Per noi il corpo è molto più di uno strumento o di un mezzo;è la nostra espressione nel mondo, la forma visiva delle nostre intenzioni. Non è all'oggetto fisico che il corpo può essere paragonato, quanto piuttosto all'opera d'arte. MAURICE MERLEAU-PONTY

Charles Baudelaire

Baudelaire1Baudelaire è stato un poeta e un grande critico, tra i maggiori studiosi dei problemi estetici del suo tempo. La sua arte poetica è così molto complessa, non facilmente racchiudibile o esauribile in formule. Con la perfezione musicale del suo stile e con l’esattezza «matematica» (come la definiva) delle metafore, ha contribuito all’elaborazione del concetto di «poesia pura» che aprì la strada al simbolismo, allo sperimentalismo di Mallarmé, movimenti che fecero da ponte tra la poesia romanticista e quella successiva, del XX secolo. Baudelaire ha sempre insistito molto sul ruolo dell’intelligenza nella creazione artistica, opponendosi all’ideale romanticista dell’inconsapevolezza del genio. Accogliendo e sviluppando alcune suggestioni teoriche di Poe, formulò un concetto di enorme portata critico-storica: il concetto della specificità della poesia. Baudelaire fu il primo a definire in teoria e in pratica, la poesia, separandola da tutti gli altri campi con i quali fino ad allora la si era confusa: eloquenza, moralità, filosofia, psicologismo, storia. Ha scritto *Valéry: ” ‘I fiori del male’ non contengono né poemi né leggende, né altro che abbia a che fare con una forma di racconto. Non vi è alcuna tirata filosofica. La politica è del tutto assente. Le descrizioni, rare, sono sempre dense di significato. Tutto, invece, è incanto, musica, sensualità astratta e potente”. La specificità della poesia, per Baudelaire, non va ricercata esclusivamente nel campo del linguaggio, come invece faranno Mallarmé, Valéry e i loro continuatori. Ma nel campo dell’immaginazione: «solo l’immaginazione contiene la poesia», scrisse Baudelaire. Anche i romanticisti avevano sviluppato un loro concetto di immaginazione, ma per Baudelaire non si trattava dell’immaginazione romanticista, intesa come forza istintiva e selvaggia, destinata a far violenza alla natura. L’immaginazione del poeta, per Baudelaire, deve ordinare la natura, riunire in un’unica armoniosa percezione intellettuale l’universo che i nostri sensi percepiscono come incoerente e contraddittorio: «io voglio illuminare le cose con il mio spirito e proiettarne il riflesso sugli altri spiriti». Il poeta è il traduttore, il «decifratore dell’analogia universale», colui che traduce i «geroglifici» del mondo (come li chiama ne “I paradisi artificiali”) e coglie le «corrispondenze» della natura, i sottili misteriosi legami attraverso i quali «i profumi, i colori e i suoni si rispondono». In Baudelaire è un forte e consapevole uso dell’analogia, e della sinestesia. Sempre la sua scrittura (scrittura-vita) ha una caratteristica analogica, anche nella prosa critica è vasto l’uso della sinestesia («musica del quadro», «stupendi accordi di colore»): analogia e sinestesia non sono elementi esterni, ma sono tutt’uno con una concezione di vita, in cui le varie arti, romanticisticamente, coesistono nel tentativo di esprimere l’intersecarsi delle parti, la complessità e varietà del mondo che non è esauribile all’umano. Baudelaire non è stato solo il poeta delle «corrispondenze», decifratore della segreta armonia dell’universo. La sua validità sta anche nell’essere non relegabile al solo concetto della «poesia pura» e agli sviluppi simbolistici. La sua poesia è capace di cogliere e raffigurare i più segreti moti della sensibilità e della coscienza. La sua è una adesione non solo intellettuale, ma ‘di corpo’ con ogni forma di vita, compresi il vizio la malattia e la morte. Con potente naturalezza ha saputo includere in sé, rendendole oggetto di poesia, le nuove dimensioni di realtà aperte alla rivoluzione borghese e industriale: la realtà urbana per esempio, di cui Baudelaire è stati il primo interprete in poesia: si pensi solo alla sezione de “I fiori del male” intitolata Quadri Parisni (Tableaux parisiens). Insieme alla osservazione complice e ardente della vita in ogni sua forma, dalla più pura alla più perversa, ciò che non ha mai smesso di attirarlo, ferirlo, colmarlo di sofferenze e di voluttà, è stato lo spettacolo intimo e crudele della propria angoscia, della propria solitudine, del proprio immenso, immensamente insoddisfatto bisogno d’amore. La noia, lo spleen, termini che ricorrono frequentemente nelle sue pagine, non sono solo atteggiamenti snobbistici o estetizzanti. Ma anche simboli esatti e spaventosamente sinceri della condizione esistenziale di un uomo profondamente attaccato alla vita, dotato di una sensualità aperta e dolorosa, che non ha potuto (o voluto) sottrarsi alla certezza di essere un escluso, un disadattato, un oggetto di incomprensione e di scherno. Centrale in questo senso è la tensione tra «spleen» e «idéal», tra una cupa vertigine esistenziale e un anelito religioso e contemplativo, tra un senso amaro della solitudine dell’artista e l’attrattiva ammaliante del «viaggio». E’ una tematica contraddittoria, che percorre non solo la produzione poetica, ma anche gli scritti autobiografici e le rimanenti opere in prosa.

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