Per noi il corpo è molto più di uno strumento o di un mezzo;è la nostra espressione nel mondo, la forma visiva delle nostre intenzioni. Non è all'oggetto fisico che il corpo può essere paragonato, quanto piuttosto all'opera d'arte. MAURICE MERLEAU-PONTY

Max Horkheimer e Theodor W. Adorno su Sade

 Theodor W Adorno and Max Horkheimer

L’affinità di conoscenza e piano (fondata trascendentalmente da Kant), che dà all’esistenza borghese, razionalizzata fin nelle sue pause, un carattere, in tutti i particolari, di finalità ineluttabile, è stata esposta empiricamente da Sade un secolo prima dell’avvento dello sport. Le moderne squadre sportive, dal gioco collettivo perfettamente regolato, dove ogni giocatore sa quello che deve fare e una riserva è pronta a sostituirlo, hanno il loro preciso modello nei teams sessuali di Juliette, dove non un istante rimane inutilizzato, un’apertura del corpo trascurata, una funzione inattiva. Nello sport come in tutti i settori della cultura di massa regna un’attività intensa e funzionale, dove solo lo spettatore perfettamente iniziato è in grado di capire la differenza delle combinazioni e il significato delle vicende, che si misura a regole arbitrariamente stabilite. La peculiare struttura architettonica del sistema kantiano, come le piramidi ginniche delle orge di Sade e la gerarchia dei principi delle prime logge borghesi – il suo pendant cinico è il severo regolamento della società libertina delle 120 journées -, preannuncia un’organizzazione di tutta la vita destituita di ogni scopo oggettivo. Ciò che sembra importante, in queste istituzioni, più ancora del piacere, è la sua gestione attiva e organizzata, come già in altre epoche illuminate, la Roma dell’età imperiale e del Rinascimento oppure il Barocco, lo schema dell’attività contava più del suo contenuto. Nell’età moderna l’illuminismo ha svincolato le idee di armonia e perfezione dalla loro ipostasi nell’aldilà religioso, e le ha assegnate come criteri allo sforzo umano nella forma del sistema. Poi che l’utopia che aveva dato la speranza alla rivoluzione francese si fu travasata – potente e impotente insieme – nella musica e nella filosofia tedesca, l’ordine borghese stabilito ha definitivamente funzionalizzato la ragione. Essa è diventata «finalità senza scopo», che, appunto perciò, si può adoperare a tutti gli scopi. E’ il piano considerato in se stesso.

[Dialettica dell’illuminismo (1944-’47)]

I comportamenti preistorici, su cui la civiltà ha posto un veto, hanno condotto un’esistenza sotterranea, trasformandosi, sotto il marchio della bestialità, in comportamenti distruttivi. Juliette li esegue, non più come naturali, ma proprio perché vietati. Essa compensa il verdetto contro di essi, infondato come tutti i giudizi di valore, con un giudizio di valore opposto. Quando essa ripete le reazioni primitive, esse non sono più, così, primitive, ma bestiali.

Egli [Sade] ha spinto la dissoluzione dei vincoli, che Nietzsche s’illudeva – idealisticamente – di poter superare con «l’io superiore», la critica alla solidarietà con la società, l’ufficio, la famiglia, fino a proclamare l’anarchia. La sua opera smaschera il carattere mitologico dei principi su cui riposa, secondo la religione, la civiltà: il decalogo, l’autorità paterna, la proprietà […] Ciascuno dei dieci comandamenti riceve la dimostrazione della sua nullità davanti al tribunale della ragione formale. Essi sono smascherati senza residui come ideologie […]. Non solo l’amore sessuale romantico è caduto come metafisica sotto i colpi della scienza e dell’industria, ma ogni amore in generale; poiché nessun amore può reggere di fronte alla ragione: quello della donna per il marito non più di quello dell’amante per l’amata; l’amore materno o paterno non più di quello filiale […] Dolmancé dà la demistificazione materialista dell’amore paterno e materno. […] Ma Sade sconsacra anche l’esogamia, il fondamento della civiltà. Non ci sono, secondo lui, motivi razionali contro l’incesto […]. La famiglia […] entra in conflitto con la società stessa. «[…] Se è estremamente nocivo permettere che i bambini assorbano nelle loro famiglie interessi che spesso divergono profondamente da quelli della patria, è estremamente vantaggioso separarli da esse» […] La conoscenza del padre è «absolument interdite ai figli, che sono «uniquement les enfants de la patrie», e l’anarchia, l’individualismo, proclamato da Sade in lotta contro le leggi, sfocia nel dominio assoluto dell’universale, della repubblica. Come il dio abbattuto ritorna in un idolo più spietato, così il vecchio stato borghese «guardiano notturno» nella violenza del collettivo fascista. Sade ha pensato fino in fondo il socialismo di stato, ai cui primi passi sono caduti Robespierre e Saint-Just. Se la borghesia ha mandato alla ghigliottina i suoi politici più fedeli, ha relegato il suo scrittore più sincero nell’enfer della Bibliothèque Nationale. Poiché la chronique scandaleuse di Justine e di Juliette, che sembra scritta al nastro automatico, e anticipa, nello stile del secolo decimottavo, il romanzo d’appendice ottocentesco e la letteratura di massa del Novecento, è l’epos omerico che si è liberato fin dell’ultimo velo mitologico: la storia del pensiero come organo del dominio. In quanto inorridisce alla vista della propria immagine, esso apre uno spiraglio su ciò che è al di là di esso. Non l’armonico ideale sociale che balena, anche per Sade, nel futuro («gardez vos frontières et restez dica vous»), e neppure l’utopia socialista sviluppata nella storia di Zamé [Aline et Vancour] ma il fatto che Sade non abbia lasciato solo agli avversari il compito di far inorridire l’illuminismo su se stesso, fa della sua opera una leva del suo possibile riscatto.

Gli scrittori «neri» della borghesia non hanno cercato, come i suoi apologeti, di palliare le conseguenze dell’illuminismo con dottrine armonicistiche. Non hanno dato ad intendere che la ragione formalistica sia in rapporto più stretto con la morale che con l’immoralità. Mentre i chiari o sereni coprivano, negandolo, il vincolo indissolubile di ragione e misfatto, società borghese e dominio, gli altri esprimevano senza riguardo la verità sconcertante […]. I vizi privati, in Sade come già in Mandeville, sono la storiografia anticipata delle virtù pubbliche dell’era totalitaria. Il fatto di non aver mascherato, ma proclamato ad alta voce l’impossibilità di produrre, in base alla ragione, un argomento di principio contro l’assassinio, ha alimentato l’odio di cui proprio i progressisti perseguitano ancora oggi Sade e Nietzsche. Diversamente dal positivismo logico, l’uno e l’altro hanno preso in parola la scienza. La loro insistenza sulla ratio, tanto più decisiva di quella del positivismo, ha il senso segreto di liberare dal bozzolo l’utopia che è racchiusa, come nel concetto kantiano di ragione, in ogni grande filosofia: quella di un’umanità che, non più deformata essa stessa, non ha più bisogno di deformazioni. Proclamando l’identità di ragione e dominio, le dottrine spietate sono più pietose di quelle dei lacchè della borghesia.

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