Per noi il corpo è molto più di uno strumento o di un mezzo;è la nostra espressione nel mondo, la forma visiva delle nostre intenzioni. Non è all'oggetto fisico che il corpo può essere paragonato, quanto piuttosto all'opera d'arte. MAURICE MERLEAU-PONTY

Giorgio Colli – I misteri di Eleusi e la conoscenza delle idee

Giorgio Colli

Giorgio Colli

Che l’evento misterico di Eleusi – uno dei vertici della vita greca, celebrato annualmente alla fine dell’estate – fosse una festa della conoscenza, risulta chiaro dalle testimonianze antiche, ma i moderni, all’infuori di qualche timido accenno in contrario, non vogliono ammetterlo. La ragione è la solita: se di conoscenza si vuol parlare, dovrebbe trattarsi di conoscenza mistica – ma la conoscenza mistica non esiste, e se anche esistesse, sarebbe qualcosa di torbido, in ogni caso incompatibile con la chiarezza e la misura greca. Eppure un verso del VII secolo a. C. dice: «felice colui… che ha visto queste cose»¹. Ma gli interpreti, convinti che si vede soltanto quello che tutti possono vedere, obiettano che con tale espressione ci si riferiva agli oggetti sacri, alle immagini degli dèi, alle rappresentazioni simboliche che apparivano nel rituale eleusino. Sostenere questo risulta comunque meno agevole, quando si ascolta la precisione di Pindaro: «Felice chi entra sotto la terra dopo aver visto quelle cose: conosce la fine della vita, conosce anche il principio dato da Zeus». Sembra invero difficile immaginare – ma certo i poeti esagerano – che la contemplazione dell’effigie di una dea faccia conoscere, a un gran numero di iniziati, il principio e la fine della vita.
Eppure, allargando un po’ lo sguardo, non dovrebbe sfuggire che l’uso astratto del pronome dimostrativo, per indicare l’oggetto della conoscenza, è nello stile del grande misticismo speculativo – basta rivolgersi al linguaggio delle Upanishad – proprio perché la paradossalità grammaticale allude alla sconvolgente immediatezza di ciò che è lontanissimo dai sensi. E rimanendo alla Grecia, nell’epoca della sapienza come in quella della filosofia, è facile verificare la frequenza con cui l’atto della conoscenza suprema è chiamato un «vedere». Riguardo a Platone poi è possibile documentare, quando si avventura a descrivere l’esperienza conoscitiva delle idee, l’uso di una terminologia eleusina, cosicché si può suggerire l’ipotesi che la teoria delle idee, nel suo sorgere, fosse un tentativo di divulgazione letteraria dei misteri eleusini, in cui l’accusa di empietà veniva prevenuta con l’evitare qualsiasi riferimento ai contenuti mitici dell’iniziazione. E ancora in Aristotele, che non è certo il più mistico tra i filosofi, la cosa viene ribadita, e in termini del tutto espliciti.
¹Omero, ‹Inno a Demetra› 480ˮ
GIORGIO COLLI (1917 – 1979), “La sapienza greca”, Adelphi, Milano 1977 – 1982, 3 voll., vol. I (1981 III ed., I ed. 1977), ‘Introduzione’, 3., pp. 28 – 29.

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