Per noi il corpo è molto più di uno strumento o di un mezzo;è la nostra espressione nel mondo, la forma visiva delle nostre intenzioni. Non è all'oggetto fisico che il corpo può essere paragonato, quanto piuttosto all'opera d'arte. MAURICE MERLEAU-PONTY

Prendimi l’anima

La vicenda di Sabina Spielrein è nota: nel 1977, a Ginevra, negli scantinati del Palais Wilson, vecchia sede dell’Istituto di Psicologia svizzero, venne casualmente trovata la corrispondenza originale tra Jung, Freud e Sabina Spielrein. Si scoprì che Sabina Spielrein, una ragazza ebrea di origine russa, era stata la prima paziente, affetta da una grave forma di isteria, curata e guarita con successo a Zurigo dal giovane Jung col metodo freudiano. Ma si scoprì anche che durante la terapia Sabina si era perdutamente innamorata del suo medico.

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USCITA CINEMA: 17/01/2003

GENERE: Drammatico

REGIA: Roberto Faenza

SCENEGGIATURA: Roberto Faenza, Hugh Fleetwood, Gianni Arduini, Alessandro Defilippi, Elda Ferri, Giampiero Rigosi

ATTORI:

Iain Glen, Emilia Fox, Craig Ferguson, Caroline Ducey, Jane Alexander (II), Michele Melega, Daria Galluccio, Joanna David

Ruoli ed Interpreti

FOTOGRAFIA: Maurizio Calvesi

MONTAGGIO: Massimo Fiocchi

MUSICHE: Andrea Guerra

PRODUZIONE: Jean Vigò Italia, Les Films Du Centaure

DISTRIBUZIONE: Medusa Film

PAESE: Italia 2002

DURATA: 90 Min

FORMATO: Colore

E’ la storia vera di un caso clinico quella raccontata nel nuovo film di Roberto Faenza dal titolo “Prendimi l’anima”, una storia che suscita da circa 35 anni un notevole interesse sia tra gli studiosi di psicoanalisi che tra i curiosi ammiratori di Freud e del suo più valido pupillo, Carl Gustav Jung. La rivendicazione della paternità del ritrovamento e della pubblicazione degli scritti che hanno dato vita a questo racconto e soprattutto della divulgazione a mezzo stampa sono state al centro di numerose polemiche ed aspri conflitti, non ultimo quello tra Faenza e Mario Carotenuto, il primo in Italia a pubblicare il carteggio sulla vicenda Spielrein, e che pretendeva una partecipazione attiva alla lavorazione del film.

Nel 1977, nella vecchia sede dell’Istituto di Psicologia svizzero di Ginevra, viene rinvenuto casualmente un carteggio, risalente all’inizio del secolo scorso, consistente in una fitta corrispondenza epistolare tra Jung, Freud e Sabina Spielrein, una ragazza ebrea di origine russa affetta da una grave forma di schizofrenìa. Inoltre, a svelare i particolari di tutta la storia, contribuì in larga misura una parte del diario segreto, ritrovato insieme al carteggio, che Sabina teneva sin da quando si era ammalata a causa dello shock causatole dalla morte della sorellina. Da questi scritti venne a galla la travolgente storia d’amore che Jung (Iain Glen) e Sabina (Emilia Fox) ebbero (e non fu l’unica scappatella di Jung a quanto pare) durante il periodo in cui lei era in cura da lui a Zurigo e che fu tenuta nascosta per evitare uno scandalo visto il matrimonio che legava Jung alla ricca ed affascinante Emma Rauschenbach (Jane Alexander).

Quello che in verità sconvolse l’opinione pubblica fu soprattutto la tacita approvazione di Freud alla tresca. Una grave macchia professionale per i due luminari rimasta segreta per diversi decenni ma che è venuta fuori nonostante le forti opposizioni che gli eredi dei due colossi della psicoterapia fecero prima della pubblicazione del tutto. Due gravi mancanze quelle di Jung e Freud che vennero fuori quando ormai si pensava che tutto fosse stato detto e scritto su di loro. Era la prima volta che Jung usava su un paziente le tecniche insegnategli dal maestro Freud, ma si sa, quando si deve far i conti con i sentimenti non sempre tutto fila liscio.

L’amore viscerale e devastante tra i due finisce così quasi con uno scambio di ruoli, lei si laurea e diviene una brillante psicologa-insegnante in una scuola materna, meritevole di aver portato all’epoca numerose innovazioni ed aperto nuovi orizzonti nella psicologia infantile. Una scelta quella di lasciar partire Sabina che si rivelò per Jung più dannosa che altro; solo, infelice e cosciente di aver perso il più grande amore della sua vita, lascia lo stesso andar via Sabina affidandole la sua anima, come del resto aveva fatto lei quando si erano conosciuti, sicuro che nessuno avrebbe potuto custodirla più gelosamente di lei.

L’intera storia è narrata dalla voce fuori campo di Mariè (Caroline Ducey), una studentessa di origini russe che porta lo stesso cognome di Sabina e che, anche per questo è decisa a scoprire ogni cosa sulla vita di una sua probabile antenata. Personaggio realmente esistito quello di Mariè e che, con l’aiuto di un professore universitario (Craig Ferguson), trova il diario ed inizia ad approfondire il tutto. Ottima interpretazione degli attori e discreta la regia di Faenza non senza vistosi buchi di sceneggiatura e disastrose lacune nei dialoghi. Troppo sbrigativa a mio avviso la parte finale della Spielrein insegnante e psicologa; ottimi i costumi anche se a volte le ricostruzioni scenografiche sono scadenti e poco credibili. Tutto sommato il film, visto il soggetto piuttosto interessante, risulta ugualmente godibile ed apprezzabile dal punto di vista storico, se non altro per gli oltre vent’anni che Faenza ha dedicato alle indagini su questa romantica ma triste storia.

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