Per noi il corpo è molto più di uno strumento o di un mezzo;è la nostra espressione nel mondo, la forma visiva delle nostre intenzioni. Non è all'oggetto fisico che il corpo può essere paragonato, quanto piuttosto all'opera d'arte. MAURICE MERLEAU-PONTY

Étienne Bonnot de Condillac

Étienne Bonnot de Condillac.

Étienne Bonnot de Condillac.

«Condillac ha operato, nell’ambito dell’Illuminismo francese, il più rigoroso tentativo di svolgimento in senso autenticamente filosofico dell’empirismo di Locke. Mentre la maggior parte dei philosophes, sull’esempio di Voltaire, si accontentarono di riprendere la polemica anticartesiana e i temi più noti del filosofo inglese, l’autore del Trattato delle sensazioni [= Condillac] andò oltre agli insegnamenti del maestro inglese, proponendosi di mostrare come dalla sola sensazione, mediante trasformazioni e svolgimenti, nasca tutta la vita conoscitiva e psichica dell’uomo» (Michelangelo Ghio).

La teoria gnoseologica di Condillac è, in qualche modo — e così si è imposta nella tradizione storiografica — la gnoseologia dell’illuminismo, dove l’empirismo di Locke viene ridotto a una chiara forma di sensismo dominato dall’unico principio della sensazione.

E, in realtà, «due autori hanno soprattutto ispirato Condillac: Locke e Newton. Da Locke ha desunto il metodo analitico e le tesi fondamentali della sua gnoseologia. Da Newton ha desunto l’esigenza di ridurre ad unità il mondo spirituale dell’uomo così come Newton aveva ridotto a unità, con la legge della gravitazione, il mondo della natura fisica» (Nicola Abbagnano).

Étienne Bonnot, che fu poi abate di Condillac, nacque a Grenoble nel 1714 da agiata famiglia. Dopo la morte del padre, fu condotto a Lione, dove studiò presso il collegio dei gesuiti. Più tardi poté trasferirsi a Parigi, dove entrò nel seminario di Saint-Sulpice e proseguì gli studi teologici alla Sorbona.

Diventato prete nel 1740, si staccò progressivamente dagli studi di teologia per interessarsi esclusivamente a quelli filosofici.

Approfondì le teorie di Locke e di Newton. Lesse La Mettrie, Voltaire e Bacone ed entrò in contatto, anche tramite la sua protettrice madame de Tencin, con gli uomini più rappresentativi della cultura dell’epoca: Diderot, Fontenelle, Marivaux, d’Alembert, Rousseau.

Il primo lavoro filosofico di Condillac fu una Dissertazione sull’esistenza di Dio, che egli inviò all’Accademia di Berlino, allora presieduta da Maupertuis. In questa Dissertazione Condillac, partendo dall’ordine dell’universo e dal finalismo che in esso si manifesta, conclude all’esistenza di Dio.

Tuttavia, la prima opera di rilievo di Condillac fu il Saggio sulla origine delle conoscenze umane, pubblicato nel 1746. Ecco il fine che egli tentò di realizzare con quest’opera:

Il nostro scopo primo, che non dobbiamo mai perdere di vista, è lo studio dello spirito umano, non per scoprirne la natura, ma per conoscerne le operazioni, studiare in qual modo si svolgano, e come dobbiamo eseguirle al fine di acquistare tutta la conoscenza di cui siamo capaci. Bisogna risalire all’origine delle nostre idee, conoscerne la genesi, seguirle sino ai limiti che la natura ha loro imposto, pervenendo così a fissare l’estensione e i confini delle nostre conoscenze e a riformare radicalmente la dottrina dell’intelletto umano. Tali ricerche possono aver successo solo se condotte sulla base di osservazioni.

E l’intento di fondo che struttura l’opera è quello di ridurre «a un solo principio tutto ciò che concerne l’intelletto».

Nel 1749 apparve il Trattato dei sistemi. Qui, sviluppando le considerazioni metodologiche del Saggio, Condillac vuole smascherare le insidie che provengono dall’elaborazione di sistemi:

[L’inganno dei sistemi consiste] nell’illusione di acquisire in grazia loro conoscenze vere, mentre i nostri pensieri vertono intorno a parole prive per di più, di senso rigoroso.

I buoni sistemi, per Condillac, sono solo quelli che si fondano su fatti ben constatati. E in base a tale principio egli critica gli errori di filosofi che, come Cartesio, Malebranche, Leibniz o Spinoza, pongono a fondamento dei loro sistemi principi astratti e privi di contatto con l’esperienza sensibile fattuale.

Nominato, a seguito di queste sue pubblicazioni, membro dell’Accademia di Berlino, Condillac – dopo che erano state effettuate le prime operazioni di cataratta e in seguito alle discussioni, per esempio di Berkeley e di Diderot, sulla percezione, la visione e la realtà del mondo esterno – diede alle stampe nel 1754 la sua opera più sistematica: il Trattato delle sensazioni, in cui viene, sì, ripresa la tematica del Saggio, ma viene estesa e approfondita con quella acuta finezza che fece la fortuna di Condillac.

È proprio nel Trattato che Condillac porta il famoso esempio della statua, per il quale venne accusato di plagio nei riguardi di Diderot e Buffon, mentre i teologi (come: il padre La Roche e l’abate di Lignac) lo accusarono di materialismo.

Condillac rispose a Buffon l’anno seguente, e cioè nel 1755, con il Trattato degli animali nel quale inserì apposta anche la sua Dissertazione sull’esistenza di Dio, «per mostrare come il suo sistema conduca alla religione naturale e quindi esiga il ricorso alla verità rivelata» (M. Ghio).

Nel 1758 Condillac si trasferì a Parma come precettore di Ferdinando di Borbone, figlio del duca di Parma e nipote di Luigi XV. Questa sua permanenza a Parma esercitò considerevoli influssi su molti intellettuali italiani. A Parma egli restò sino al 1767. E qui scrisse (anche se lo pubblicò nel 1775) il suo Corso di studi, comprendente: la Grammatica, l’Arte di parlare, l’Arte di pensare, l’Arte di scrivere, una Storia antica e una Storia moderna.

Tornato a Parigi, appunto nel 1767, venne nominato membro dell’Accademia nel 1768.

Nel 1772, dopo aver rifiutato di fare il precettore dei tre figli del Delfino, si ritirò nel castello di Flux (Loira), presso la nipote, e qui rivide le sue opere, interessandosi inoltre a fondo di questioni agricole ed economiche. Nel 1776 pubblicò il lavoro Sul commercio e il governo considerati relativamente l’uno all’altro. L’opera venne duramente criticata dai fisiocratici. Su richiesta del conte Potocki, che intendeva utilizzarla per le scuole polacche, scrisse una Logica. Questa uscì nel 1780, anno della morte di Condillac. La Lingua dei calcoli apparve postuma nel 1798.

La sensazione come fondamento della conoscenza

Nel Saggio Condillac asserisce che: l’anima è distinta dal corpo; le conoscenze hanno la loro fonte nell’esperienza; il corpo è quindi la causa occasionale di ciò che si produce nell’anima; e la sensazione è distinta dalla riflessione.

Questa ultima distinzione, che Condillac riprende da Locke, viene però abbandonata nel Trattato delle sensazioni in cui la sensazione viene considerata come l’unico principio che determina tutte le conoscenze e insieme lo sviluppo delle facoltà umane. In tal modo Condillac intende andare al di là di Locke per trovare una base più solida al suo empirismo filosofico:

Locke si accontenta di riconoscere che l’anima percepisce, pensa, dubita, crede, ragiona, conosce, vuole, riflette e che noi siamo convinti dell’esistenza di tali

operazioni perché le troviamo in noi stessi ed esse contribuiscono al progresso delle nostre conoscenze; ma egli non ha sentito la necessità di scoprire il principio e la genesi di tutte queste operazioni.

È un fatto, prosegue Condillac, che a Locke «sia sfuggita la maggior parte dei giudizi che si uniscono a tutte le nostre sensazioni; […] abbia ignorato la necessità, per noi, di imparare a toccare, vedere, udire ecc.; [… che] tutte le facoltà dell’anima gli siano sembrate qualità innate e non abbia nemmeno supposto che potrebbero trarre origine dalla stessa sensazione».

Locke, inoltre, «distingue due sorgenti delle nostre idee, i sensi e la riflessione.

 Sarebbe più esatto ammetterne una sola, sia perché la riflessione si identifica all’origine con la sensazione stessa, sia perché essa non è tanto sorgente di idee quanto tramite mediante il quale esse fluiscono dai sensi».

Locke «ha contribuito molto a illuminarci», ma anche il pensiero di Locke deve essere corretto da una parte e approfondito dall’altra.

Difatti «risalire alla sensazione non era […] ancora sufficiente. Per scoprire i progressi di tutte le nostre conoscenze e facoltà, era cosa di estrema importanza distinguere ciò che dobbiamo a ciascun senso, ricerca che sinora non era stata ancora intrapresa».

Inoltre, occorre stabilire e dimostrare la verità di fondo:

Dalle sensazioni nasce tutto il sistema dell’uomo […]. Il giudizio, la riflessione, le passioni, tutte le operazioni dell’anima, in una parola, non sono che la sensazione stessa trasformata in diversi modi.

Ed è in questa verità che si incentra il Trattato delle sensazioni, «l’unica opera in cui l’uomo sia stato spogliato di tutte le sue abitudini. Studiando il sentimento nella sua genesi, ci si dimostra come acquisiamo l’uso delle nostre facoltà».

Ebbene, ecco come procede Condillac nella presentazióne della sua concezione. Quando noi abbiamo un’impressione che si esercita sui sensi, allora siamo dinanzi a una sensazione vera e propria. Quando, però, una «sensazione, che non si registra attualmente, si offre a noi come una sensazione già registrata», allora essa si dice memoria:

La memoria non è dunque altro che la sensazione trasformata.

D’altra parte, se «lo spirito si trova a essere occupato più particolarmente dalla sensazione che conserva tutta la sua vivacità», allora tale sensazione diviene attenzione.

Ma se l’attenzione si fissa su una sensazione in atto e su una sensazione registrata nella memoria, allora può istituirsi tra tali sensazioni una comparazione:

Ora [però] non si può compararle, senza percepire in esse qualche differenza o somiglianza: percepire tali rapporti significa giudicare. [Dunque,] le azioni del comparare e del giudicare non sono dunque altro che l’attenzione stessa: così la sensazione diviene successivamente attenzione, comparazione, giudizio.

E, giudicando dei vari aspetti delle nostre sensazioni,

l’attenzione […] è come un lume, che si riflette da un corpo a un altro per illuminarli tutti e due, e io la chiamo riflessione. La sensazione, dopo essere stata attenzione, comparazione, giudizio, si identifica dunque ancora con la riflessione stessa.

A fondamento della nostra conoscenza c’è pertanto la sensazione. La conoscenza è solo sensazione trasformata. Ora, però, cos’è che in qualche modo non permette all’anima di naufragare in un oceano di sensazioni indifferenti, di cui ognuna vale tanto quanto tutte le altre? Che cos’è che produce l’attenzione? Questa la risposta di Condillac:

È il piacere o il dolore che, interessando la nostra capacità di sentire, produce l’attenzione dalla quale emergono la memoria e il giudizio.

Confrontiamo stati presenti e passati per vedere se siamo meglio o peggio. Giudichiamo il godimento di un bene che ci è necessario. La memoria, l’attenzione, la riflessione e l’immaginazione sono guidate dal piacere e dal dolore:

Il desiderio non è […] altro se non l’azione delle stesse facoltà che si attribuiscono all’intelletto, la quale, essendo rivolta verso un oggetto dall’inquietudine causata dalla sua privazione, vi, indirizza anche l’azione delle facoltà del corpo. […] Dal desiderio nascono le passioni, l’amore, l’odio, la speranza, il timore, la volontà. Tutto ciò, ancora una volta, non è dunque altro che la sensazione trasformata.

[Piacere e dolore sono quindi] l’unico principio dello sviluppo delle nostre facoltà [… e] le nostre conoscenze e le nostre passioni sono effetti del piacere e del dolore che accompagnano le impressioni dei sensi. Più si rifletterà, e più, ci si

persuaderà che quella è l’unica sorgente della nostra intelligenza e dei nostri strumenti.

Una statua interiormente organizzata come noi e la costruzione delle funzioni umane

Al fine di rendere chiara l’idea che tutte le conoscenze derivano dalle sensazioni e che tutte le facoltà dell’anima devono il loro sviluppo alle sensazioni, Condillac immagina una statua:

una statua interiormente organizzata come noi e animata da uno spirito privo peraltro di ogni specie di idee.

Suppone inoltre che la superficie della statua sia di marmo, sì da non permettere «l’uso di alcun senso» e si riserva «la libertà di schiuderli [i sensi] ad arbitrio, alle diverse impressioni delle quali sono suscettibili».

Condillac inizia col dare alla statua il senso dell’odorato, e le vien fatto sentire l’odore d’una rosa. Subito nella statua si genera l’attenzione:

Al primo odore, la capacità di sentire della nostra statua è interamente volta all’impressione che si produce sul suo organo; [… la statua] comincia a gioire e a soffrire, poiché, se la capacità di sentire è tutta rivolta a un odore gradito, è piacere; se è tutta rivolta a un odore sgradevole, è dolore.

Ma non solo nasce l’attenzione; sorge anche la memoria, giacché

l’odore che (la statua] sente non le sfugge interamente allorquando il corpo odoroso cessa di agire sul suo organo.

La statua, poi, sentirà altri odori e li paragonerà, formando giudizi; e potrà anche immaginare. Ecco, dunque, che con l’uso di un solo senso (e di un senso che «fra tutti i sensi è quello che sembra meno contribuire alle conoscenze dello spirito umano») la statua «ha contratto parecchie abitudini».

E Condillac pensa di aver dimostrato, attraverso l’analisi di un solo senso, che «la sensazione involge tutte le facoltà dell’anima»: in altre parole, le operazioni dell’intelletto e della volontà (il giudizio, la riflessione, i desideri, le passioni ecc.) sono soltanto sensazioni che si trasformano.

Dopo l’analisi dell’odorato, Condillac svolge considerazioni analoghe per l’udito, il gusto e la vista, e fa notare come con le sensazioni percepite attraverso questi sensi la statua «aumenti il numero di modi di essere», come «la catena delle sue idee divenga più estesa e varia», e come i suoi desideri e i suoi godimenti si moltiplichino.

Tuttavia, sebbene i sensi dell’odorato, del gusto, dell’udito e della vista aumentino le idee e potenzino la vita della statua, la statua non ha ancora l’idea di una realtà esterna diversa dalle sensazioni che percepisce. E questa idea, l’idea del mondo esterno, le viene dal tatto. Al tatto Condillac attribuisce particolare importanza. È al tatto che si deve quel sentimento dell’azione reciproca delle parti del corpo, sentimento che Condillac chiama sentimento fondamentale.

Ma poi, quando la statua stende le sue mani su di un corpo estraneo, questa sensazione le permette di scoprire il mondo esterno al quale attribuire la causa delle nostre sensazioni. In tal modo Condillac risolve la questione della oggettività delle nostre conoscenze. E tuttavia — anche in questo modo — non tutti i problemi sono risolti, come è per l’esistenza o meno nella realtà delle qualità secondarie. La statua, infatti, si chiederà:

Ci sono realmente, negli oggetti, suoni, sapori, odori, colori?

Senonché, secondo Condillac,

la statua non ha bisogno di una certezza maggiore di quella che ha: l’apparenza delle qualità sensibili basta a farle nascere desideri, a illuminarla nella sua condotta e a formare la sua felicità o infelicità, mentre, d’altra parte, la dipendenza in cui si trova dagli oggetti, ai quali deve per forza riferire le sue sensazioni, non le permette di dubitare che non esistono altri esseri al di fuori di sé. Ma poi, qual è la natura di questi pensieri? Essa l’ignora, e noi ne sappiamo quanto lei: tutto quello che sappiamo è che noi li chiamiamo cose.

Esprimendo un giudizio su queste teorie di Condillac, Mario Dal Pra scrive che: «Nessuno dei pensatori che, prima di Condillac, si erano richiamati al valore dell’esperienza, era arrivato a intenderla come capace di integrare la natura e di produrre le facoltà dell’anima; con la nuova dottrina non solo l’insieme delle conoscenze, lungi dall’essere innato, si viene costruendo, ma anche l’insieme delle funzioni umane, anziché essere compiute fin dall’inizio, si viene producendo in dipendenza della semplice sensazione».

II dannoso gergo dei metafisici e la scienza come una lingua ben fatta

Una tale concezione della conoscenza non va a urtare, secondo Condillac, contro la più generale visione spiritualistica dell’uomo, della vita e del mondo. In fondo, dentro la statua c’è un’anima, la statua è «interiormente organizzata come noi».

L’anima esiste ed è distinta dal corpo. E, secondo Condillac, si può provare anche che lo spirito è immortale; e che Dio esiste. Dunque, non contrario alla concezione spiritualistica della vita, Condillac, sempre in base ai suoi presupposti gnoseologici, è però avverso ai sistemi metafisici.

E nel Trattato dei sistemi, egli distingue tre specie di sistemi:

a i sistemi che si fondano su principi che non sono altro che massime molto generali e astratte;

b i sistemi che assumono per principi ipotesi anch’esse astratte e concepite per rendere ragione di fatti non spiegabili in altro modo;

c e, da ultimo, ci sono i sistemi che affondano le loro radici in fatti bene stabiliti.

E su principi astratti e generalissimi, senza contatto con la realtà, sono state costruite le metafisiche di Cartesio, Malebranche, Spinoza, Leibniz, e non solo quelle più antiche. Condillac esercita una acuta critica nei riguardi di tali sistemi, nella persuasione che «i principi astratti sono inutili e pericolosi»:

L’educazione ha così tenacemente abituato gli uomini a contentarsi di nozioni vaghe, che sono pochi quelli capaci di risolversi ad abbandonare interamente l’uso di tali principi […]. Così i tristi effetti d’un tal metodo divengono spesso irrimediabili.

La critica ai sistemi metafisici si riduce dunque alla critica a quelle nozioni vaghe, astratte, che portano la maschera della conoscenza:

Sono stati i filosofi a condurre le cose a un tal punto di disordine. Essi hanno parlato tanto più impropriamente, quanto più hanno voluto parlare di tutto […]. Sottili, originali, visionari, inintelligibili, spesso hanno avuto l’aria di temere di non essere abbastanza oscuri, e di voler coprire con un velo le loro conoscenze vere o pretese tali. Così, nel corso di molti secoli, la lingua della filosofia non è stata che un gergo.

E si è stabilita la «deplorevole» massima secondo la quale non bisogna mettere in discussione i principi. In tal maniera, non dovendosi discutere i principi, ed essendo questi vaghi, incontrollati e incontrollabili, non c’è errore nel quale non si possa scivolare. Ecco allora come si comporta chi si propone di costruire un sistema metafisico:

Muovendo da un’idea preconcetta, spesso senza troppo approfondirla, comincia con il raccogliere tutte le parole che a suo giudizio hanno un qualche rapporto con quella. Chi, per esempio, vuol lavorare intorno alla metafisica si impadronisce delle seguenti: essere, sostanza, essenza, natura, attributo, proprietà, modo, causa, effetto, libertà, eternità ecc. Poi, con il pretesto che siamo liberi di attribuire a un termine le idee che vogliamo, li definisce a capriccio; l’unica precauzione che prenderà, sarà di scegliere le definizioni più comode per lo scopo che si propone. Per quanto bizzarre siano tali definizioni, vi saranno pur sempre tra loro determinati rapporti: eccolo dunque in diritto di trarne conseguenze e di affastellare ragionamenti a non finire […]. Concluderei dunque che le definizioni di parole sono divenute definizioni di cose e sarà pieno di ammirazione per la profondità delle scoperte che crederà di aver fatto.

Senonché, non si tratta affatto di scoperte, ma solo di ún cattivo linguaggio, privo di contatti con la realtà. E si capisce allora la grande attenzione che Condillac riservò ai segni, cioè al linguaggio.

Con i sistemi metafisici astratti non si fa altro che «accumulare errori senza numero, e lo spirito deve contentarsi di nozioni vaghe e di parole senza senso»; mentre con quella filosofia che è attenta ad analizzare le nozioni astratte e a ricondurle a sensazioni semplici e preoccupata dei corretti meccanismi stabilenti le relazioni tra le idee «si acquisisce un più limitato numero di conoscenze, ma si evita l’errore, lo spirito si fa retto ed elabora sempre idee rigorose». E questa è la via della scienza; e difatti:

Una scienza ben condotta non è che una lingua ben fatta.

[…E] l’analisi non c’insegnerà […] a ragionare se non in quanto, insegnandoci a determinare le idee astratte e generali, ci aiuterà a costruire bene la nostra lingua: tutta l’arte del ragionamento si riduce all’arte di parlare bene.

Dice ancora Condillac nella Lingua dei calcoli:

Le matematiche sono una scienza ben condotta, la cui lingua è l’algebra.

Rigore concettuale, correttezza argomentativa e aderenza all’esperienza sono ideali non di quella metafisica «ambiziosa, [che] vuole penetrare tutti i misteri, la natura, l’essenza degli esseri, le cause più nascoste», bensì di quella filosofia «più modesta, [che] adegua le proprie pretese di indagini alla debolezza dello spirito umano e tanto poco si cura di ciò che non potrà mai raggiungere, quanto è invece avida di ciò che può afferrare».

Tradizione ed educazione

Nonostante le critiche che a lui rivolge e le correzioni via via apportate alle sue idee, Locke fu il massimo ispiratore di Condillac, nel senso che lo condusse a obbedire alla sola esperienza, invece di affidarsi a gratuiti principi metafisici. Il filosofo francese, però, indagò nella vita psichica con rigore più accentuato, eliminando alcune «timidezze» del filosofo inglese. Condillac offrì alla cultura europea «una teoria organica dell’io che né Cartesio né Locke avevano dato, né avevano voluto dare» (Carlo A. Viano). Condillac scrisse, riassumendo il Trattato delle sensazioni:

Dalle sensazioni nasce dunque tutto il sistema dell’uomo: sistema completo le cui parti sono tutte legate e si sostengono reciprocamente.

Se le sensazioni venissero limitate al bisogno di nutrirsi, allora le capacità dell’uomo si intorpidirebbero, e si ripeterebbe

la situazione di un bambino di circa dieci anni, che viveva tra gli orsi, e che fu trovato,

nel 1694, nelle foreste che dividono la Lituania dalla Russia. Non dava nessun segno di ragione, camminava sui piedi e sulle mani, non aveva nessun linguaggio e formava suoni che non rassomigliavano per niente a quelli di un uomo. Passò molto tempo prima che potesse proferire alcune parole e lo fece anche in modo molto barbaro.

Occorre dunque educare i sensi dell’uomo, fornendo loro la stessa esperienza che l’umanità ha già compiuto nel suo lungo cammino; in questa maniera la mente arriverà alla scienza e alle arti, perché questo è il punto di arrivo di tutta la storia umana. Al termine dell’opera educativa, l’uomo dovrà trarre la stessa conclusione della statua di cui si parla nel Trattato delle sensazioni:

Ora prendo precauzioni che credo necessarie per la mia felicità, ora invito gli oggetti a contribuirvi, e mi pare di essere circondata solo da esseri amici e nemici. Istruita dall’esperienza, esamino, decido prima di agire . Mi comporto in base alle mie convinzioni, sono libera e faccio un miglior uso della mia libertà, nella misura in cui ho acquistato più conoscenza, poco m’importa di sapere con certezza se queste cose (che mi circondano] esistono o non esistono. Ho sensazioni gradevoli o sgradevoli e mi colpiscono come se esprimessero le qualità stesse degli oggetti ai quali sono portata ad attribuirli e questo basta per vegliare sulla mia conservazione.

Il pensiero di Condillac, all’apparenza così semplice, è stato invece variamente interpretato e continua a dare adito a giudizi vistosamente opposti: «Condannato come materialista e sensista, cioè come l’anima superficiale e perversa dell’Illuminismo, rivendicato come spiritualista occulto, cioè come traditore dello spirito dell’Illuminismo, considerato come padre degli epigoni dell’Illuminismo, il destino storiografico di Condillac sembra in ogni caso un destino difficile» (C. A. Viano).

L’opera di Condillac venne comunque utilizzata anche nei seminari, perché, nonostante il suo sensismo, il philosophe, abate, come già sappiamo, proferì una adesione piena alle verità della religione. Fu una illusione, quella sua volontà di conciliare sensismo e fede cattolica? C’è chi risponde che si trattò «di una singolare incongruenza teoretica» accompagnata da «altrettanta opportunità pratica» (Franco Amerio).

Ma, a parte il fatto che, secondo Condillac, «spesso un filosofo dichiara di essere dalla parte della verità senza conoscerla», è una interpretazione ben documentata quella di chi afferma che il sensismo di Condillac non mette in pericolo lo spiritualismo: dentro alla statua di marmo c’è un’anima, un’anima della quale si può dimostrare l’immortalità e che può dimostrare l’esistenza di Dio.

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