Per noi il corpo è molto più di uno strumento o di un mezzo;è la nostra espressione nel mondo, la forma visiva delle nostre intenzioni. Non è all'oggetto fisico che il corpo può essere paragonato, quanto piuttosto all'opera d'arte. MAURICE MERLEAU-PONTY

Jean-Paul Sartre – La mia incarnazione e l’altro come carne

Jean-Paul Sartre

Jean-Paul Sartre

“ La mia ‹incarnazione› non è solamente la condizione preliminare dell’apparizione dell’altro ‹ai miei occhi› come carne. Il mio scopo è di farlo incarnare ‹ai suoi occhi› come carne, bisogna che lo porti sul terreno della fatticità pura, bisogna che si porti da sé ad essere solo carne. Così io sarei rassicurato sulle possibilità continue di una trascendenza che può ad ogni momento trascendermi da ogni parte: ‹essa sarà solo› questo; rimarrà chiusa entro i limiti di un oggetto; inoltre, per questo stesso fatto, io potrò toccarla, carezzarla, possederla. Così l’altro senso della mia incarnazione – cioè il mio turbamento – è come un linguaggio magico. Mi faccio carne per affascinare l’altro con la mia nudità e per provocare in lui il desiderio della mia carne, proprio perché questo desiderio non sarà nient’altro, nell’altro, che un’incarnazione simile alla mia. Così il desiderio è un invito al desiderio. Solo la mia carne sa trovare il cammino della carne altrui ed io porto la mia carne contro la sua carne per svegliarlo al senso della carne. Nella carezza, infatti, quando faccio scivolare lentamente la mia mano inerte contro il fianco dell’altro, gli faccio sentire la mia carne, ed è ciò che anch’egli non può fare, se non rendendosi inerte; il brivido di piacere che allora lo attraversa, è proprio il risveglio della sua coscienza di carne. Stendere la mia mano, allontanarla o stringerla, è ritornare corpo in atto; ma nello stesso tempo è far svanire la mia mano come carne. Lasciarla scivolare insensibilmente lungo il suo corpo, ridurla ad un dolce contatto quasi privo di senso, ad una pura esistenza, ad una pura materia un po’. Serica, un po’. Morbida, un po’. Ruvida, significa rinunciare ad essere colui che stabilisce i centri di riferimento e dispiega le distanze, significa farsi mucosa pura. In questo momento, la comunione del desiderio viene realizzata: ogni coscienza, incarnandosi, ha realizzato l’incarnazione dell’altro, ogni turbamento ha fatto nascere il turbamento dell’altro e se ne è perciò arricchito. Con ogni carezza, io sento la mia carne e la carne dell’altro attraverso la mia carne ed ho coscienza che la carne che sento e di cui mi impadronisco con la mia carne, è carne sentita dall’altro. E non è per caso che il desiderio, pur dirigendosi a tutto il corpo, lo raggiunge soprattutto attraverso le masse di carne meno differenziate, con nervature più grossolane, le meno capaci di movimento spontaneo, cioè i seni, le natiche, le cosce, il ventre; che sono come l’immagine della fatticità pura. Per questo la vera carezza è il contatto di due corpi nelle loro parti più carnali, il contatto del ventre e del petto: la mano che carezza è malgrado tutto, troppo slegata, troppo simile a uno strumento perfezionato. Ma lo sbocciare delle carni, una contro l’altra, ed una per l’altra, è il vero fine del desiderio.”

JEAN-PAUL SARTRE (1905 – 1980), “L’essere e il nulla. La condizione umana secondo l’esistenzialismo”, trad. di Giuseppe Del Bo, Il Saggiatore, Milano 2008 (III ed., I ed. 1965), Parte terza ‘Il per-altri’, III ‘Le relazioni concrete con gli altri’, 2. ‘Secondo atteggiamento nei confronti dell’altro: indifferenza, desiderio, odio’, p. 458.“
Mon ‹incarnation› n’est pas seulement la condition préalable de l’apparition de l’a utre ‹à mes yeux› comme chair. Mon but est de le faire s’incarner ‹à ses propres yeux› comm e chair, il faut que je l’entraîne sur le terrain de la fact icité pure, il faut qu’il se résume pour lui-même à n’être que chair. Ainsi serai-je rassuré sur les possibilités permanentes d’une transcendance qui peut à chaque instant me transcender de toute part: elle ‹ne sera plus que› ceci; elle demeurera incluse dans les bornes d’un objet; en outre, de ce fait même, je pourrai la toucher, la tâter, la posséder. Aussi l’autre sens de mon incarnation – c’est-à-dire de mon trouble – c’est qu’elle est un langage envoûtant. Je me fais chair pour fasciner autrui par ma nudité et pour provoquer en lui le désir de ma chair, justement parce que ce désir ne sera rien d’autre, en l’autre, qu’une incarnation semblable à la mienne. Ainsi le désir est-il une invite au désir. C’est ma chair seule qui sait trouver le chemin de la chair d’autrui et j e porte ma chair contre sa chair pour l’éveiller au sens de la chair. Dans la caresse, en effet, lorsque je glisse lentement ma main inerte contre le flanc de l’autre, je lui fais tâter ma chair et c’est ce qu’il n e peut faire, lui-même, qu’en se rendant inerte; le frisson de plaisir qui le parcourt alors est précisément l’éveil de sa conscience de chair. Etendre ma main, l’écarter ou la serrer, c’est redevenir corps enacte; mais, du même coup, c’est faire s’évanouir ma main comme chair. La laisser couler insensiblement le long de son corps, la réduire à un doux frôlement presque dénué de sens, à une pure existence, à une pure matière un peu soyeuse, un peu satinée, un peu rêche, c’est renoncer pour soi-même à être celui qui établit les repères et déploie les distances, c’est se faire muqueuse pure. A ce moment, la communion du désir est réalisée: chaque conscience, en s’incarnant, a réalisé l’incarnation de l’autre, chaque trouble à fait naître le trouble de l’autre et s’en est accru d’autant. Par chaque caresse, je sens ma propre chair et la chair de l’autre à travers ma propre chair et j’ai conscience que cette chair que j e sens et m’approprie par ma chair est chair-sentiepar-l’autre. Et ce n’est pas par hasard que le désir, tout en visant le corps entier, l’atteint surtout à travers les masses de chair les moins différenciées, les plus grossièrement innervées, les moins capables de mouvement spontané, à travers les seins, les fesses, les cuisses, le ventre: elles sont comme l’image de la facticité pure. Ce st pour cela aussi que la véritable caresse, c’est le contact des deux corps dans leurs parties les plus charnelles, le contact des ventres et des poitrines: la main qui caresse est malgré tout déliée, trop proche d’un outil perfectionné, mais l’épanouissement des chairs l’une contre l’autre et l’une par l’autre est le but véritable du désir.”
JEAN-PAUL SARTRE, “L’être et le néant. Essai d’ontologie phénoménologique”, édition corrigée avec index par Arlette Elkaïm-Sartre, Gallimard, Paris 1991 (I éd. 1943), Troisième partie ‘La pour-Autrui’, Chapitre III ‘Les relations concrètes avec autrui’, II. ‘Deusxième attitude envers autrui: l’idifférence, le désir, la haine, le sadisme’, p. 436.
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