Per noi il corpo è molto più di uno strumento o di un mezzo;è la nostra espressione nel mondo, la forma visiva delle nostre intenzioni. Non è all'oggetto fisico che il corpo può essere paragonato, quanto piuttosto all'opera d'arte. MAURICE MERLEAU-PONTY

Bernard de Mandeville

Bernard de Mandeville.

Bernard de Mandeville.

Bernard Mandeville, medico olandese trasferitosi a Londra sulla fine del Seicento, è stato per molto tempo ritenuto una figura quantomeno controversa nel penorama filosofico europeo. La scarsità di fonti bibliografiche a dispodizione degli studiosi su questa figura, unita ai tentativi da parte delle autorità religiose sue contemporanee di distruggere le tracce di un uomo catalogato come empio, hanno cucito adosso a Mandeville un’immagine fumosa. Le sue teorie riguardo all’origine della morale ed al ruolo del lusso e delle debolezze umane in ambito sociale, sono state ritenute per svariati anni frutto di una mente immorale e libertina tanto da portare a storpiare il nome dell’autore di tali idee in “Man-devil”. Tuttavia è anche vero che il suo lavoro, dopo un periodo di indifferenza, ha suscitato, intorno alla metà degli anni Settanta, un nuovo periodo di interesse tanto che Mandeville è ormai ritenuto una delle figure più acute del pensiero politico moderno.

Nel 1714 viene pubblicata a Londra, anonima, la prima edizione della Favola delle api, ovvero vizi privati, pubblici benefici. In questo scritto Mandeville espone pienamente le proprie convinzioni, già accennate in precedenza in vari articoli, sulla centralità delle passioni egoistiche nella natura umana e sull’influsso che queste esercitano sull’attività economica e sociale di un paese commerciale. In opposizione agli ipocriti preconcetti dei moralisti suoi contemporanei, Mandeville tratteggia, potendosi avvalere di uno stile ironico e provocatorio, una serie di caratteri, di situazioni sociali, nelle quali vengono alla luce i veri moventi passionali dell’azione umana. Bernard Mandeville, se condivide con gli scrittori moralisti la diagnosi che nella società a loro contemporanea il vizio si è ormai diffuso in ogni settore sociale, non ne condivide la valutazione. Mandeville rovescia, infatti, la pessimistica visione del vizio degli autori succitati e ne evidenzia invece il valore positivo per il benessere economico della società. Secondo il suo modo di vedere, virtù ed economia, virtù e commercio sono incompatibili: lo sfruttamento degli altrui bisogni, lo sforzo per il conseguimento del profitto, il commercio e la diffusione dei beni di lusso sono queste le basi per un’economia florida. Riconoscendo l’influsso esercitato su di lui dai pensatori francesi (Bayle su tutti), Mandeville si avvale del concetto di “amor di sé” per spiegare in termini più specifici l’impulso egoistico, gli sforzi compiuti dalla ragione sia per controllarlo sia per soddisfarlo, che spingono l’uomo ad agire.

Nella Ricerca sull’origine della virtù morale, Mandeville coerentemente illustra una propria teoria sull’origine della morale basata, in virtù del sentimento dell’amor di sé, sulla sensibilità dell’uomo ad essere socialmente apprezzati ed al conseguente timore della vergogna pubblica. Su questi sentimenti opposti, fa leva l’azione adulatrice degli “abili politici” che si pongono il problema di rendere socievole l’uomo “un animale straordinariamente egoista e ostinato, oltre che astuto, che non può essere reso docile e insieme progredito esclusivamente con la forza” (p. 48). Gli uomini accettano di qualificare come” vizio” tutto ciò che un individuo può fare per soddisfare un prorpio privato desiderio, e viceversa, di chiamare “virtù” ogni atto che va a scapito degli impulsi naturali ma a vantaggio degli altri. L’idea che l’uomo possa agire secondo principi razionali siffatti, attechisce in realtà per Mandeville, sull’egoismo e sul desiderio di lode che spinge l’individuo a ben comportarsi agli occhi dei suoi simili. Tale desiderio lo porta ad accettare la definizione di virtù come controllo e nascondimento di quelle passioni da cui però, come si è visto, un individuo è comunque dominato. La virtù di conseguenza per Mandeville altro non è che un autoinganno, tenuto in piedi da un’ulteriore passione, anch’essa non riconosciuta, impegnata in un coercitivo controllo degli impulsi naturali. Sono queste quindi le verità delle relazioni sociali ed economiche che il coraggioso medico olandese paventa agli occhi dei suoi contemporanei.

L’altro grande tema affrontato dagli scritti mandevilleani è rappresentato dallo studio dell’origine del sentimento religioso nella natura umana e il suo sviluppo in forme di organizzazione eclesiastiche. Nei suoi Liberi pensieri sulla religione, la Chiesa e il felice stato della Nazione, Mandeville, dopo aver nuovamente sottolineato la difficoltà di opporsi agli istinti naturali per seguire i dettami divini, fa notare come anche molti sinceri credenti, anche fanatici, non facciano eccezione, e come anche questi vivano spesso in maniera non conforme alle regole proprie della religione cristiana. Il dovere cristiano principale è la rinuncia, l’esercitare, con il massimo rigore, un totale controllo sugli istinti naturali, in definitiva il sacrificio del sentimento. Come tutto ciò collida con le trattazioni mandevilleane fin qui esaminate è evidente. Evidenziando il potere che le passioni esercitano sulla natura umana a scapito della ragione, Mandeville sottolinea l’impotenza di quest’ultima in campo religioso. L’oggetto della fede è qualcosa di sovrarazionale e pertanto non può essere conosciuto per certo. La causa di guerre e di intolleranze non può perciò essere la religione in sé che, essendo qualcosa di così sfuggevole per l’umana ragione, non dona a nessuno il diritto di ritenersi custode della piena verità. Le cause dei conflitti che insanguinano l’Europa di Mandeville sono, dietro al “paravento” religioso, l’uso politico che della religione viene fatto e le pretese di verità assoluta degli ecclesiastici che, essendo uomini come tutti, anch’essi non sfuggono agli impulsi delle loro passioni. Dubbio e rispetto sono le medicini che il medico olandeseprescrivere per stemperare il clima di intolleranza che attanaglia il suo tempo.

Nel 1723 viene edita la seconda edizione della Favola delle api. Tra le aggiunte, quella senza dubbio più rilevante è costituita dal Saggio sulla carità e sulle scuole di carità. In questo scritto la critica mandevilleana prende di mira le istituzioni create, sotto l’impulso di un’ampia campagna moralizzatrice, con l’obbiettivo di combattere il malcostume soprattutto nel ceto popolare. Mandeville, provocando l’indignazione generale, giudica l’intero movimento come mosso dalle medesime passioni egoistiche già ampiamente descritte nei suoi lavori precedenti. La compassione, secondo il suo metro di giudizio, non consiste in una partecipazione dolorosa alla sofferenza altrui, ciò che spinge un individuo ad agire anche in questo caso non è certo un moto disinteressato e virtuoso, ma l’impulso egoistico a liberarsi di uno sgradevole senso di disagio che la vista della sofferenza provoca, unito al solito desiderio di accaparrarsi il pubblico elogio mostrando una condotta caritatevole. Ma il pungente attacco non si ferma a questo “smascheramento”, Mandeville aggiunge una propria considerazione ritenendo che tali opere, oltre a non avere niente di genuina carità, è anche dannosa socialmente: dando un’istruzione al ceto popolano, possono creare seri danni in un futuro per l’economia e per la società nel suo complesso. Molto meglio, per Mandeville, poter disporre di una massa lavorativa incolta da potere utilizzare come base per il contonuo sviluppo che incentivarli ad un’ improponibile “scalata sociale”.

Le continue accuse di voler diffondere diffondere immoralità e vizio, portarono Mandeville a publicare nel 1725 un seguito alla Favola delle api. Nei Dialoghi tra Cleomene ed Orazio, Mandeville si confronta ancora una volta con i moralisti ribadendo conto di essi la propria tesi sull’importanza dell’orgoglio, dell’indole egoistica, nella natura umana. La socievolezza non è il punto di partenza, ma il frutto dello sviluppo delle capacità umane: “L’errore -sia di Shaftesbury che di Hobbes- è stato quello di attribuire agli uomini nello stato di natura caratteristiche che sono esse stesse risultato dei processi di civilizzazione” (p. 114). La strada che conduce alla socievolezza, è da Mandeville suddivisa in tre tappe: la formazione dei primi nuclei familiari, in cui l’uomo trova soluzione al suo bisogno di sicurezza verso l’eterno, questo rappresenta il primo passo verso la civiltà; il secondo passo viene generato dall’orgoglio e dall’ambizione innata nell’uomo che portano alla creazione di una figura carismatica che faccia valere delle regole che appianino i conflitti interni; con l’invenzione della scrittura si ha infine il terzo passo verso la società civile: le consuetudini vengono ora fissate per iscritto in leggi e regole.

L’ultimo scritto mandevilleano, una sorta di testamento, è un pamphlet in risposta all’ennesimo attacco. In queste pagine Mandeville chiarisce definitivamente il proposito del proprio studio: i moralisti fanno affidamento su una nozione di natura che contiene in seno una preventiva valutazione morale. Confondono ciò che è acquisito con ciò che è proprio della natura umana. Il pensiero mandevilleano, il modo rigoroso ma disincantato di esaminare le azioni umane partendo dalla loro matrice passionale, si pone come fine quello di illustrare come ciò che negli uomini siamo abituati a chiamare “male”, sia in realtà una delle componenti fondamentali della società civile.

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