Per noi il corpo è molto più di uno strumento o di un mezzo;è la nostra espressione nel mondo, la forma visiva delle nostre intenzioni. Non è all'oggetto fisico che il corpo può essere paragonato, quanto piuttosto all'opera d'arte. MAURICE MERLEAU-PONTY

Giacomo Leopardi

A. Ferrazzi, Giacomo Leopardi, 1820, olio su tela, Recanati, Casa Leopardi

A. Ferrazzi, Giacomo Leopardi, 1820, olio su tela, Recanati, Casa Leopardi

Che Leopardi sia poeta nessuno l’ha messo in discussione. Che sia anche filosofo, invece, è stato oggetto di acceso dibattito. Alla base c’è il fatto che egli ha scritto di filosofia e, per così dire, da filosofo: sullo Zibaldone troviamo tanti e tali pensieri sull’anima, la metafisica, la religione, la società, la natura, la morale, e via dicendo, che l’opera, ancorché disorganica e non sistematica, ben potrebbe configurarsi come trattato filosofico. Né si può dire che manchi a Leopardi lo stile filosofico, perché alcune sue pagine, specie quelle relative alla teoria del piacere, sono di tale rigore e oggettività che sembrano stilate dalla penna di un Locke o di un suo seguace.

Ma non tutti i critici sono d’accordo su questo punto. Il vecchio filone della cultura laicista italiana, da De Sanctis a Croce, nega la filosofia di Leopardi, ritenendola scarsamente significativa, non originale né profonda.

Per Francesco De Sanctis (cfr. Schopenhauer e Leopardi), interessato all’uomo e all’artista, essa esprime un superficiale pessimismo, contraddetto dalla poesia, l’unica sua produzione genuina e profonda; il L. filosofo, che odia la vita, con la sua poesia ce la fa amare: “La vita rimane intatta quando ci sia la forza d’immaginare, di sentire e di amare: che è appunto il vivere. Dice l’intelletto: l’amore è illusione, sola verità è la morte. E io amo e vivo e voglio vivere. Il cuore rifà la vita che l’intelletto distrugge”. Vera poesia è l’idillio, che è mera espressione del sentimento; l’elemento raziocinante è un ostacolo, un pericolo, dal quale il poeta non riesce sempre a guardarsi nei “piccoli idilli”, quasi più nei Canti scritti dopo il ’30.

Benedetto Croce riprende la contrapposizione, ma restringe ancor più il campo poetico: la poesia del recanatese gli sembra oscillare tra filosofia e letteratura, quasi mai riuscendo a tenere la rotta mediana (di qui la sua sostanziale e netta stroncatura).

Una nuova linea,che rivaluta Leopardi filosofo, è aperta nei decenni tra le due guerre. Giovanni Gentile, che legge L. con interessi filosofici, nell’intento di rivalutare le Operette morali, arriva ad affermare che L. è autentico e grande filosofo. Nel 1940 Adriano Tilgher sostiene che esiste una filosofia di Leopardi, che non è sistematica né procede per astrazioni (L. non indaga i problemi gnoseologici o metafisici); essa ora si serve di un’espressione lirica o letteraria (Canti, Operette morali), ora è comunicata in modo immediato, solitamente non elaborato, attraverso lo Zibaldone.

Nel dopoguerra si assiste ad un sostanziale rinnovamento degli studi leopardiani, grazie prevalentemente agli apporti della critica storicistico-marxiana, la quale mette in risalto l’ultimo Leopardi (la produzione posteriore al ’30), sostenendo l’eccellenza del poeta impegnato e progressivo contro quello isolato e solitario dell’idillio. Saggi fondamentali sono i seguenti: L. progressivo di Cesare Luporini (Firenze, 1947), La nuova poetica leopardiana di Walter Binni (Firenze, 1947), Alcune osservazioni sul pensiero di L. di Sebastiano Timpanaro (Pisa, 1965), La protesta di L. di W. Binni (Firenze, 1973), La posizione storica di G.L. di Bruno Biral (Torino, 1974), L. – Schizzi, studi e letture di Carlo Muscetta (Roma, 1976). Questi contributi, tutti contrassegnati da una decisa matrice ideologica, individuano una linea “eroica” del pensiero leopardiano (Leopardi consapevolmente eroico di fronte al proprio destino), pensiero che, non elevato al rango di filosofia, non è più un ostacolo alla poesia, ma piuttosto il suo vitale nutrimento. Notevole il saggio di Umberto Bosco Titanismo e pietà in G.L. (Firenze, 1957) per il tentativo di spiegare tutto il percorso intellettuale del poeta alla luce del motivo eroico-titanico.

Infine, entro l’ambito di una critica prevalentemente stilistica si sono mosse le ricerche di Bigongiari, Getto, Ramat, Solmi e Bigi.

In conclusione, mentre per alcuni studiosi L. è un filosofo esistenziale, che si pone problemi di ordine pratico-morale (la vita ha un senso? può l’uomo essere felice? dopo la morte c’è qualcosa o con la morte finisce tutto?), la maggior parte dei critici concorda oggi nel ritenere che L. non possa essere considerato filosofo per il fatto che, pur avendone l’attitudine e i mezzi “culturali”, era viziata in partenza la sua volontà di speculazione. Egli infatti, sollecitato da motivi biografici e storico-culturali (vedi sotto il punto 2), assunse sin dall’inizio un atteggiamento critico negativo nei confronti della vita e dei valori che essa esprime, considerati alla stregua di miti e illusioni. Tali convincimenti, penetrati profondamente e per tempo nel suo pensiero, ne condizionarono di fatto l’attività e gli intendimenti, cosicché, quando Leopardi disporrà degli strumenti filosofici, se ne servirà non per sottoporre a critica razionale il suo atteggiamento di base, bensì per rafforzarlo, per aumentarne la consistenza logica e la naturale persuasione. Così facendo, però, si precludeva la via alla vera filosofia: il giudizio, se segue e scaturisce dall’analisi, è oggettivo e logicamente valido, ma se la precede diventa pregiudizio e strumentalizza e vizia gli esiti di quella.

2  –  La formazione di Giacomo (1798-1816)

La genesi del pensiero di L. appare determinata da una progressiva presa di coscienza della propria infelicità. All’origine di questa si possono individuare due diversi ordini di fattori: biografico-ambientali e storico-culturali.

Tra i primi l’atmosfera affettivamente carente della sua famiglia e l’educazione retrograda e autoritaria, impartita da una madre bigotta e formalista e da un padre conservatore e chiuso; poi la formazione isolata e solitaria, da autodidatta, quello “studio matto e disperatissimo” [1] che contribuì all’insorgere di diverse malattie croniche e alla malformazione fisica. Al gelo dei rapporti familiari vanno aggiunti lo scherno e la derisione dei concittadini [2], la mediocrità e la scarsa cultura dell’ambiente recanatese [3], la precoce sensibilità e la vivace intelligenza di Giacomo.

Motivi di ordine storico-culturale furono la crisi dell’illuminismo e l’insorgere inizialmente indistinto e confuso di nuove ideologie, la perdita d’identità e di funzione politico-civile dell’intellettuale, l’ arretratezza sociale e culturale dello stato pontificio.

Né va dimenticato che il periodo storico in cui Giacomo raggiunge la maturità è l’età della Restaurazione, caratterizzata dal conflitto tra nazionalismo, liberalismo e romanticismo da una parte, cosmopolitismo, assolutismo e classicismo dall’altra. In ambito letterario nasce e si sviluppa la polemica classico-romantica attizzata dall’articolo di M.me de Stael, nella quale interviene anche Leopardi (vedi sotto il punto 3).

Punto di partenza della speculazione leopardiana, volta a tentare di chiarire il senso della vita, è dunque il disagio esistenziale dell’autore, ovvero la sua infelicità fisica e psicologica. Tale disagio è all’origine di un pessimismo di tipo esistenziale, le cui caratteristiche si possono compendiare come segue: precoce venir meno delle illusioni e dei sogni infantili, sfiducia nella vita, sentimento (non ancora razionalizzato) di desolazione e di delusione, insofferenza verso i condizionamenti, sensazione di inutilità e di soffocamento [4].

3  –  La fase del pessimismo storico (1816-1820)

Il pensiero leopardiano prende l’avvio da una meditazione sull’infelicità in sé, della quale vengono indagate le cause, le dinamiche e le conseguenze.

Alla base c’è la teoria dell’amor proprio (di derivazione illuministica), secondo la quale l’uomo è un essere che ama necessariamente se stesso e mira alla propria conservazione e alla propria felicità. L’altruismo è un controsenso: quando io faccio del bene ad un altro è perché provo piacere, quindi lo faccio sempre a me stesso. L’altruismo non è il contrario dell’egoismo, ma è una sublimazione dell’amor proprio, in quanto esistere significa amare se stesso, cercare la propria felicità. L’amor proprio non coincide con l’egoismo: quest’ultimo è una degenerazione dell’amor proprio causata dallo sviluppo della civiltà e dal predominio della ragione; è uno degli esiti di quel progresso storico negativo, all’indietro, che è, secondo Leopardi, il passaggio dai primitivi ai civilizzati. L’amor proprio è fonte di nobili azioni, di sacrifici eroici; l’egoismo, invece, è calcolo meschino. L’amor proprio è la volontà di potenza dei forti, l’egoismo è il calcolo razionale del debole che uccide la vita.

Leopardi respinge le ideologie ottimistiche e le utopie rassicuranti del suo secolo, si ribella alla meschinità del suo tempo e alle convenzioni del suo ambiente, che giudica arido e gretto; rimpiange un mondo mitico di nobili virtù e di valori incorrotti, in cui gloria e fama, unici antidoti contro il grigiore della vita, erano possibili, conseguibili. Si scaglia con veemenza contro i miti dell’Ottocento, la storia e il progresso [5], e contro la stoltezza di un secolo che dalla filosofia della storia di Hegel fino al balletto Excelsior esalta l’uomo come creatore della realtà. Per Leopardi si tratta di un antropocentrismo fanatico, al quale egli si oppone con forza, affermando che la storia non è progresso, ma regresso [6] dal primitivo stato di natura, buono e felice, allo stato di civiltà, corrotto e decadente [7].

Nella storia del genere umano si distinguono quattro tappe:

1) l’età primitiva, quando gli uomini vivevano in uno stato di perfezione e di innocenza anteriore alla civiltà;

2) l’antichità classica, civiltà che Leopardi ammira come sintesi equilibrata di natura e ragione (nello Zibaldone sostiene la superiorità del politeismo greco-romano rispetto alla religione cristiana);

3) il medioevo, nel giudicare il quale L.  incorre nei tipici luoghi comuni dell’illuminismo (secoli bui, epoca negativa, trionfo della barbarie [8]);

4) l’età moderna, con il predominio assoluto della ragione, la freddezza, il convenzionalismo, il calcolo, la funzionalità, in una parola la vita inautentica.

Leopardi rifiuta il progresso civile e tecnologico, convinto che sia negativo in sé, poiché l’incivilimento è snaturamento, allontanamento dalla natura: il mondo è sempre più corrotto e non può essere corretto [9]. Netta, quindi, per Leopardi l’antitesi tra la remota grandezza e la miseria morale e materiale odierna [10].

L’antagonismo di L. con gli orientamenti spirituali e culturali del proprio tempo si manifesta anche nell’impegno in  favore dei classicisti [11], i quali devono assolvere il duplice compito di riproporre i valori classici, che hanno funzione liberatoria e di stimolo delle coscienze, e di scrivere per il proprio tempo (= alfierismo).

Causa della decadenza è la ragione, “nemica della natura”, corruttrice dei costumi, madre della civiltà e della società con tutti i loro egoismi [12], distruttrice del rimpianto mondo eroico [13]. Sogno è ritrovare la “favilla antica” [14], cioè la vivacità dell’immaginazione, la forza delle illusioni, la vitalità dell’ieri contro la delusione dell’oggi, attraverso il meccanismo della ricordanza.

Come già il Foscolo [15], anche Leopardi avverte la necessità delle illusioni (gloria, amor proprio, amor di patria, libertà, onore, virtù, amore per la donna), che sono secondo natura e costituiscono l’unico antidoto agli effetti della civiltà e della ragione, i quali hanno guastato il mondo moderno, “tristissimo secolo di ragione e di lume”; e come il Foscolo nei Sepolcri, così anche Leopardi concepisce la poesia come stimolatrice di illusioni.

Tutta la storia del genere umano è la storia della lotta tra la felicità e il vero, tra l’illusione e la realtà, tra la vita e il sogno. La realtà è banale e cattiva, vere sono solo le illusioni, ossia le speranze, di cui l’umanità si nutre e che non può abbandonare senza cadere nella disperazione. “Larve” definisce L. le illusioni in cui l’uomo crede nella sua età giovanile, ovvero in quel “sabato del villaggio” che precede il giorno più noioso che è il giorno della “festa di sua vita”; sono le illusioni che impediscono di scorgere la tragedia del vivere. E le illusioni rappresentarono veramente l’unica motivazione alla vita per l’adolescente Giacomo, che le ricorda con accenti commossi in uno degli squarci più elevati della sua lirica, i vv. 77-103 delle Ricordanze.

La realtà è illusoria: manifestando un’evidente consonanza con Schopenhauer, L. sostiene la coincidenza di vita e sogno, essendo la realtà niente altro che sogno, come scrive Calderòn de la Barca. Questo concetto è ribadito nelle opere della maturità (Operette morali e Canti posteriori al ’27). Nel Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare si legge: “Sappi che dal vero al sognato non corre altra differenza se non che questo può qualche volta essere molto più bello e più dolce, mentre quello non può esserlo mai”. E il verso conclusivo di A se stesso (“l’infinita vanità del tutto”) sottolinea che il vero è nemico della felicità. Leopardi mostra qui il suo paradosso: un’educazione illuministica che si rivolta contro l’illuminismo, un illuminista antiilluminista, un uomo educato al culto della ragione (che dissipa le tenebre della superstizione e liquida come favole le verità della religione), il quale distrugge i miti stessi dell’illuminismo e afferma la superiorità rispetto al vero di ciò che è pensato, sognato e sperato. Nel Dialogo di Timandro e di Eleandro tale concezione è così espressa: “Si ingannano grandemente quelli che dicono e predicano che la perfezione dell’uomo consiste nella conoscenza del vero, e tutti i suoi mali provengono dalle opinioni false e dall’ignoranza, e che il genere umano allora finalmente sarà felice, quando ciascuno o i più degli uomini conosceranno il vero, e a norma di quello solo comporranno e governeranno la loro vita.” Leopardi nega in tal modo l’essenza, il “vangelo” dell’illuminismo: la felicità è data non dalla conoscenza del vero, bensì dalla sua ignoranza; sapere di più significa soffrire di più, e chi aumenta la conoscenza aumenta anche il dolore, come dice la Bibbia. Tutta la poesia A Silvia esprime in termini altamente lirici questa concezione [16].

In conclusione, la sostanza del pessimismo storico leopardiano si esprime in quattro antinomie, nelle quali il primo termine ha valenza positiva, il secondo negativa: natura vs ragione, antico vs moderno, stato naturale vs società, illusione vs vero.

4  –  La fase del pessimismo cosmico (1823-1830)

A partire dagli anni del cosiddetto “silenzio poetico” (1823-27) [17] L. opera un progressivo ribaltamento della concezione iniziale, giungendo a riabilitare la ragione contro la natura.

Continuando ad analizzare le cause dell’infelicità umana, egli osserva che il naturale impulso vitale è contrastato e ostacolato, a livello individuale, da un duplice limite, biologico e ontologico; a livello storico da un terzo limite, l’egoismo, che egli definisce “peste della società” [18].

Il limite biologico consiste nell’intrinseca debolezza dell’uomo, il quale, al pari di ogni altro essere vivente, è subordinato al ciclo meccanicistico della materia. Di qui la scoperta della propria fragilità e solitudine [19].

Il limite ontologico è dato dall’impossibilità di essere felici: la natura genera nell’uomo una tensione irrefrenabile verso la felicità, un anelito costante al piacere, ma la felicità è irraggiungibile, giacché, in quanto tale, deve essere infinita e pienamente appagante; di conseguenza la ricerca di essa conduce inevitabilmente ad una finita e concreta infelicità. I piaceri momentanei che si provano nella vita non sono altro che una tregua relativa e passeggera dell’infelicità.

Per comprendere a fondo queste ultime affermazioni, occorre rifarsi alla teoria leopardiana del piacere, secondo la quale il piacere non né è assoluto né infinito; anzi, il piacere in sé non esiste: esiste solo nel desiderio, essendo un “subbietto speculativo”, vale a dire un puro concetto [20]. Il desiderio è immaginazione, speranza, sogno, proiettato sempre al futuro e sempre destinato ad essere deluso [21]. Invece del piacere esistono i piaceri, intesi in senso negativo come cessazione dell’affanno, brevi momenti di assenza del dolore; concreti ed effimeri, rendono sopportabile il dolore, restituendo momentaneamente la vitalità, l’impulso vitale [22].

La teoria del piacere, il cui carattere è negativo, è strettamente legata alla teoria dell’amor proprio [23]. L’amor proprio, infatti, implica la ricerca della felicità, ma questa ricerca è senza esito, non può avere fine, quindi non può mai appagarsi. L’uomo cerca il piacere sempre, ma non può accontentarsi del piacere che trova, che è finito; egli è pertanto destinato a cercare il piacere in qualcosa di sempre diverso, di sempre più alto: ciò significa che non lo trova mai. La tragicità della condizione umana è in questa ricerca dell’infinito, che conduce sempre allo scacco [24].

Il piacere è sempre sperato, mai posseduto, sempre futuro, mai presente: esso sfugge sempre [25]. Non esistendo e non potendo esistere realmente, esiste solo nel desiderio del vivente e nella speranza o aspettativa che ne segue. In base a questa teoria il concetto di piacere è negativo, quello di dolore è positivo, per cui si può dire che il piacere è la mancanza del dolore, ma non si può dire che il dolore è la mancanza del piacere, ovvero di qualcosa che non esiste. Il concetto è espresso poeticamente nei seguenti versi tratti da La quiete dopo la tempesta: “Piacer figlio d’affanno; / gioia vana ch’è frutto / del passato timore (…). Uscir di pena / è diletto fra noi. / Pene tu (= la Natura) spargi a larga mano; il duolo / spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto / che per mostro e miracolo talvolta / nasce d’affanno, è gran guadagno.”

È questa la concezione del piacere negativo, perché, se per caso cessa il dolore, di cui il piacere è la negazione, non subentra il piacere, ma qualcosa di peggio, che nella dialettica di Leopardi è la noia [26]. Il dolore, infatti, non esclude che l’uomo cerchi e speri di superarlo, mentre la noia è angoscia e disperazione. E allora, per Leopardi come per Schopenhauer, la vita oscilla inarrestabilmente come un pendolo tra il dolore e la noia, in un eterno meriggio privo di tramonto ristoratore [27].

Il limite storico è dato dalla inconciliabilità di individuo e società, tra i quali si determina uno scontro di egoismi. L’atteggiamento dei singoli è antisociale: ognuno cerca sempre di avere di più, di soverchiare gli altri, di sottomettere tutto e tutti al proprio utile o piacere. E ciò per natura. Ne consegue che tutte le società sono state cattive (superamento del pessimismo storico) e che, a causa appunto dell’egoismo e dell’aggressività umani, ci si avvia inesorabilmente alla distruzione del mondo, già data per avvenuta nel Dialogo di un folletto e di uno gnomo [28]. Di qui la polemica contro l’ingenua fiducia del XIX secolo nel progresso scientifico e tecnologico, nelle macchine, nell’espansione economica, che comporta lo sfruttamento industriale e il colonialismo [29].

Considerati i tre suddetti limiti, Leopardi conclude che tutto è male. Esistere equivale ad essere perennemente insoddisfatti, incontentabili, a soffrire per la propria fragilità. Il bene consiste nel non esistere [30]. Responsabile del male è la natura, non più vista come provvida e benefica madre, bensì come causa dell’infelicità umana [31]. Essa con l’esistenza ci dà i germi dell’infelicità, essendo l’insopprimibile bisogno di felicità destinato a restare insoddisfatto.

Documenti (testi scelti che testimoniano la rottura del rapporto con la Natura):

a) La sera del dì di festa (idillio, 1820);

       * Cfr. vv. 11-15: “… io questo ciel, che sì benigno / appare in vista, a salutar m’affaccio, / e l’antica natura onnipossente, / che mi fece all’affanno. A te la speme / nego, mi disse, anche la speme; e d’altro / non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.”. Commenta G.Oliva: “Il sonno silenzioso e tranquillo della donna si fa metafora di una indifferenza ben più dolorosa per il Leopardi: quella della Natura, che mostra agli uomini il suo aspetto più delicato (il cielo, che sì benigno appare in vista) solo per nascondere la sua malvagia crudeltà”.

b) Ultimo canto di Saffo (canzone, 1822);

       * Imperscrutabile è il destino dell’uomo; uniche certezze sono il dolore e la morte (“… i destinati eventi / move arcano consiglio. Arcano è tutto, / fuor che il nostro dolor. Negletta prole / nascemmo al pianto… / Morremo.”). La Natura è beffarda, insensibile al dolore dell’uomo, intenta solo a perpetuare se stessa; come nella Sera del dì di festa cela sotto una struggente immagine di bellezza il suo disdegno (cfr. vv. 19-36). Leopardi non sa proporre alcuna soluzione in grado di superare il dolore del mondo; l’assurdo non può essere vinto, ma solo accettato come tale. L’uomo non può sperare di vincere il nulla, da cui è sorto e a cui farà ritorno, ma può solo identificarsi con esso in un’operazione che ricorda quella orientale del “nirvana”, dell’annullamento [32].

c) Zibaldone (dal 1821);

      * Nella sua condanna della Natura il Leopardi rifiuta qualsiasi provvidenzialismo, qualsiasi consolazione religiosa, qualsiasi soluzione irrazionale; al contrario, rivaluta pienamente la ragione: è la ragione che disinganna e guida l’uomo alla vera sapienza, che consiste nel prendere coscienza della propria inutilità; è la ragione che “atterra” (cioè riporta sulla terra dal cielo della metafisica) l’uomo e lo pone davanti all’ arido vero; è la ragione, infine, che scopre che tutta l’umanità è accomunata da un unico e identico destino (superamento del pessimismo individuale e psicologico) [33].

d) Dialogo della Natura e di un  Islandese (O.M., 1824);

      * Ogni tentativo di agonismo è votato a disfatta: la Natura è invincibile ed è indifferente alla felicità o meno dell’uomo [34]. L’universo è dominato dall’irrazionalismo e dal casualismo: non c’è una ragione, un senso; non c’è un fine, una creazione, un orientamento; tutto è abbandonato al caso. Del tutto inutile è la ricerca di un significato: la Natura non dà risposte. L’estrema domanda dell’Islandese (“Dimmi quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell’universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono?”) rimane senza risposta [35].

e) Cantico del gallo silvestre (O.M., 1824);

       L’essere esiste, ma non c’è nessuna ragione perché esista anziché perché non esista; la vita non ha senso, né ha alcun senso la realtà. I positivisti, che collegavano il pessimismo di Leopardi alle sue condizioni fisiche, nel centenario della nascita ne riesumarono il corpo per misurarlo ed espressero la tesi che egli, essendo infelice e gobbo, doveva diventare fatalmente pessimista. Ma tale tesi è del tutto insostenibile: il pessimismo di Leopardi non è di ordine psicologico, bensì cosmico, poiché riguarda la realtà tutta, non solo l’uomo, né tanto meno l’uomo Giacomo Leopardi. Il quale, nella pagina più terribile delle Operette morali denuncia il radicale non senso della realtà. Si tratta della parte conclusiva del Cantico del gallo silvestre: “Tempo verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi segno né fama alcuna [36]: parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi”.

f) A Silvia (idillio, 1828);

       * La Natura tradisce, è matrigna, non mantiene le promesse, inganna, spegne le illusioni: “O natura, o natura, / perché non rendi poi / quel che prometti allor? perché di tanto / inganni i figli tuoi?”. La vita si rivela aridità e disillusione: “All’apparir del vero / tu, misera, cadesti: e con la mano / la fredda morte ed una tomba ignuda / mostravi di lontano”.

g) Canto notturno di un pastore errante dell’Asia (idillio, 1830).

       * Il desiderio di sapere la verità non è appagato [37]; uniche certezze il vuoto e il nulla; l’esistenza è assurda. “Perché siamo nati?”. A questa domanda L. risponde: “Per mostrare che era meglio che non nascessimo affatto”: per questo, non appena un bambino è nato, noi prendiamo a consolarlo dell’essere venuto al mondo. E forse la definizione più precisa del pessimismo cosmico, del non senso dell’essere, si trova in questa grande lirica, che è stata chiamata l’“anti Divina Commedia”, perché, se la “Divina Commedia” è senso dell’ordine, della provvidenza, della finalità, il Canto notturno, all’opposto, esprime una visione della vita improntata ad un totale casualismo [38]. Effetto di questa presa di coscienza è il tedio, la noia, definita “la più sterile delle passioni umane” [39], “figlia della nullità e madre del nulla” [40], ma anche “il più sublime dei sentimenti umani” [41]. Essa è tormento, è l’esaurirsi del mito vitalistico, è privazione del desiderio, è coscienza dell’inutilità del tutto; ed è sentimento nobile, perché distingue gli spiriti più sensibili e dotati. In questo risiede la grandezza dell’uomo [42].

In conclusione, una valida sintesi delle concezioni su cui si fonda il pessimismo cosmico di G.L. può essere la seguente:

1. L’uomo nasce per il dolore e la gioia è cessazione momentanea dell’affanno.

2. Dal punto di vista dell’uomo (piano esistenziale) tutto l’universo sembra cospirare contro di lui. Da quello dell’assoluto (piano metafisico) la vita è un processo naturale che alterna gli esseri attraverso la generazione e la morte.

3. La natura, intesa come forza bruta e malefica, è responsabile della nostra sventura.

4. L’uomo conosce il suo destino, ma ciò lo rende infelice, poiché da questa comprensione egli viene ricondotto in se stesso, alla sorgente prima della sua infelicità, che è il suo stesso esistere. Perciò la morte è l’unico rifugio per il vivente.

5  –  L’ultimo Leopardi: il pessimismo eroico (1827-1837)

Dopo il definitivo addio a Recanati del 30 aprile 1830 il pensiero di Leopardi, sia sul piano ideologico sia su quello etico, fa registrare una svolta (anticipata dal Dialogo di Plotino e di Porfirio del 1827) nel senso di un superamento della visione materialisticamente negativa e nichilista maturata nella fase del pessimismo cosmico, per un messaggio agonistico positivo (di difficile comprensione e attuazione, perché “non apprezzato in questo secolo”).

Le ragioni di tale svolta sono molteplici e si possono sintetizzare nei punti seguenti:

● L’amicizia, per quanto effimera, con i liberali toscani dell’ Antologia.

● La fallimentare esperienza dell’amore (ultima delusione in ordine di tempo il rifiuto ottenuto da Fanny Targioni Tozzetti, che fu all’origine del Ciclo di Aspasia).

● I contrasti [43] con gli spiritualisti napoletani dopo il trasferimento a Napoli in casa di Antonio Ranieri.

● L’assidua pratica della filologia, improntata a severo rigore scientifico, nella ricerca di risposte non evasive né fideistiche al dramma esistenziale.

● La scoperta del linguaggio satirico come strumento espressivo del titanismo e del pessimismo.

● La lettura di Epitteto (filosofo stoico greco, autore del Manuale) e di Teofrasto (discepolo di Aristotele, propugnatore dell’empirismo materialistico).

● Il superamento dell’etica stoica e dell’atteggiamento apolitico (dall’atarassia alla partecipazione).

● L’esigenza di un atteggiamento eroico e di una morale costruttiva, fondata esclusivamente sull’uomo e aliena dal trascendente.

Nel ricostruire, attraverso i documenti, le tappe di questa fase del pensiero leopardiano, troviamo nel Dialogo di Plotino e di Porfirio del 1827 la prima espressione della necessità di una solidarietà umana di fronte al destino. Il dialogo, incentrato sul tema del suicidio e volto a chiarire le ragioni che lo respingono come soluzione al dramma esistenziale, si conclude con un‘appassionata esortazione rivolta da Plotino all’amico: “Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme: non ricusiamo di portare quella parte che il destino ci ha stabilita, dei mali della nostra specie. Sì bene attendiamo a tenerci compagnia l’un l’altro; e andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente; per compiere nel miglior modo questa fatica della vita. La quale senza alcun fallo sarà breve. E quando la morte verrà, allora non ci dorremo: e anche in quell’ultimo tempo gli amici e i compagni ci conforteranno: e ci rallegrerà il pensiero che, poi che saremo spenti, essi molte volte ci ricorderanno, e ci ameranno ancora.” Due anni più tardi Leopardi, in una famosa pagina dello Zibaldone [44], dissipa con forza i sospetti di misantropia di cui era fatto oggetto il suo pensiero: “La mia filosofia non solo non è conducente alla misantropia, come può parere a chi la guarda superficialmente, e come molti l’accusano; ma di sua natura esclude la misantropia, di sua natura tende a sanare, a spegnere quel mal umore, quell’odio, non sistematico, ma pur vero odio, che tanti e tanti, i quali non sono filosofi, e non vorrebbero esser chiamati né creduti misantropi, portano però cordialmente ai loro simili (…). La mia filosofia fa rea d’ogni cosa la natura, e discolpando gli uomini totalmente, rivolge l’odio, o se non altro il lamento, a principio più alto, all’origine vera dei mali dei viventi.”

Ma L. non trova rispondenza né comprensione nella classe politica e intellettuale del suo tempo, la quale professa fiducia nelle magnifiche sorti e progressive [45]. Contro l’ottimismo storicistico del secolo, che egli giudica stolto, e contro lo stesso impegno politico e legislativo, che egli vede animato dalla sterile e ridicola pretesa di procurare agli stati il benessere e la felicità ignorando le reali esigenze degli individui, L. intraprende una vigorosa crociata solitaria. In una lettera al Giordani del 1828 scrive: “Mi comincia a stomacare il superbo disprezzo che qui si professa di ogni bello e di ogni letteratura: massimamente che non mi entra poi nel cervello che la sommità del sapere umano stia nel saper la politica e la statistica. Anzi, considerando filosoficamente l’inutilità quasi perfetta degli studi fatti dall’età di Solone in poi per ottenere la perfezione degli stati civili e la felicità dei popoli, mi viene un poco da ridere di questo furore di calcoli e di arzigogoli politici e legislativi; e umilmente mi domando se la felicità dei popoli si può dare senza la felicità degl’individui.” La polemica di Leopardi è particolarmente dura contro il liberalismo cattolico e moderato, come attesta la satira dei Nuovi credenti, e la sua condanna coinvolge ogni tipo di conformismo, sia reazionario, sia liberale [46].

Negli ultimi anni L. abbandona il pessimismo più “metafisico” per acquisire un atteggiamento più “relativistico”, fondato sul riconoscimento di un doppio piano della verità, quello dell’”ordine delle cose” e quello del “modo dell’esistenza”, e, di conseguenza, di una duplice matrice del dolore. “C’è il dolore che deriva dall’ordine delle cose, dunque legato all’essenza stessa della vita e, come tale, è ineliminabile se non a costo della rinuncia alla vita stessa (si tratta del dolore inflitto all’uomo dai “mali esterni”, ai quali non ci si può sottrarre: malattie, eventi atmosferici, cataclismi, deperimento dovuto a vecchiaia). C’è poi un altro tipo di sofferenza, che invece rimanda al mondo dell’esistenza, cioè alla qualità della vita, alla storia, alla cultura. Questo secondo tipo di dolore può essere invece combattuto e rimosso in quanto dipende non dalla natura, ma dall’uomo: di qui il recupero del vitalismo e la scoperta, da parte della poesia leopardiana, della dimensione sociale.

Il male storico dipende dal libero sfogo dell’egoismo umano: noi viviamo tutti per la morte e, anche se accomunati dalla stessa miseria della vita e dall’odio implacabile della Natura, tendiamo a contrapporci l’un l’altro per desiderio di affermarci, voglia di prevalere, che sono la manifestazione degli istinti più bassi. Così accresciamo il già grande male di vivere. Ma l’uomo è essere razionale, soggetto di cultura, dunque può controllare i bassi istinti, che sono fondamentalmente antisociali, e produrre valori alternativi come la compassione, la solidarietà, l’amicizia, che invece fondano la società. È questo il compito della ‘filosofia dolorosa ma vera’, che riconosce francamente il male della vita e mostra concretamente come esso possa essere mitigato. Questo è il compito del nuovo poeta, che così recupera la funzione di vate al servizio tanto della verità quanto dell’intera umanità e si fa promotore di autentica cultura e autentico progresso sociale.”

L’etica della solidarietà è il tema centrale della Ginestra, concepito come un messaggio indirizzato sia ai contemporanei sia ai posteri: si impone una grande alleanza fra tutti gli uomini, una social catena [47] che coalizzi i mortali contro l’empia Natura e abbia il coraggio della verità, rifiutando l’idea di una Provvidenza e le superbe fole del secol superbo e sciocco.

Il messaggio finale di Leopardi è frutto di un razionalismo irriducibile [48]. Progressismo e pessimismo convivono in quest’ultima fase del suo pensiero, caratterizzata dalla speranza che la riconquista del giusto sapere [49] sia il fondamento di una società nuova, costruita con le sole forze umane [50].

Note

_____________________________

[1] Cfr. A Silvia, vv. 15-18.

[2] Cfr. Le ricordanze, vv. 28-40.

[3] Cfr. la lettera a Pietro Giordani del 2 marzo 1818.

[4] Il documento più illuminante di questo pessimismo giovanile è forse la lirica Appressamento della morte del 1816, che testimonia uno “sconforto in cui il giovane si dibatte senza soluzione, solo pateticamente aggrappandosi ad ancor miseri appigli religiosi o filosofici” (V.Guarracino).

[5] L. anticipa fin d’ora la contestazione delle magnifiche sorti e progressive (La ginestra, v. 51) e della fiducia in esse riposta dal secolo superbo e sciocco.

[6] L. anticipa con questa affermazione il pensiero di Nietzsche e di Heidegger.

[7] Cfr. il mito del “buon selvaggio” di ascendenza roussoiana.

[8] L. distingue il “barbaro” dal “primitivo”: quest’ultimo è pre-logico, mentre il barbaro è colui che è stato corrotto dalla civiltà e non manca di ragione, ma di natura.

[9] “Il costume del mondo è stato sempre di peggiorare e il futuro è peggiore del presente e del passato”. “Le generazioni migliori non sono quelle davanti, ma quelle dietro, e non c’è speranza che il mondo cambi costume e rinculi invece di avanzare, e avanzando non può far altro che peggiorare”. [Dallo Zibaldone]

[10] Documenti di queste prime conclusioni del pensiero leopardiano sono le canzoni civili All’Italia (in particolare i vv. 1-7; 25-40; 61-67), Sopra il monumento di Dante (in particolare i vv. 69-72 e 190-192), Ad Angelo Mai (in particolare i vv. 16-30 e 38-45).

[11] L. intervenne nella polemica classico-romantica suscitata nel 1816 dalla pubblicazione dell’articolo di M.me de Stael con due saggi (Lettera ai sigg. compilatori della Biblioteca Italiana e Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica), che peraltro non gli furono pubblicati.

[12] Cfr. Rousseau e l’esaltazione dello stato di natura.

[13]            Cfr. Zibaldone, 14, forse il più chiaro documento di questa convinzione. Vi si legge che “la ragione è nemica d’ogni grandezza: la ragione è nemica della natura: la natura è grande, la ragione è piccola. Voglio dire che un uomo tanto meno o tanto più difficilmente sarà grande, quanto più sarà dominato dalla ragione: ché pochi possono esser grandi (e nelle arti e nella poesia forse nessuno) se non sono dominati dalle illusioni. […] L’uomo si allontana dalla natura, e quindi dalla felicità, quando a forza d’esperienze d’ogni genere, ch’egli non doveva fare, e che la natura aveva provveduto che non facesse (perché s’è mille volte osservato ch’ella si nasconde al possibile, e oppone milioni di ostacoli alla cognizione della realtà); a forza di combinazioni, di tradizioni, di conversazione scambievole ec., la sua ragione comincia ad acquistare altri dati, comincia a confrontare, e finalmente a dedurre altre conseguenze sia dai dati naturali, sia da quelli che non doveva avere. E così alterandosi le credenze (…) si altera lo stato naturale dell’uomo. E per tal modo l’uomo alterato, cioè divenuto imperfetto relativamente alla sua propria natura, diviene infelice. […] Da queste osservazioni deducete che propriamente la nemica della natura non è la ragione, ma la scienza e cognizione, ossia l’esperienza che n’è madre.”

[14] Cfr. Alla primavera o delle favole antiche, v. 90

[15] Cfr. Ortis, lettera del 15 maggio.

[16] Cfr. in particolare i versi 32-35 (“Quando sovviemmi di cotanta speme, / un affetto mi preme / acerbo e sconsolato, / e tornami a doler di mia sventura.”) e 60-63 (All’apparir del vero / tu, misera, cadesti: e con la mano / la fredda morte ed una tomba ignuda / mostravi di lontano.”)

[17] Qualche anticipazione, tuttavia, è possibile cogliere nei canti anteriori a tale periodo, in particolare ne La sera del dì di festa e nell’ Ultimo canto di Saffo, che saranno citati più avanti tra i documenti di questa fase del pensiero leopardiano.

[18] Zibaldone, 17 febbraio 1821.

[19] Cfr. Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, vv. 39-54.

[20] Cfr. il Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare (“Che cosa è il piacere? …. con raccontarlo anche agli altri.”).

[21] Cfr. A Silvia, vv. 28-39 e il Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere.

[22] Cfr. La quiete dopo la tempesta  (vv. 1-10 e 25-41) e la Teoria del piacere in Zibaldone 165-172 (4 maggio 1829).

[23] Vedi a pag. 2.

[24] Cfr. Novalis: “Noi cerchiamo sempre l’infinito e troviamo sempre soltanto cose finite.”

[25] “La somma delle teorie del piacere è questa: il vivente si ama senza limiti, nessuno non cessa mai di amarsi, non cessa mai di desiderarsi il bene, desidera il bene senza limiti: questo bene non è altro che il piacere; qualunque piacere, ancorché grande, ancorché reale, ha limiti; dunque nessun piacere possibile è proporzionato alla misura dell’uomo che il vivente porta in se stesso, quindi nessun piacere può soddisfare il vivente.” (Zibaldone)

[26] Vedi a pag. 6.

[27] Cfr. Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare: “Sicché la vita umana, per modo di dire, è composta e intessuta parte di dolore, parte di noia: dall’una delle quali passioni non ha riposo se non cadendo nell’altra. E questo non è tuo destino particolare [dice il Genio al Tasso], ma comune di tutti gli uomini.”

[28] Gnomo: “Ma come sono andati a mancare quei monelli?” Folletto: “Parte guerreggiando tra loro, parte navigando, parte mangiandosi l’un l’altro, parte ammazzandosi non pochi di propria mano, parte infracidando nell’ozio, parte stillandosi il cervello sui libri, parte gozzovigliando, e disordinando in mille cose; in fine studiando tutte le vie di far contro la propria natura e di capitar male.”

[29] Cfr. la Palinodia al marchese Gino Capponi, vv. 59-64: “… Dal caro / sangue de’ suoi non asterrà la mano / la generosa stirpe: anzi coverte / fien di stragi l’Europa e l’altra riva / dell’Atlantico mar, fresca nutrice / di pura civiltà (…), sempre che spinga / contrarie in campo le fraterne schiere / di pepe o di cannella o d’altro aroma / fatal cagione, o di melate canne, / o cagion qual si sia ch’ad auro torni.”

[30] Documenti: Zibaldone del 19 e 22 aprile 1826. “Non gli uomini solamente, ma il genere umano fu e sarà sempre infelice di necessità. Non il genere umano solamente ma tutti gli animali. Non gli animali soltanto, ma tutti gli altri esseri al loro modo. Non gl’individui, ma le specie, i generi, i regni,i globi, i sistemi, i mondi. Entrate in un giardino di piante, d’erbe, di fiori. Sia pure quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell’anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un’ape, nella sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce miele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell’albero è infestato da un formicaio, quell’altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall’aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell’altro ha più foglie secche; quest’altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L’una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l’altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co’ tuoi passi: le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile, va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro.” (Bologna, 19 aprile 1826). “Certamente queste piante vivono; alcune perché le loro infermità non sono mortali, altre perché ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì, possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all’entrare in questo giardino ci rallegra l’anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono o, vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l’essere.” (Bologna, 22 aprile 1826).

[31] Ne La ginestra, ai vv. 123-125, la natura è definita quella / che veramente è rea, che de’ mortali / madre è di parto e di voler matrigna.

[32] È qui particolarmente evidente l’affinità del pensiero leopardiano con quello di Schopenhauer. Giustamente il verso finale dell’idillio L’infinito è stato inteso come il naufragio dell’uomo nel nulla; ed è un naufragio dolce perché consiste in una perdita di coscienza, in uno sprofondamento. Un’esperienza analoga troviamo nella Vita solitaria (vv. 23-28). L’uomo è dunque, come dirà anche Heidegger, “essere per la morte, essere per il nulla”.

[33] Zibaldone 7 agosto 1821, 21 maggio 1823, 21 novembre 1823.

[34] “Se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei” dice la Natura all’Islandese.

[35] Cfr. Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, vv. 1 e sgg.  e punto “g”.

[36] Cfr. La sera del dì di festa, vv. 33-39.

[37] “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia,, vv. 1-20.

[38] Cfr. vv. 21-38.

[39] Zibaldone, 4 maggio 1829.

[40] Ibid.

[41] Pensiero LXVIII.

[42] Documenti della teoria della noia sono, oltre ai già citati Zibaldone 4.5.1829 e Pensiero LXVIII, il passo del Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare dedicato alla noia (“Che cos’è la noia?”), i vv. 105-132 del Canto notturno, il Pensiero LXVII e Zibaldone 13.7.1826.

[43] Cfr. Paralipomeni della Batracomiomachia e I nuovi credenti.

[44] 2 gennaio 1829.

[45] La ginestra, v. 51.

[46] Cfr. Palinodia al marchese Gino Capponi.

[47] La ginestra, vv. 111-157.

[48] La ginestra, v. 115: “Nulla al ver detraendo”, cioè guardando in faccia la realtà e il destino dell’uomo senza illusioni e senza ricercare facili consolazioni, così come l’umile ginestra, destinata ad esser travolta ed incenerita dallo “sterminator Vesevo”, non si piegherà mai davanti al suo nemico, né assumerà mai un atteggiamento supplice o vile  (cfr. vv. 297-317).

[49] La ginestra, vv. 55; 74-76; 81-82.

[50] Per un approfondimento vedi i saggi di Walter Binni “Il pessimismo energico di Leopardi” e di Sebastiano Timpanaro “Pessimismo e progressismo nel pensiero leopardiano”.

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