Per noi il corpo è molto più di uno strumento o di un mezzo;è la nostra espressione nel mondo, la forma visiva delle nostre intenzioni. Non è all'oggetto fisico che il corpo può essere paragonato, quanto piuttosto all'opera d'arte. MAURICE MERLEAU-PONTY

David Hume

David Hume

David Hume

Hume nasce ad Edimburgo. Hume è talmente attratto dalla filosofia che decide di studiarla anche contro il volere del padre, che gli avevo imposto lo studio del diritto. Già a diciott’anni sviluppa i concetti base del suo pensiero, ma studia così intensamente che deve pagare il prezzo a tanto impegno con una lunga fase di depressione. Malgrado ciò non riuscirà ad entrare nei circoli accademici del paese, spaventati dall’estremo scetticismo delle sue tesi.

 In seguito viaggia in Francia dove diviene segretario dell’ambasciatore inglese ed entra in contatto con i circoli illuministi. Scrive anche una monumentale Storia dell’Inghilterra, dalla quale trarrà quella fama che non riuscì a raggiungere con il suo lavoro filosofico.

 Opere principali: Saggi morali e politici (1742); Dialoghi sulla religione naturale (1751); Storia naturale della religione (1754); Ricerca sull’intelletto umano (1748-1759).

1. Impressione e idea

Analizzando il rapporto tra pensiero e realtà materiale, Hume afferma che esistono nella mente due forme di rappresentazione dei fenomeni: l’impressione e l’idea. L’impressione è la sensazione immediata e intensa che proviamo di fronte a un fenomeno; l’idea è il ricordo, molto più blando ed elaborato, dello stesso fenomeno. L’impressione viene quindi a configurarsi come elemento emotivo-irrazionale, mentre l’idea si configura come immagine razionale e sedimentata, racchiusa nel “sistema-memoria”, dell’impressione.

Tanto le idee quanto le impressioni possono essere semplici o complesse: quelle semplici sono le rappresentazioni che riguardano un aspetto semplice e immediatamente percepibile della realtà, le sue qualità primarie; quelle complesse sono le rappresentazioni che elaborano e uniscono più rappresentazioni semplici.

Esempio: L’idea di un limone è una rappresentazione complessa in quanto unisce un certo numero di idee semplici quali il colore giallo, la forma, il profumo e la polpa. La stessa cosa vale per le impressioni. L’impressione complessa è l’impressione immediata che riceviamo dalla vista di un limone, nella suo complesso, l’impressione semplice si riferisce alle singole qualità del limone: l’impressione che ci viene dal suo colore, dal suo profumo, dalla sua polpa, dalla sua forma.

Come si può notare, la filosofia di Hume si attiene ad una visione scrupolosamente empirica della realtà, per cui oggetto dell’indagine filosofica sono le sole percezioni immediate e verificabili: attorno ad esse, e a nessun altro dato, si svolge l’analisi dei fenomeni che accadono nella realtà, percepita con semplicità ed immediatezza dai sensi.

2. Non esiste alcuna sostanza

Che cos’è la sostanza? Esiste veramente qualcosa di necessariamente esistente anche se non percepibile?

Sempre nell’ambito della sua visione empirica, Hume sostiene che è impossibile affermare l’esistenza di una sostanza sottostante alla percezione: può esistere in realtà un insieme di qualità semplici che unite compongono il concetto di una sostanza particolare. Cosa significa? Il fatto che un insieme di qualità semplici delle cose sia riassunta in una parola che le indichi unitariamente non vuol dire che esista un’unica qualità preesistente a quell’insieme di percezioni (il fatto che percepiamo il cane come insieme di certe qualità semplici non significa che esista a priori la sostanza cane).

Non c’è nulla sotto l’insieme di certe qualità che faccia supporre l’esistenza certa di una sostanza causa di tali qualità (il cane è l’insieme di certe qualità, come la qualità di avere quattro zampe, una coda e un muso più o meno allungato, è questo insieme che lo fa essere cane e non una sostanza anteriore alla percezione di tali qualità).

Ciò che critica Hume è quindi la possibilità platonica e aristotelica che esistano non solo oggetti immutabili, che trascendono il mondo sensibile e che sono rappresentazioni ideali di una certa cosa (simili a matrici), ma che la stessa sostanza delle cose, percepita come cosa a sé, possa esistere aldilà della contingenza particolare delle cose stesse.

Da tutto questo deriva poi che l’io, la mente pensante, non esiste in quanto sostanza ma in quanto flusso di percezioni, ovvero la mente non sarebbe altro che un insieme di elaborazioni e riflessioni che si succedono continuamente e velocissimamente una dopo l’altra, senza interruzioni.

Tale visione va quindi contro all’affermazione cartesiana della res cogitans come sostanza. Hume sembra negare, in tutta la sua filosofia, che la sostanza sia qualcosa di esistente “in sé” e “a sé”: in realtà, sostiene sempre Hume, le cose hanno già una loro contigenza specifica che le fa essere ciò che sono, hanno già un loro significato, senza il bisogno di attribuire loro altre qualità che non siano già quelle evidenti alla percezione.

3. La critica al rapporto causa/effetto

La tesi più celebre della filosofia di Hume è la critica al rapporto di causa/effetto che lega gli eventi tra loro. Hume afferma che non vi sono abbastanza elementi per cui si può dire che un certo evento sia seguito sempre da determinate conseguenze, ovvero non esiste certezza che da una certa causa possa derivare necessariamente un certo effetto.

Il rapporto causa/effetto ci dice che ad una certa azione corrisponde una certa conseguenza, come, ad esempio, il fatto che una palla di biliardo ne tocchi un’altra implica che la seconda cominci a muoversi. Se osserviamo il comportamento delle palle da biliardo per la prima volta, senza sapere nulla delle leggi della fisica e senza mai avere sperimentato un’esperienza del genere, difficilmente sapremo predire ciò che succederà.

Hume sostiene allora che l’esistenza di un rapporto causale tra la causa e l’effetto, non ci viene dalla prova che tale rapporto esiste realmente, ma solamente dall’abitudine di notare sempre le stesse conseguenze abbinate a certe azioni.

L’abitudine è allora la tendenza della psiche umana a individuare indebitamente leggi di regolarità in rapporto ad eventi che si ripetono con una certa costanza (ad esempio, finché due palle da biliardo, scontrandosi, produranno il moto di una di esse, l’uomo tenderà a pensare che esiste una legge che lega tra loro gli eventi dell’urto e del moto successivo, in realtà nulla esclude che anche dopo miliardi di possibilità, le palle si rifiutino di muoversi). L’uomo si lascia guidare nell’acquisizione delle sue certezze dall’abitudine, dalla naturale tendenza di considerare la ripetizione di un evento come regola universale.

Tale visione risulta una tra le più radicali forme di scetticismo attorno alle leggi razionali della natura, una forma di scetticismo che verrà ripresa in epoca moderna da Popper per formulare la sua critica al metodo induttivo.

4. La morale della simpatia (ovvero del coinvolgimento emotivo)

Secondo Hume non esiste una morale universale, un concetto di bene assoluto applicabile in tutte le situazioni e in tutti i momenti storici, esiste invece un concetto del bene relativo alle diverse situazioni imposte dalle circostanze, dal luogo e dal tempo (anche la morale si fa empirica).

In particolare Hume sostiene che, sebbene la ragione non neghi la possibilità di una corretta conoscenza del bene, gli uomini siano guidati nelle loro considerazioni etiche e morali più dai sentimenti che dalla fredda logica razionale.

Le massime etiche universali raggiunte per mezzo della ragione solo solamente la generalizzazione di casi etici personali guidati dal sentimento. Per conoscere il vero concetto del bene occorre quindi estrapolarlo dai casi etici reali, dai singoli slanci umani che antepongono l’interesse collettivo all’interesse personale. Ecco allora che il bene della collettività è perseguibile solamente attraverso l’incoraggiamento del trasporto emotivo verso il nostro prossimo.

Dunque il personale sentiero filosofico percorso da Hume nell’ambito dell’empirismo porta ad una critica dell’eccesso di razionalismo, inteso come eccedere non necessario della ragione, e a una maggiore attenzione verso gli aspetti semplici delle percezioni: tale critica della ragione porta Hume ad affermare che la morale dell’uomo deve affidarsi maggiormente ai sentimenti, visti come impressioni della mente, ovvero ciò che nella nostra mente è prodotto dall’impressione immediata, e quindi più autentica, dei fenomeni.

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