Per noi il corpo è molto più di uno strumento o di un mezzo;è la nostra espressione nel mondo, la forma visiva delle nostre intenzioni. Non è all'oggetto fisico che il corpo può essere paragonato, quanto piuttosto all'opera d'arte. MAURICE MERLEAU-PONTY

Cartesio

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Cartesio, nome italianizzato di Renè Descartes, nacque a Le Haye, in Francia, da famiglia nobile.

Studiò da ragazzo presso il rinomato collegio dei gesuiti di Fleche, nel 1616 si diplomò in legge all’Università di Poitiers.

Descartes non fu da subito filosofo, preferì prima arruolarsi come soldato nella Guerra dei trent’anni, ultimata l’esperienza bellica si recò a Parigi e vi rimase fino al 1928.

Qui cominciò la sua opera filosofica che continuò nell’isolamento dell’Olanda fino al 1649. In questo anno decise di accettare l’invito della regina di Svezia, desiderosa di approfondire gli studi filosofici, l’anno seguente Cartesio morì però di polmonite.

Opere principali: Il mondo o Trattato sulla luce (1629-1633); Diottrica, Meteore e Geometria (1637); Discorso sul metodo (1637); Meditazioni metafisiche (1641); I principi della filosofia (1644); Le passioni dell’anima (1649).

1. Preambolo: la necessità di una revisione critica del sapere

Il problema della ricerca filosofica cartesiana è la definizione di un nuovo metodo di ricerca e di indagine che sia il più possibile obbiettivo e certo, in grado di non commettere più errori. Le recenti rivoluzioni scientifiche avevano imposto la necessità di trovare un nuovo metodo di indagine che non fosse quello aristotelico, un metodo che si adattasse ai bisogni della scienza moderna, più rigorosa e sperimentale. Per questo Cartesio viene riconosciuto tra i fondatori della filosofia moderna, da Cartesio parte infatti quella critica dei metodi di indagine classici (propri della scienza e della filosofia greca e aristotelica), dalla quale si intende partire per rifondare la scienza, nel suo significato forte di tecnica che ricerca il vero e l’incontrovertibile.

Troppi errori, ad esempio, erano stati commessi da Aristotele e dai suoi successori in ambito fisico-cosmologico, come attestano scienziati moderni quali Copernico, Keplero, Galileo e Newton, si impose quindi la necessità di iniziare una critica della stessa filosofia, per accertare quali fossero stati gli errori di metodo che portarono alla formulazione di tesi sbagliate.

2. Le quattro regole del metodo

Cartesio formula così le regole del metodo di indagine moderno, un metodo che avrebbe dovuto portare la filosofia a non incorrere più in quei procedimenti sbagliati che avevano portato in errore certa filosofia classica:

1. La prima regola è l’evidenza: ovvero non si può accettare nulla che non abbia il carattere della chiarezza e della distinzione. E’ chiaro ciò che è evidente, la presenza e il manifestarsi della cosa stessa; è distinto ciò che non si confonde con le altre cose;

2. La seconda regola è l’analisi: il problema da affrontare non va affrontato nella sua intierezza ma scomposto prima nelle parti più semplici;

3. La terza regola è la sintesi: il problema scomposto nella sue parti semplici va ricostruito a partire da questi dati, una volta siano stati accettati e provati corrispondenti alla realtà in modo certo e incontrovertibile;

4. La quarta regola è l’enumerazione e revisione: ovvero la verifica dell’affermazione, una regola prudenziale che impone l’esigenza di rivedere ogni fase del processo critico in modo da eliminare eventuali errori residui.

3. ‘Cogito ergo sum’: il ‘cogito’ cartesiano

In relazione alla prima regola del metodo, Cartesio si trova davanti un problema tra i più complessi: quali aspetti del mondo si possono considerare chiari e distinti in modo da prenderli a modello come origine di tutti i passaggi successivi?

Cartesio afferma che occorre dubitare di tutto ciò che non è percepito come chiaro e distinto, quindi non può nemmeno fare affidamento sui sensi e sulle percezioni sensibili, in quanto nulla prova che le nostre percezioni siano realmente corripondenti alla realtà (Cartesio afferma che “non vi sono indizi concludenti né segni abbastanza certi per cui sia possibile distinguere nettamente la veglia dal sonno”), né esiste prova certa riguardo alle regole matematiche e della geometria (Cartesio ipotizza un Dio talmente onnipotente da essere un dio ingannatore, un dio che ci inganna volutamente su quelle conoscenze che riteniemo più sicure e universali). Tale atteggiamento di critica radicale alla corretta corrispondenza tra realtà e pensiero viene definito dubbio iperbolico.

Cosa resiste, allora, a questa critica radicale? La risposta di Cartesio è che l’unico aspetto della realtà che viene percepito indubbiamente in modo chiaro e distinto è il pensiero entro il quale il dubbio viene espresso: l’esistenza incontrovertibile di tale pensiero permette di affermare quindi cogito ergo sum (penso dunque sono). Il pensiero (cogito) è quell’entità minima che resiste al dubbio iperbolico e dalla quale si può partire per iniziare ogni ragionamento successivo.

Mentre tutta la filosofia antica e premoderna aveva considerato un punto fermo l’esistenza indipendente del mondo, aveva dato cioè per scontanto che il mondo esiste indipendentemente dagli uomini e dalle loro coscienze (tesi che si definisce “realismo”), con Cartesio, e la sua riflessione sul cogito, si inaugura per la prima volta l’atteggiamento per cui si inizia a porsi come problema il reale rapporto di corrispondenza che intercorre tra il mondo e il contenuto del pensiero.

“Nella prospettiva realistica, gli enti della natura e, una volta prodotti, anche i manufatti dell’uomo, esistono anche senza il pensiero: sono cose extrasoggettive. La filosofia monderna mostra invece che non solo i nostri stati inerti, psichici, ma anche gli oggetti esterni, la terra, gli alberi, il cielo, gli astri e tutti gli enti della natura sono dei pensati.” (E. Severino, La filosofia moderna).

 4. I tre generi di idee e l’esistenza provata di Dio

Le idee sono il contenuto immediato del pensiero, esse si dividono in tre generi: idee innate, idee avventizie e idee fattizie.

Le idee innate sono quelle idee che sono presenti nell’uomo fin dalla nascita, esse sono verità in qualche modo impresse nel pensiero stesso e alle quali ogni uomo non può sottrarsi;

Le idee avventizie provengono dal mondo esterno al pensiero, dal mondo in cui il pensiero agisce, dal mondo della natura fisica e della percezione sensoriale.

Le idee fattizie sono tutte quelle idee false che non hanno nessun riscontro con la realtà delle cose, sono le idee appartenenti alla fantasia e alla falsificazione, inventate dal soggetto pensante.

Ora, Cartesio si pone il problema dell’idea di Dio: questa idea sembra avere in sé il carattere della perfezione assoluta come già aveva affermato Sant’Anselmo. L’uomo è di per sé imperfetto, malgrado ciò nel suo pensiero alberga l’idea di un essere perfettissimo, ciò dimostra come questa idea gli provenga da un essere più perfetto di lui. Si noti comunque come Cartesio dubiti originariamente dell’esistenza di Dio, antecedendo alla Sua esistenza necessaria la certezza del cogito (tale procedimento trovera la sua critica nella filosofia di Spinoza).

L’esistenza di un Dio perfetto e infinito si rivela nell’esistenza delle idee innate, in quanto non può derivare né dalle idee avventizie (che hanno in sé i limiti della natura finita) né tantomeno dalle idee fattizie (le quali sono inventante dall’uomo, imperfetto e finito per natura). La definizione di Dio come essere perfettissimo, eterno e immutabile implica l’impossibilità stessa di una nozione prodotta dall’imperfezione e dall’instabilità umana. Ciò che produce un’idea che ha in se il concetto di perfezione deve necessariamente essere perfetto, il solo pensare l’assoluta perfezione divina implica perciò la reale esistenza di Dio.

Se Dio esiste, perfetto e infinito (“sostanza infinita, eterna, immutabile, onnisciente, onnipotente, e dalla quale io stesso, e tutte le altre cose… siamo stati creati e prodotti”), deve avere in sé anche la qualità di non essere un Dio ingannatore, in quanto essere benevolo: Dio non ci vuole ingannare, gli assiomi della matematica, della fisica e della geometria sono sicuri e incontrovertibili come sembrano, da ciò ne deriva che oltre al pensiero esiste anche la materia.

Con la dimostrazione del Dio benevolo e non ingannatore, dunque, Cartesio riesce a dimostrare anche la reale esistenza del mondo materiale, nonché la validità delle leggi matematiche e geometriche che sono espresse dal mondo stesso. La dimostrazione di Dio avviene grazie alla gerarchia della cause, per cui un ente finito e imperfetto (l’uomo che dubita, ossia che “non è in grado di sapere ogni cosa”) non può produrre l’idea innata di un ente infinito e perfetto (Dio onnipotente, “che tutto sa”). ll fatto poi che l’idea di Dio come essere perfetto può essere presente nell’uomo solo come idea innata (si veda il perché due paragrafi sopra) garantisce che tale idea è stata impressa nella mente dell’uomo, di tutti gli uomini, da Dio stesso: solo Egli è in grado di creare nella mente di tutti gli uomini una stessa idea. Ed ecco che Dio esiste.

 5. ‘Res cogitans’ e ‘Res extensa’

Una volta provata l’esistenza anche della materia, oltre che del cogito, Cartesio divide la realtà in due sostanze distinte:

Res cogitans (=cosa pensante), il cogito, il pensiero, ciò che produce le idee, ovvero il contenuto del pensato. La res cogitans è inestesa, ovvero è priva di dimensione spaziale e temporale, non occupa uno spazio definito e non vive un tempo determinato, è dimensione spirituale infinita, senza limiti; sostanza soggettiva. Il pensiero ha la proprietà di avere coscienza di sé.

Res extensa (=cosa estesa), il mondo materiale, finito, determinato, entro il quale i corpi e gli oggetti occupano un certo spazio e vivono una certa temporalità; sostanza oggettiva. Le cose estese hanno la proprietà di non essere consapevoli di sé e di sottostare alla meccanica della rapporto causa/effetto.

Per Cartesio anima e corpo (ovvero res cogitans e res extensa) sono due realtà (o due sostanze) ben distinte, le quali trovano però un punto di incontro nella ghiandola pineale. E’ questa ghiandola che permette alla materia di influire sullo spirito: qualsiasi sensazione fisica passa da questa ghiandola per trasmettersi allo spirito. La ghiandola pineale è quindi l’organo esteso che permette alla sostanza inestesa di penetrare nei corpi e ai corpi di dialogare con la sostanza inestesa.

 6. Il corpo è una macchina

Per Cartesio l’anima è la res cogitans, ovvero il cogito, il pensiero. Tutto ciò che non è pensiero, compreso il corpo umano e compresa la vitalità stessa che lo anima, è un fatto puramente meccanico. Affascinato dalla nascente scienza meccanica, Cartesio definisce il corpo umano come una macchina estremamente raffinata, un congegno meccanico le cui giunture e i cui movimenti sono paragonabili e riconduciblii ai sistemi idraulici, il cervello un quadro di comando (Cartesio come teorizzatore della robotica?).

Questa visione estremamente meccanicistica del corpo umano porta alla conseguenza che la vita stessa contenuta nei corpi non è altro che una conseguenza di cause meccaniche e che ciò che muove i corpi è indipendente dall’anima, l’anima non è la vita, la vità è conseguenza delle propietà meccaniche dei corpi.

 7. La geometria euclidea come modello conoscitivo

 La deduzione, ovvero il fare derivare razionalmente da assunti indiscutibilmente certi la verità, è il metodo logico da seguire nell’analisi. Ecco allora che il metodo dell’indagine deve prendere a modello la geometria euclidea, la quale, da cinque soli assunti indiscutibili, fa derivare una quantità esponenziale di teoremi.

Il problema fondamentale è allora trovare dei postulati di partenza certi dai quali dedurre le conclusioni. In particolare le conclusioni vanno raggiunte attraverso una catena ininterrotta di inferenze (passaggi logici) seguendo il modello della geometria, la quale perviene a conclusioni semplici malgrado la lunghezza di certe catene logiche.

Da qui si può capire il problema fondamentale della filosofia di Cartesio, ovvero l’impegno di cercare basi solide, chiare e distinte, sulle quali costruire tutto il successivo edificio filosofico.

8. Le regole della morale provvisoria

Per ciò che riguarda la morale, Cartesio distingue le azioni dalle affezioni: Le prime sono gli atti volontari, le seconde i comportamenti dettati dai sensi e dalle emozioni, atti involontari. La saggezza (come già per i filosofi ellenici) deriverebbe dal non lasciarsi sopraffare dalle affezioni, non tanto perchè siano nocive, ma poiché non permettono una analisi oggettiva delle cose e del mondo.

Tuttavia vi sono alcune regole, che Cartesio chiama regole della morale provvisoria, che possono bastare per vivere una vita moderata e saggia:

 1. L’obbedienza alle leggi e ai costumi del paese in cui si vive;

2. Il perseverare nelle azione che un uomo ritiene indubbiamente valide;

3. Cambiare se stessi e non il mondo, tentare di vincere le proprie paure e non la fortuna;

4. Indagare il vero, sempre e con metodo.

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