Per noi il corpo è molto più di uno strumento o di un mezzo;è la nostra espressione nel mondo, la forma visiva delle nostre intenzioni. Non è all'oggetto fisico che il corpo può essere paragonato, quanto piuttosto all'opera d'arte. MAURICE MERLEAU-PONTY

Hannah Arendt

Hannah Arendt

Hannah Arendt

Nata ad Hannover da una famiglia ebrea, studiò filosofia con i più importanti filosofi tedeschi del tempo (Husserl, Heidegger, Jaspers). A causa delle persecuzioni antisemite si trasferì in Francia e qui collaborò col Movimento Sionista. Nel 1940 fu arrestata ma riuscì a fuggire ed emigrò negli Stati Uniti, dove rimase per tutto il resto della vita. 

 Il totalitarismo

L’analisi del fenomeno del totalitarismo in tutte le sue forme è alla base del lavoro intellettuale della Arendt. Ne Le origini del totalitarismo (1951), ella vide nel totalitarismo di questo secolo un fenomeno nuovo, che rompe con qualsiasi altra tradizione precedente. Nei regimi totalitari gli individui sono come i granelli di sabbia indistinguibili gli uni dagli altri. Ognuno sta nel proprio isolamento. In tali regimi la violenza è gratuita: è il terrore per il terrore. A questo proposito la Arendt introduce l’idea del “male radicale”, cioè del male fine a se stesso, che non serve a nulla e non segue nessuna logica. Il libro venne molto discusso proprio perché  sosteneva una trasformazione nella natura umana. Qualcosa che prima non s’era mai visto. L’uomo che si era così perfettamente inserito negli ingranaggi della macchina nazista dello sterminio era l’uomo massa, un uomo senza qualità né coscienza morale che era adattabile ad ogni evenienza, capace di uccidere come di portare a spasso il cane. Per questo il nazismo ha rappresentato l’apparizione del male assoluto nella storia: ci ha dimostrato che in certe circostanze l’uomo è un nulla, un agente passivo, è in grado di compiere qualsiasi atto in quanto nessun valore o principio aprioristico è in grado di indirizzare il suo comportamento.  L’opera individua i caratteri specifici del totalitarismo dopo averne riscontrato le premesse nell’antisemitismo e nell’imperialismo, temi ai quali sono dedicati due terzi dell’opera. Dal confluire delle conseguenze dell’antisemitismo e dell’imperialismo in un preciso momento storico (la crisi successiva alla prima guerra mondiale) è nato il totalitarismo, con caratteri comuni sia nella Germania nazista sia nell’Unione Sovietica stalinista (del tutto marginale è l’attenzione rivolta al fascismo italiano).

Il totalitarismo è un fatto nuovo del nostro secolo, non assimilabile o riducibile ai tradizionali regimi tirannici o dittatoriali. Esso nasce dal tramonto della società classista, nel senso che l’organizzazione delle singole classi lascia il posto ad un indifferenziato raggrupparsi nelle masse, verso le quali operano ristretti gruppi di élites, portatori delle tendenze totalitarie. Tali tendenze, dopo la vittoria politica sulle vecchie rappresentanze di classe, realizzano il regime totalitario, che ha i suoi pilastri nell’apparato statale, nella polizia segreta e nei campi di concentramento. Attraverso l’imposizione di una ideologia (razzismo, nazismo, comunismo) e il terrore, il totalitarismo identifica se stesso con la natura, con la storia, e tende ad affermarsi all’esterno con la guerra. Nulla di simile era apparso prima. La Arendt accentua il ruolo nuovo svolto dalle ideologie, unite al terrore, nei regimi totalitari. Le ideologie, con logica stringente, impongono una visione del mondo in cui le idee incarnate nel regime totalitario vengono imposte come direttrici di un cammino fatale, inevitabile, naturale e storico insieme. Non solo. Nei regimi totalitari l’isolamento dei singoli nella sfera politica, corrispondente alla estraniazione nella sfera dei rapporti sociali, costituisce la condizione generale dell’origine del totalitarismo: in altri termini, gli individui sono come i granelli di sabbia, indistinguibili e soli nel proprio isolamento. In tali regimi la violenza è gratuita: è il terrore per il terrore. A questo proposito la Arendt introduce l’idea del “male radicale”, cioè del male fine a se stesso, che non serve a nulla e non segue nessuna logica. Il libro venne molto discusso proprio perché  sosteneva una trasformazione nella natura umana. Qualcosa che prima non s’era mai visto. L’uomo che si era così perfettamente inserito negli ingranaggi della macchina nazista dello sterminio era l’uomo massa, un uomo senza qualità né coscienza morale che era adattabile ad ogni evenienza, capace di uccidere come di portare a spasso il cane. Per questo il nazismo ha rappresentato l’apparizione del male assoluto nella storia: ci ha dimostrato che in certe circostanze l’uomo è un nulla, un agente passivo, è in grado di compiere qualsiasi atto in quanto nessun valore o principio aprioristico è in grado di indirizzare il suo comportamento. 

Anni dopo, in un’altra opera intitolata Eichmann a Gerusalemme.La banalità del male (1963), la Arendt modifica la sua opinione dicendo che il male che ha fatto per esempio l’aguzzino Eichmann è spiegabile nel modo seguente: il male non è più qualcosa di eccezionale ma fa parte di noi e delle persone che ci sono vicine. Di fronte al giudice che lo accusava dello sterminio degli ebrei, Eichmann sostenne che non aveva fatto altro che obbedire agli ordini. Ad  Eichmann mancò quello che lei chiama “lo spazio pubblico”, cioè lo spazio per giudicare quello che avviene. Lo spazio pubblico non è un bene garantito per sempre. Non è un bene stabile e acquisito. Mancando di questo, tutta la vita di Eichmann è un esempio di impossibilità di esprimere un giudizio. E’ la singolarità, che si mostra come tale, che permette che vi sia uno spazio pubblico. Ora Eichmann è esattamente l’esempio di una vita che non ha mai raggiunto la singolarità. Ed infatti la sua è una esistenza impostata nell’obbedienza agli ingranaggi burocratici di potere, qualsiasi essi siano. Dunque il suo non è un vero agire, ma una ripetizione degli ordini ricevuti. La sua incapacità di arrivare ad una sua singolarità si manifesta anche nel linguaggio adoperato. E’ un linguaggio “burocratico”, intessuto di luoghi comuni, con frasi fatte. Sono queste le radici del male. Si tratta di un male molto quotidiano. Abituale quanto i nostri luoghi comuni. Le frasi fatte sono infatti dei modi di sottrarsi alla realtà, cioè al dire no agli avvenimenti. Il male è l’assenza, il rifiuto del pensiero. Pensare è infatti dialogare con se stessi, cioè porsi di fronte alla scelta fra il giusto e l’ingiusto, il bello e il brutto. Chi pensa, si dissocia, si allontana: anche senza far nulla, dissente e apre lo spazio al giudizio. Il pensiero è l’unico antidoto contro la massificazione e il conformismo che sono le forme moderne della barbarie. Le conclusioni teoriche sul totalitarismo, e cioè l’individuazione dell’estraniazione sociale e dell’isolamento politico come condizioni del suo nascere, rinviavano a problemi filosofici più generali, relativi al perché di un agire sociale e politico di quel genere nei tempi moderni.

Vita activa

Il risultato più organico delle nuove riflessioni è nell’opera che apparve nel 1958,La condizione umana (Vita activa in italiano), un’opera bellissima, la sintesi più filosofica del suo pensiero. Il mondo d’oggi è il mondo della tecnica. Tale situazione non è altro che il compimento di un processo intrapreso dall’uomo occidentale dal XVI secolo. I Greci distinguevano la vita attiva fatta di lavoro, creazione artistica e azione politica, dalla vita contemplativa. Nella prima l’uomo plasmava le cose al fine di renderle utili, durevoli, di conquistarsi quella immortalità dell’operare che poteva renderlo presente ai mortali anche dopo la morte. Nella vita contemplativa l’uomo era messo di fronte all’eternità del divino, che lo portava all’ascesi e al misticismo. Con l’età moderna, la vita attiva e quella contemplativa perdevano la loro ragion d’essere. Il theoréin  passava dal filosofo allo scienziato o meglio ai suoi strumenti, diventando così la più astratta delle attività pratiche. Il fare diventava un complemento della tecnica e il pensare si trovava ad avere, come suo unico oggetto, il mondo interiore per il tramite dell’introspezione. Una tale trasformazione influì anche sulla sfera sociale: la sfera dell’agire fu sottomessa a quella del fare e dell’utilità. Il risultato fu la “spoliticizzazione” del fare e il trasferimento del “gioco politico” nelle mani di pochi. La Arendt critica la società moderna perché ha privilegiato l’economico ed ha dimenticato il vero significato dell’agire. Ogni azione è un inizio. Quando un essere umano nasce è una singolarità assoluta, che apre un imprevisto nel mondo. E’ agendo che noi ci mostriamo. Nell’azione c’è anche rischio perché le conseguenze di ogni azione sono senza limiti e non dipendono da noi. Iniziare qualcosa è politico, perché è visto e rilanciato dagli altri. Presuppone dunque una pluralità di esseri umani in rapporto tra loro. Però non è sufficiente agire perché ci sia una vera e propria azione significativa. Occorre che quella azione venga raccontata. Bisogna che ci sia qualcuno che faccia conoscere quella azione a chi non era presente e la tramandi alle generazioni future. E solo così il tempo che viviamo non è semplicemente quello biologico della vita e della morte, ma ha un passato e un futuro significativi.   

Vita attiva e vita contemplativa costituiscono i due momenti fondamentali della condizione umana, concetto che la Arendt distingue nettamente da quello della natura umana. La vita attiva è la sfera relativa a ciò che facciamo: essa si articola in tre fondamentali attività umane, costituenti tre aspetti fondamentali della condizione umana: animal laborans, homo faber e zoon politikòn. Si badi: non è tanto una novità: è la gerarchia già teorizzata da Aristotele e messa in pratica nella polis greca e nella società romana. La prima si riferisce alla attività lavorativa e corrisponde allo sviluppo biologico del corpo umano. La seconda è l’operare e corrisponde invece alla dimensione non naturale dell’esistenza umana, e il suo frutto è un mondo artificiale do cose, distinto dall’ambiente naturale. Entro questo mondo è compresa ogni vita individuale, mentre il significato stesso dell’operare sta nel superare e trascendere  tali limiti. L’ultima è la sola attività che metta in rapporto diretto gli uomini senza la mediazione di cose materiali, corrisponde alla condizione umana della pluralità, al fatto che gli uomini e non l’Uomo vivono sulla terra e abitano il mondo. Questa pluralità è specificamente la condizione di ogni vita politica (p. 7 di Vita activa tr.it). Il primato della vita eterna su quella mondana, della vita contemplativa su quella attiva, non è affatto di origine cristiana: risale alla filosofia greca, a Platone e Aristotele, che teorizzano la superiorità del bios theoretikos sul bios politikos. Tale superiorità è fondato sulla convinzione che “nessuna opera prodotta dalle mani dell’uomo possa eguagliare in bellezza e verità il kosmos fisico, che ruota nell’eternità immmutabile…Questa eternità si dischiude agli occhi mortali solo quando tutti i movimenti e le attività umane sono in perfetto riposo. Paragonate a quest’attitudine di queite, tutte le distinzioni e articolazioni entro la vita activa scompaiono” (p. 13 di Vita activa tr. it). La Arendt ritiene che la gerarchi interna alla vita activa abbia una sua validità e debba pertanto venir riaffermata. Non solo: ritiene anche necessario negare la tradizionale superiorità della vita contemplativa sulla vita attiva. Esse stanno su un piano di parità e di uguale dignità. Il grosso dell’opera è dedicato a ricostruire storicamente la presenza delle tre attività della vita activa dall’antichità ai giorni nostri. La Arendt vede in Descartes colui che ha trovato il punto di Archimede della modernità. Due sono state le conseguenze principali della filosofia cartesiana e della sua diffusione nei vari campi: la prima, e la più importante, è stato il rovesciamento del’ordine gerarchico tra la vita contemplativa e la vita attiva. La seconda è stato un altro rovesciamento, questa volta interno alla vita attiva, dell’antica gerarchia: il risultato è che l’attività preminente non è più quella dell’agire politico né quella della produzione di oggetti ma quella del puro lavorare per la sopravvivenza.

Vediamo meglio. La prima conseguenza, e cioè la vita attiva che acquista la superiorità sulla vita contemplativa, è dovuta ad una iniziale vittoria, nell’età moderna, dell’homo faber su qualsiasi altro aspetto dell’attività umana. La vittoria iniziale dell’homo faber porterà però a conseguenze di altro genere, che condurranno alla disfatta dell’homo faber stesso. Queste ulteriori conseguenze derivano dalla desacralizzazione della vita individuale, che il cristianesimo aveva invece esaltato e sacralizzato ponendola come prioritaria rispetto al corpo politico. Rimane, nell’epoca moderna della secolarizzazione, la priorità dell’interesse per la vita, ma per una vita che non ha ormai più nulla di sacro o di cristiano. Il mondo moderno è pervenuto alla disfatta dell’homo faber (mentre lo zoon politikòn era stato sconfitto dall’affermarsi del cristianesimo) e alla vittoria dell’animal laborans, cioè al primato di quell’attività che ha come fine unico la conservazione della vita. “La vittoria dell’animal laborans non sarebbe mai stata completa se il processo di secolarizzazione, la perdita inevitabile della fede derivata dal dubbio cartesiano, non avesse privato la vita individuale dalla sua immortalità, o almeno della certezza dell’immortalità. La vita individuale divenne nuovamente mortale, come lo era stata nell’antichità, e il mondo fu ancora meno stabile, meno permanente e offrì quindi ancor meno affidamento che nell’era cristiana. L’uomo moderno, quando perse la certezza di un mondo a venire, si ripiegò su se stesso” (tr.it. pp. 238-39). Per cui “la vita individuale divenne parte del processo vitale, e lavorare, assicurare la continuità della propria vita e di quella della propria famiglia, fu tutto quanto bastava” (tr. it. p. 239) Vi fu così il primato del darsi da fare per la pura sopravvivenza. Lo stesso pensiero, usato soltanto in funzione strumentale, divenne una funzione cerebrale, per cui è perfettamente concepibile che l’età moderna termini nella più mortale e nella più sterile passività che la storia abbia mai conosciuto! (cfr. tr. it. p. 240). È quella passività sulla quale può affermarsi il totalitarismo; è quella passività che può produrre gli Eichmann e la banalità del male. Un barlume di speranza, nella pagina finale dell’opera, appare quando la Arendt fa riferimento al pensiero come a una attività non assimilabile alla vita attiva: è un’attività ancora presente in pochi esemplari di umanità (scienziati, artisti ecc.) e che è ancora possibile, e senza dubbio efficace, ovunque gli uomini vivano in condizioni di libertà politica.

La vita della mente

E proprio al pensiero è dedicata l’ultima grande opera della Arendt, La vita della mente (1978), lasciata incompiuta dalla sua morte e pubblicata poi postuma dalla sua amica scrittrice Mary MacCarthy. In primo luogo, che cosa facciamo quando non stiamo facendo altro che pensare? La risposta della Arendt è : mentre l’intelletto opera per conoscere e ha come oggetto la verità, la ragione opera per pensare e ha come oggetto e scopo il significato. Il pensare, quindi, non ha scopi conoscitivi rispetto alla verità ma punta a interrogarsi sul significato anche quando sa che non può dare risposte a queste domande. “Ponendo delle domande a cui non si può rispondere, sul significato, gli uomini si costituiscono come esseri interroganti… Ora, è più che probabile che se gli uomini dovessero perdere  l’appetito di significato che chiamiamo pensare, se cessassero di fare domande senza risposta, perderebbero insieme non solo l’attitudine a produrre quegli enti di pensiero che si chiamano opere d’arte, ma anche la capacità di porre tutte le interrogazioni suscettibili di risposta su cui si fonda ogni civiltà. In questo senso la ragione costituisce la condizione a priori dell’intelletto e del sapere” (cfr. tr. it. p. 146). Pensare, volere e giudicare sono le attività fondamentali della mente. Esse sono autonome l’una dall’altra anche se operano tutte nella stessa condizione della mente, caratterizzata da una certa quiete delle passioni dell’anima, e se hanno in comune una caratteristica specifica, l’invisibilità. In altri termini, le attività della mente non hanno nulla a che fare con l’apparenza o la sensorialità, che è la condizione normale di tutte le altre attività. Ma il ritrarsi dalle apparenze, nelle varie attività spirituali, non è ancora mai totale perché quelle attività si servono della parola, del linguaggio, della metafora per mantenere un collegamento col mondo delle apparenze. “L’io che pensa, ovviamente, non abbandona mai del tutto il mondo delle apparenze…concedendosi all’uso metaforico, il linguaggio ci permette di pensare, cioè di avere commercio con il non sensibile, proprio perché consente di “portare oltre”, metaphorein, le nostre esperienze sensibili. Non vi sono due mondi proprio perché la metafora li unisce” (tr. it. p. 196-97) Per quanto riguarda la volontà, essa è stata scoperta, secondo la Arendt, dal cristianesimo. Non c’è volontà libera per i greci perché vigeva fra loro una concezione ciclica. C’è invece nella tradizione ebraico-cristiana, anzi propriamente cristiana, la quale scopre veramente la volontà nel senso comune della parola. Né greci né romani né ebrei avevano avuto nozione che esiste nell’uomo una facoltà in virtù della quale, incurante di costrizione e necessità, egli può dire sì o no, dare o no il suo assenso a ciò che è dato di fatto, compresa la propria persona e la propria esistenza. Infine, quando stava per dedicarsi alla terza e ultima parte dell’opera, la Arendt è morta nel dicembre 1975.

  BIBLIOGRAFIA  


Arendt, Le origini del totalitarismo, ed. di Comunità
Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli
Arendt, Vita activa. La condizione umana, Bompiani

De Martino-Bruzzese, Le filosofe, Liguori
Zamboni, La filosofia donna, ed. Demetra

 
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...