Per noi il corpo è molto più di uno strumento o di un mezzo;è la nostra espressione nel mondo, la forma visiva delle nostre intenzioni. Non è all'oggetto fisico che il corpo può essere paragonato, quanto piuttosto all'opera d'arte. MAURICE MERLEAU-PONTY

Isocrate

 Isocrate

Isocrate

Isocrate nacque nel 436 a.C. e fu il quarto dei famosi dieci oratori attici.

Figlio del ricco proprietario di una fabbrica di strumenti musicali, ricevette un’educazione appropriata alla sua posizione sociale, annoverando fra i suoi maestri sia sofisti come Gorgia e Protagora, sia lo stesso Socrate.

Negli anni tumultuosi che videro la fine della guerra del Peloponneso, la ricchezza della sua famiglia andò perduta e per guadagnarsi da vivere Isocrate prese a comporre orazioni forensi per conto terzi, cioè a svolgere la professione di logografo (scrittore di discorsi).

Paradossalmente egli era timido e non aveva nemmeno una voce stentorea, quindi non era molto adatto a fare discorsi in pubblico.

Dopo aver insegnato retorica a Chio, circa nel 404, tornò ad Atene.

Nei dieci anni successivi scrisse occasionalmente discorsi per i tribunali, benchè sostenesse di aver disprezzato questo lavoro.

Nel 392 fondò la sua famosa scuola, nella quale, per il resto della sua vita, attrasse studenti da tutta la Grecia, accumulando altresì una notevole ricchezza.

Sembra che Isocrate si mantenne personalmente estraneo alla vita pubblica, ma di fatto influenzò il mondo politico con il suo pensiero, espresso con veri e propri capolavori di retorica.

Argomento dominante dei suoi scritti era un acceso nazionalismo panellenico volto ad instaurare una politica di unità, ovviamente sotto l’egemonia ateniese, in vista di un progettato attacco all’Asia.

Isocrate morì in seguito alla battaglia di Cheronea, si dice suicida, per la disperazione di aver assistito al crollo dei suoi sogni.

Delle oltre sessanta composizioni firmate a noi ne sono pervenute solo trentuno.

Le orazioni Contro i sofisti e Antidosis sono quelle di argomento pedagogico.

Le sue orazioni politiche più famose sono Panegyricus, Areopagiticus e Panathenaicus, quest’ultimo composto alla bella età di novantotto anni.

Il successo della scuola di Isocrate, ben più frequentata ed apprezzata dell’Accademia di Platone, era il risultato di un metodo educativo del tutto diverso, centrato sulla retorica dell’uomo medio acculturato da uno standard anzichè sulla ricerca di cosa è davvero bene per l’uomo.

La carriera educativa di Isocrate, contrariamente a quanto si crede, non fu facile.

Per tutta la vita dovette battersi in concorrenza con altre scuole e, soprattutto con altri indirizzi di pensiero filosofico-pedagogico, oltre che politico.

Oltre a Platone, vi erano i cosidetti socratici minori e le scuole dei sofisti.

Ogni maestro aveva i suoi metodi ed i suoi obbiettivi.

Ad Atene si era determinato un clima di pluralismo pedagogico ed era ovvio che ogni scuola non si limitasse a parlare bene di sè, ma anche a criticare le scuole altrui.

Il suo manifesto programmatico fu lo scritto Contro i sofisti, composto all’inizio della sua avventura pedagogica.

Per Isocrate i sofisti erano “falsi maestri” e così li descrisse:

affermano di cercare la verità ma immediatamente all’inizio delle loro professioni tentano di ingannarci con menzogne. Io credo infatti che sia manifesto a tutti che la preveggenza di eventi futuri non è concessa alla nostra natura umana. (Contro i sofisti, 1-2).

Secondo G. Norlin, curatore delle opere di Isocrate,

non c’è alcuna scienza, per Isocrate, che possa insegnarci a fare in ogni circostanza le cose che possono assicurare la nostra infelicità o il nostro insuccesso.

La vita è troppo complicata per questo, e nessuno può prevedere esattamente le conseguenze delle sue azioni.

“il futuro è cosa invisibile”.

Tutto quel che può fare l’educazione è sviluppare una corretta facoltà di giudizio (opposta alla conoscenza) che si contrapporà alle contingenze della vita con le proprie risorse e, nella maggior parte dei casi, con successo.

Questa è la dottrina fondalmentale della sua filosofia che egli enuncia e ripete più volte in opposizione ai professori di una “scienza della virtù e della felicità”.

(Norlin, Van Hook, Londra 1928-1945).

In questo passo è tuttavia evidente che egli assimila Platone ai sofisti, perchè il bersaglio di questo attacco è proprio il professor Platone, non in quanto “profeta e divinatore” ma in quanto uomo capace di far vedere che se si agisce male, si finisce peggio.

Isocrate criticò anche i retori che insegnavano oratoria pratica, deliberativa e forense, bollandoli come impostori.

Essi sostenevano di poter fare di chiunque un buon parlatore semplicemente insegnandogli i segreti della professione e le formule meccaniche per comporre un’orazione.

Si tratta di una posizione che anticipa largamente il comportamentismo moderno di Watson e di Skinner ed è indubbiamente un merito di Isocrate questo mascheramento del “comportamentismo” dei sofisti.

Essi non si preoccupavano della verità, diceva Isocrate.

Il massimo del loro sforzo era diretto ad impiegare la loro abilità oratoria in discorsi artificiali aventi per oggetto argomenti mitici e paradossali, privi di nesso con la verità e la vita.

Per fare un buon oratore, secondo Isocrate, occorrevano tre elementi indispensabili:

a) talento naturale

b) esperienza attraverso l’esercizio

c) istruzione appropriata

Credeva che il talento naturale fosse di gran lunga più importante.

Attaccava poi “coloro che sono vissuti prima del nostro tempo e non si sono fatti scrupolo di scrivere delle cosiddette arti dell’orazione” in quanto “benchè esortino altri a studiare oratoria politica, essi hanno trascurato tutte le cose buone che questo studio arreca e non sono divenuti nulla più che professori di intrigo e di avidità”-

Secondo Isocrate “fare l’avvocato od il procuratore” era da uomini falsi ed immorali, in quanto aveva a che fare con dispute triviali e non con nobili e grandi idee.

Ma anche i maestri di geometria, astronomia ed astrologia non erano molto considerati perchè questi saperi non avevano alcun valore pratico nella vita, e risultavano utili tuttalpiù come ginnastica della mente per giovani studenti.

Infine, come si è visto, non approvava i filosofi speculativi e l’Accademia in generale, dove oltretutto si insegnavano anche geometria, astronomia, astrologia, ecc.

La concezione generale dell’educazione.

La posizione di Isocrate venne successivamente chiarita nell’Antidosis.

In generale egli, come del resto anche i sofisti fu poco attento ai problemi dell’infanzia, del periodo prepuberale e dell’adolescenza.

Infatti accettava abbastanza acriticamente il sistema educativo primario e secondario allora vigente.

In pratica egli interessava soprattutto il periodo che potremmo chiamare tardoliceale ed universitario.

Vedeva l’educazione come un continuo processo di sviluppo delle qualità innate attraverso ripetuti sforzi condotti sotto la guida di una persona qualificata.

Ma oltre al talento naturale, ma guarda un pò, lo studente doveva aver tempo e mezzi finanziari a disposizione.

I più sprovveduti dovevano essere avviati dalla famiglia ad un’occupazione, mentre chi era capace (e danaroso) poteva avviarsi agli studi superiori, ovviamente nella scuola di Isocrate.

Non tutti gli allievi erano egualmente preparati e motivati.

Si davano, secondo Isocrate, oltre che differenze finanziarie, anche diversità psicologiche ed attitudinali.

Alcuni erano indolenti, altri industriosi; alcuni mancavano di cervello, altri erano intelletti vigorosi.

Servendosi di un proverbio di tipo salomonico (più che popolare) ripeteva che “le vie dell’educazione sono amare ma i loro frutti sono dolci”.

E diceva anche: “da tutte le nostre scuole solo due o tre studenti diventano autentici campioni, il rimanente si ritira dagli studi alla vita privata”. (Antidosis 201).

Probabilmente perchè amareggiato.

Ma Isocrate, al contrario, si vantava del fatto che anche molti ritirati a vita privata erano comunque diventati buoni citadini, educati e virtuosi.

Leggendo Isocrate cominciamo a capire perchè Aristotele lo odiasse cordialmente.

C’è un fondo di sottile ipocrisia in Isocrate che è difficile da digerire anche se non tutti sembrano coglierla.

Definiva come “filosofia” la retorica e presentava agli allievi modelli di discorsi come esempi da imitare.

Quindi richiedeva agli stessi una pratica intensiva su ciò che avevano imparato, un pò come succedeva fino a non molto tempo fa nelle medie inferiori e superiori (chi sa dirmi che succede ancora?).

Ti leggi i Promessi Sposi o l’Eneide fino alla nausea e poi componi un temino.

Se c’è un modo per far odiare Manzoni e Virgilio l’abbiamo trovato.

Grazie Isocrate!

Anche per conto di Manzoni e Virgilio.

In realtà la scuola di Isocrate era una vera e propria scuola di partito, la scuola dei benpensanti e della più banale ovvietà nazionalistica.

I contenuti programmatici dei corsi di “filosofia” di Isocrate vertevano sull’educazione politica, ma in termini del tutto diversi da Platone, per il quale lo “stato”, la polis non era affatto uno strumento per fare la grandezza della città, ma solo uno strumento atto a garantire la pace tra i cittadini.

In sostanza Platone non coltivava sogni di gloria, nè immaginava “posti al sole”; Isocrate, al contrario agognava con tutto il cuore alla diffusione della grandezza della cultura classica greca e dei suoi amati poeti.

(che Platone contestava per diversi motivi, non ultimo quello di aver descritto gli dei come passionali e quindi aver fatto una sorta di “caricatura del divino”).

Un merito di Isocrate fu indubbiamente quello di aver introdotto la storia tra le materie di insegnamento.

Ma per uno scopo ben preciso.

Presentava infatti gli eventi storici in modo unilaterale, come da noi si studiava il Risorgimento unicamente in chiave positiva.

Buoni i patrioti, cattivi gli Austriaci.

Isocrate, insomma, insegnò storia a modo suo, strumentalizzandola per trovare argomenti a sostegno del proprio nazionalismo panellenico.

Un altro merito di Isocrate, secondo la critica, fu quello di evidenziare il ruolo del buon maestro soprattutto con l’esempio.

Aveva coi suoi allievi rapporti di cordialità e gentilezza.

Riteniamo che questo sia in parte vero nel senso che è successo anche a me di stimare professori del tipo di Isocrate per l’amabilità del loro modo di fare e per come sapevano creare magicamente un’atmosfera, nonchè di ammirarli per il loro impegno e la loro costanza.

Il concetto isocratico di paideia.

Motto di Isocrate era indubbiamente “Forza Grecia”.

Benchè infatti il suo progetto educativo mirasse nell’immediato a preparare uomini intenzionati ad avere successo e onori nella vita pratica, il suo reale proposito era quello di rigenerare politicamente e moralmente la Grecia affinchè essa potesse compiere il suo compito di civilizzazione del mondo.

Esortava quindi le città greche a mettere fine a guerre e rivalità e riunirsi sotto la guida di Atene (e di Isocrate) per fare causa comune contro l’odiata Persia.

Vagheggiava una sorta di crociata sia come rivalsa per le antiche ingiustizie subite dai Persiani,sia perchè tutta la Grecia ne avrebbe tratto considerevole vantaggio.

I Greci dell’Asia sarebbero stati liberati dall’oppressione, i greci poveri della Grecia avrebbero potuto emigrare in Asia e fondare nuove colonie, in Grecia sarebbero poi confluite enormi ricchezze con vantaggi per tutti.

Nel Panegyricus Isocrate scrisse che quella sarebbe stata la “sola guerra migliore della pace, più simile ad una sacra missione che ad una spedizione militare. (Panegyricus182).

Per Isocrate questa sarebbe stata una sorta di campagna per la civilizzazione del mondo.

E’ tuttavia da notare che per Isocrate i barbari, cioè i non Greci, erano tali non perchè di natura diversi, ma perchè non educati.

Considerava infatti veri greci non tutti i greci, ma solo quelli che amavano la Patria e la cultura nazionale.

Basti riflettere su questo passo del Panegyricus: “di tanto Atene ha distanziato il resto del genere umano nel pensiero e nella parola che i suoi allievi sono diventati maestri del resto del mondo; ed essa ha ottenuto che il nome Elleni sia attribuito piuttosto a coloro che sono partecipi della nostra cultura che a coloro che hanno in comune con noi il sangue”.

E’ evidente che per Isocrate la cultura greca era una sorta di religione della salvezza, di cui Atene era il centro e il santuario e che la “sacra missione” di una Grecia unita era di portarla ovunque.

L’incredibile sta nel fatto che la missione fu compiuta da altri, nemmeno troppo consapevoli del disegno di Isocrate, in particolare dal macedone Alessandro e poi dagli stessi romani.

Il programma e il fine educativo.

Isocrate usava il termine “filosofia” in un senso molto particolare, simile, per certi aspetti, al modo nel quale noi oggi potremmo dire “intellettuale”.

Per Isocrate educare significava portare all’intellettualità, raffinarsi sempre più, imparare a gustare i prodotti culturali, diventare un “consumatore” di eventi poetici e teatrali, un esteta amante dell’arte.

Egli si proponeva di coltivare nei suoi allievi gli insegnamenti “che li avrebbero condotti ad essere uomini buoni nelle loro relazioni con lo stato, gli amici e la famiglia”. (Antidosis 99).

Questo fine non poteva essere conseguito attraverso lo studio dei discorsi forensi, giudicati miserabili, nè alla vacuità dei discorsi “epidectici” (esibizionistici) relativi a tematiche sciocche e insignificanti.

Per tutta la vita egli predicò che uno scrittore e un oratore sono “grandi” se affrontano “temi grandiosi”.

Non solo dovevano quindi essere “ben composti”, secondo uno stile di scrittura degno della grandezza greca, ma essere anche ispirati a ideali nobili e volti a patrocinare grandi “cause”.

Sullo stile egli osservava che [si devono comporre] discorsi che siano più simili a parole disposte a ritmicamente e musicalmente che a orazioni forensi. /Antidosis, 46).

Tali discorsi, continuava il nostro, piaceranno e saranno utili a chi li ascolterà, non saranno facilmente dimenticati ed avranno validità imperitura.

Isocrate non credeva, come si è visto, che la giustizia, l’onestà, le virtù tipiche dell’uomo di eccellenza potessero venire insegnate.

Egli si limitava a dire che imparare a parlar bene doveva, per forza, portare ad agir bene.

Le sue opinioni su tutto ciò sono sintetizzate nelle sue stesse parole:

ritengo che il genere di arte che può inculcare l’onestà nelle nature depravate non sia mai esistito e non esista neppure ora e che coloro che dicono di possedere questo potere si stancheranno e finiranno per rinunciare alle loro vane pretese prima che una tale educazione sia ,mai scoperta. Ma sostengo fermamente che è possibile all’uomo migliorarsi e nobilitarsi se egli concepisse l’ambizione di parlar bene, se si lascia trasportare dal desiderio di saper persuadere i suoi ascoltatori e, finalmente, se dispone il suo cuore a cogliere il proprio vantaggio: non intendo “vantaggio” nel senso dato a questa parola da chi è senza cervello, ma nel senso più proprio di questo termine. (Antidosis, 274).

Tuttavia è fuor di dubbio che egli impartisse anche un’istruzione morale con qualche contenuto, non solo belloccia esteticamente.

La virtù che egli insegnava era quella “standard”, riconosciuta da tutti gli uomini; pertanto disdegnava sia i futili tentativi dei moralisti teorici, i quali “esortavano, secondo Isocrate, i loro seguaci ad un genere di virtù che è ignorato dal resto del mondo (greco, ovviamente) e al cui proposito essi stessi disputano tra loro”.

Isocrate preferiva quindi la moralità pratica della gente media.

Spesso egli introduceva nei suoi scritti massime di prudenza popolare senza darsi cura di connetterle a dottrine filosofiche trascendentali.

Il suo genio, in questo campo, è immortalato dallo studioso francese Ernest Havet che, nella introduzione all’edizione francese dell’Antidosis del 1862, scrisse pagine degne di un’orazione isocratica:

lo spirito di Isocrate è contrassegnato da rispetto ed amore per tutti i sentimenti validi; dall’abito della moderazione, da un giusto rifiuto dei sommovimenti disonesti, da una medesima antipatia per la forza brutale dei despoti e per le brutali passioni della plebe; dal distacco della superstizione; da un tenace attaccamento a ciò che egli chiamava “filosofia”…infine, dalla facoltà di ammirazione, il più squisito dono del suo genio, e da quella viva sensibilità per gli aspetti più grandi della sua patria, di cui possiamo ancora rallegrarci con lui…la sua serena eloquenza, scevra da ogni precipitazione ed avventatezza (far la guerra alla Persia era una roba da saggi sperimentati, infatti…ndr) seleziona pensieri e parole, non si presta mai a sentimenti offensivi, non degrada mai a se stessa nè i propri ascoltatori, si nutre soltanto di idee generose e quindi riflette lo spirito umano sempre dal suo lato migliore”.

La gnoseologia di Isocrate.

Le vedute di Isocrate sulla conoscenza e la possibilità di imparare la verità assoluta ed anche quelle relative erano assimilabili a quelle correnti tra l’uomo ateniese qualunque di quel tempo.

In contrasto con molti filosofi greci del suo tempo, credeva che la verità assoluta fosse irrangiugibile e non credeva affatto nella dialettica come strumento.

Ma era anche in contrasto con quelli che sostenevano non ci fosse verità alcuna.

Di questo occorre dargli atto.

Isocrate credeva in qualcosa, a differenza delle correnti di pensiero socratiche più scettiche e nichiliste.

Inoltre giudicava balzana la teoria di cercare la conoscenza solo per amore e desiderio di conoscenza, tipica di Platone ed Aristotele, e riteneva che lo studio non fosse lo scopo della vita, ma solo uno strumento per eccellere.

Di conseguenza raccomandava che era meglio evitare di cercare la conoscenza perfetta e limitarsi a ben fondate opinioni e solide congetture.

Per Isocrate una congettura non era un’opinione azzardata, bensì una teoria di lavoro basata sull’esperienza pratica, sul giudizio oculato; scrisse in proposito:

dal momento che non è nella natura dell’uomo raggiungere una scienza per mezzo della quale noi possiamo sapere positivamente che cosa dobbiamo fare o dire, ritengo in ultima analisi essere saggio quell’uomo che è in grado con il suo potere di congettura di raggiungere il miglior tipo di comportamnento e sostengo essere filosofo colui che si impegna in studi dai quali trarrà il più rapidamente possibile questo genere di conoscenza”.

Per questa ragione credeva che la funzione precipua dell’educazione fosse quella di procurare un addestramento in forza del quale gli allievi acquisissero con la massima rapidità e sicurezza un “tal potere di congettura”.

Ai filosofi ed ai cercatori della scienza esatta diceva che essi erano di scarsa utilità.

E quindi ammoniva:

essi debbono andare alla ricerca della verità e istruire i loro alunni negli affari pratici del nostro governo conducendoli a raggiungere una relativa abilità, tenendo in mente che una congettura probabile su cose utili è di gran lunga preferibile alla conoscenza esatta dell’inutile, e che esser un pò superiori nelle cose importanti val meglio che esser preminenti in cose futili che non hanno valore ai fini della vita”. (Helen, 5).

Ma cos’è “l’inutile”? Forse che i poeti, gli scultori e i “bei” discorsi sono utili più dei filosofi o degli scienziati? Siamo mica tutti postmoderni!

Considerazioni finali.

A detta di molti Isocrate non fu in realtà un grande ed originale pensatore, al punto che molti testi di storia della filosofia lo ignorano, e certo non gli dedicano tutto lo spazio che gli abbiamo dedicato noi.

Ma è sbagliato.

Bisogna infatti sia chiaro dove portano la banalità e la superficialità, la bellezza della forma a danno del contenuto.

E bisogna quindi che sia osservato almeno un pò, anche con maggior obbiettività della mia, da tutti quelli che pretendono di diventare insegnanti.

C’è un piccolo demone isocratico in tutti noi, nella nostra retorica, specie se siamo uomini e donne di parte, votati a qualche grandiosa causa.

Conoscere Isocrate significa “vaccinarsi” contro questo male e contro il discorsone ampolloso e tronfio, da “dotto ignorante”, intellettuale in senso degenere.

In realtà, poi, va osservato che anche Isocrate ebbe i suoi seguaci, in parte Cicerone e poi Quintiliano a Roma, Dionigi di Alicarnasso (che lo giudicò più grande di Platone come educatore) ed altri ancora nel tempo antico.

In epoca moderna, specie in Germania e nel mondo anglosassone, molti studiosi lo hanno giudicato come il “padre dell’educazione liberale e dell’umanesimo”.

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