoli improvvisamente cambiano; quando per esempio uno studente riesce finalmente a diventare un insegnante; o quando quella tale ospite da cui ci troviamo, di professione medico, ci serve da bere invece di curarsi dei propri pazienti. In altre parole, il concetto di ‹persona› ci consente di vedere e capire – è questo il profitto che io qui tendo a trarne – che i ruoli e le maschere che il mondo ci assegna, e che noi dobbiamo accettare e perfino guadagnarci per prendere parte alla grande commedia del mondo, sono scambiabili. Non sono inalienabili, nel senso in cui si parla di «diritti inalienabili», non sono una maschera incollata al nostro volto, non sono tratti specifici del nostro io piú intimo, nel senso in cui la voce della coscienza – come in molti ancora credono – può essere un tratto specifico della nostra anima.”
HANNAH ARENDT (1906 – 1975), “Responsabilità e giudizio”, a cura e intod. di Jerome Kohn, trad. di Davide Tarizzo, Einaudi 2004, ‘Prologo’ (Copenhagen, 18 aprile 1975), pp. 10 – 12.

“ Let me first remind you of the etymological origin of the word «person,» which has been adopted almost unchanged from the Latin ‹persona› by the European languages with the same unanimity as, for instance, the word «politics» has been derived from the Greek ‹polis›. It is, of course, not without significance that such an important word in our contemporary vocabularies, which all over Europe we use to discuss a great variety of legal, political, and philosophical matters, derives from an identical source in antiquity. This ancient vocabulary provides something like the fundamental chord which in many modulations and variations sounds through the intellectual history of Western mankind.
‹Persona›, at any event, originally referred to the actor’s mask that covered his individual «personal» face and indicated to the spectator the role and the part of the actor in the play. But in this mask, which was designed and determined by the play, there existed a broad opening at the place of the mouth through which the individual, undisguised voice of the actor could sound. It is from this sounding through that the word ‹persona› was derived: ‹per-sonare›, «to sound through,» is the verb of which persona, the mask, is the noun. And the Romans themselves were the first to use the noun in a metaphorical sense; in Roman law ‹persona› was somebody who possessed civil rights, in sharp distinction from the word ‹homo›, denoting someone who was nothing but a member of the human species, different, to be sure, from an animal but without any specific qualification or distinction, so that ‹homo›, like the Greek ‹anthropos›, was frequently used contemptuously to designate people not protected by any law.
I found this Latin understanding of what a person is helpful for my considerations because it invites further metaphorical usage, metaphors being the daily bread of all conceptual thought. The Roman mask corresponds with great precision to our own way of appearing in a society where we are not citizens, that is, not equalized by the public space established and reserved for political speech and political acts, but where we are accepted as individuals in our own right and yet by no means as human beings as such. We always appear in a world which is a stage and are recognized according to the roles which our professions assign us, as physicians or lawyers, as authors or publishers, as teachers or students, and so on. It is through this role, sounding through it, as it were, that something else manifests itself, something entirely idiosyncratic and undefinable and still unmistakably identifiable, so that we are not confused by a sudden change of roles, when for instance a student arrives at his goal which was to become a teacher, or when a hostess, whom socially we know as a physician, serves drinks instead of taking care of her patients. In other words, the advantage of adopting the notion of ‹persona› for my considerations lies in the fact that the masks or roles which the world assigns us, and which we must accept and even acquire if we wish to take part in the world’s play at all, are exchangeable; they are not inalienable in the sense in which we speak of «inalienable rights,» and they are not a permanent fixture annexed to our inner self in the sense in which the voice of conscience, as most people believe, is something the human soul constantly bears within itself.”
HANNAH ARENDT, “Responsability and Judgment”, Edited and with an Introduction by Jerome Kohn, Schocken Books, New York 2002 (First Edition), ‘Prologue’ (Copenhagen April 18, 1975), pp. 12 – 13.

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