Per noi il corpo è molto più di uno strumento o di un mezzo;è la nostra espressione nel mondo, la forma visiva delle nostre intenzioni. Non è all'oggetto fisico che il corpo può essere paragonato, quanto piuttosto all'opera d'arte. MAURICE MERLEAU-PONTY

Paul Eluard su De Sade

Nella vecchia casa del nord della Francia che è abitata dagli attuali conti di Sade, l’albero genealogico dipinto su una delle pareti della sala da pranzo ha una sola foglia morta, quella di Donatien-Alphonse-François di Sade, che fu imprigionato da Luigi XV, da Luigi XVI, dalla Convenzione e da Napoleone. Chiuso in carcere per trent’anni, morì in un manicomio, più lucido e più puro di qualsiasi altro uomo del suo tempo. Nel 1789, colui che ha ben meritato d’esser chiamato per derisione il Divino Marchese, chiamava il popolo dalla sua cella della Bastiglia perché venisse in aiuto ai prigionieri; nel 1793, pur essendo devoto anima e corpo alla Rivoluzione, e membro della Section des Piques, si opponeva energicamente alla pena di morte e riprovava i delitti commessi senza passione. Egli rimane ateo di fronte al nuovo culto, quello dell’Ente Supremo, che Robespierre fa celebrare; vuole confrontare il proprio genio con quello di tutt’un popolo discepolo della libertà […].

Sade ha voluto restituire all’uomo civilizzato la forza dei suoi istinti primitivi, ha voluto liberare dai propri oggetti l’immaginazione amorosa. Egli ha creduto che da questo, e solo da questo, nascerà l’eguaglianza vera.

Poi che la virtù porta in se stessa la sua felicità, egli s’è sforzato, in nome di tutto quel che soffre, di abbassarla, di umiliarla, di imporle la suprema legge della infelicità, contro ogni illusione, contro ogni menzogna, perché essa possa aiutare tutti coloro che ha condannati a costruire un mondo adatto all’immensa misura dell’uomo. La morale cristiana, con la quale – con disperazione e vergogna, bisogna spesso confessarlo – si è ancora lontani d’averla fatta finita, è una galera. Contro di essa, tutti gli appetiti del corpo immaginante insorgono. Per quanto tempo ancora bisognerà urlare, agitarsi, piangere, prima che le figure dell’amore divengano le figure della facilità, della libertà?

Paul Eluard

Paul Eluard

Ascoltate la tristezza di Sade: «Amare o godere sono due cose molto differenti; la prova ne è che si ama tutti i giorni senza godere e che ancor più spesso si gode senza amare». E constata: «I godimenti isolati hanno dunque un loro fascino, possono dunque averne anche più di tutti gli altri godimenti; se così non fosse come potrebbero godere tanti vecchi, tanta gente deforme e piena di difetti fisici? Sanno benissimo di non essere amati, son certi che è impossibile la partecipazione ai loro piaceri: forse per questo la voluttà loro è minore?»

E Sade, giustificando gli uomini che nelle cose d’amore introducono l’eccezione, si scaglia contro tutti coloro che riconoscono l’amore indispensabile solo per perpetuare la loro sporca genia: «Pedanti, carnefici, secondini, legislatori, canaglia tonsurata, che cosa farete quando saremo arrivati a quel punto? Che cosa diventeranno le vostre leggi, la vostra morale, la vostra religione, le forche, il paradiso, i vostri dèi, il vostro inferno, quando sarà dimostrato che questo o quel moto delle linfe, questa o quella specie di fibre, questo o quel grado di acidità nel sangue o negli spiriti animali bastano a fare d’un uomo l’oggetto delle vostre pene o delle vostre ricompense?».

La più gelida ragione gli viene da questo perfetto pessimismo […].

Ambedue [Sade e Lautréamont] hanno lottato accanitamente contro gli artifici, grossolani o sottili, contro i tranelli che ci vengono tesi dalla falsa realtà indigente che abbassa l’uomo. Alla formula: «Siete quel che siete», essi hanno aggiunto: «Potete essere altro».

Con la violenza, Sade e Lautréamont sbarazzano la solitudine di tutti i suoi drappeggi. Nella solitudine, ogni oggetto, ogni essere, ogni conoscenza, persino ogni immagine, premedita di ritornare alla sua realtà senza divenire, di non dover più rivelare nessun segreto, di essere covata tranquillamente, inutilmente dall’atmosfera che crea.

Sade e Lautréamont, che furono orribilmente soli, se ne sono vendicati impadronendosi del triste mondo che veniva loro imposto. Nelle loro mani, terra, fuoco, acqua; nelle loro mani, l’arido godimento della privazione; ma armi, anche; e, nei loro occhi, furore. Vittime micidiali, essi replicano alla calma che li coprirà di cenere. Spezzano, impongono, atterriscono, saccheggiano. Le porte dell’amore e dell’odio sono aperte e danno, libero passaggio alla violenza. Inumana, essa metterà l’uomo in piedi, veramente in piedi e non vorrà nemmeno supporre la possibilità d’una fine per questo fardello del mondo. L’uomo uscirà dai suoi ripari e, faccia a faccia col vano ordine degli incanti e dei disincanti, si inebrierà con la forza del suo delirio. Allora non sarà più un estraneo, né per se medesimo, né per gli altri.

[Poesie, con un’appendice di Prose, introduz. e trad. di F. Fortini, Milano, Mondadori, 1976, pp. 541-4]

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