Per noi il corpo è molto più di uno strumento o di un mezzo;è la nostra espressione nel mondo, la forma visiva delle nostre intenzioni. Non è all'oggetto fisico che il corpo può essere paragonato, quanto piuttosto all'opera d'arte. MAURICE MERLEAU-PONTY

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Manlio Sgalambro e la potenza vitale

Manlio Sgalambro

Manlio Sgalambro

“Io appartengo al sistema solare. Il resto non mi dice niente. Le stelle che vedo a occhio nudo, la luna che percepisco quasi con tenerezza, insomma quello che fa parte di questo sistema mi commuove e ne ho un senso vivissimo di partecipazione. Mi sento intimo a una stella più che a qualcuno con cui ho spartito il mio vivere quotidiano. […] Quel che esso può, ci dà. In questa immagine è compresa la sua morte stessa. […] Si morirà del tutto quando morirà il sistema solare, e anche i morti morranno nuovamente. Ma esso ci ha portato, ci ha fatto da padre e da madre. Il sentimento di appartenenza a questo sistema ci ritaglia uno spazio nel vagare cosmico. Qui sono le radici, questa è la nostra ‘cara patria’ cercata invano nella fallacia e nelle lusinghe. Ma il sentimento di contemporaneità a quel momento in cui il ‘FIAT’ si disgrega – It’s all in pieces – ci dà la misura e ci impone una norma. A partire da esso si svegliano le sopite energie morali, e guardiamo in faccia ciò che vi è di comune. E la prima umanità si ricongiunge all’ultima. E, ciò che non è possibile al genere umano mentre è in balìa delle potenze vitali, la sospensione della vita nella bellezza o nella contemplazione e, nell’istante, una forte commossa immaginazione ci indicano entrambe quel che avrebbe potuto essere, e ciò che è si impregna del nostro rimpianto”.
Manlio Sgalambro

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Herbert Spencer – Il mondo è un mistero che domanda un’interpretazione

Herbert Spencer

Herbert Spencer

“ Sia nella primitiva teoria degli spiriti, che suppone una personalità umana dietro ogni insolito fenomeno; sia nel Politeismo, in cui tali personalità sono parzialmente generalizzate; sia nel Monoteismo in cui esse sono generalizzate interamente; o sia ne Panteismo, in cui la personalità generalizzata diventa una cosa sola con i fenomeni: noi troviamo egualmente un’ipotesi che si suppone deva rendere comprensibile l’Universo. Di più, anche quel sistema che è considerato come la negazione di ogni religione – anche l’Ateismo positivo – rientra nella definizione; poiché esso pure, affermando l’auto-esistenza dello Spazio, della Materia, e del Moto, propone una teoria di cui ritiene sarebbero deducibili i fatti. Ora ogni teoria afferma tacitamente due cose: in primo luogo, che c’è qualche cosa da essere spiegato; in secondo luogo, che la spiegazione è questa o quella. Quindi, per quanto i diversi pensatori possano ampiamente discordare nelle soluzioni che danno allo stesso problema, pure implicitamente convengono che c’è un problema da risolvere. Ecco dunque un elemento comune a tutte le credenze. Religioni diametralmente opposte nei loro dogmi palesi sono perfettamente d’accordo nel riconoscere tacitamente che l’esistenza del mondo, con tutto ciò che esso contiene e tutto ciò che lo circonda, è un mistero che domanda un’interpretazione.”
HERBERT SPENCER (1820 – 1903), “I primi principii”, a cura di Guglielmo Salvadori, Bocca, Torino 1921 (III ed. it. sulla VI ed. inglese, I ed. it. Dumolard, Milano 1888), Parte prima ‘L’inconoscibile’, Capitolo II ‘Idee ultime della religione’, § 14., pp. 30 – 31.

“ Be it in the primitive Ghost-theory, which assumes a human personality behind each unusual phenomenon; be it in Polytheism, in which such personalities are partially generalized; be it in Monotheism, in which they are wholly generalized; or be it in Pantheism, in which the generalized personality becomes one with the phenomena; we equally find an hypothesis which is supposed to render the Universe comprehensible. Nay, even that which is regarded as the negation of all Religion even positive Atheisms – comes within the definition; for it, too, in asserting the self-existence of Space, Matter, and Motion, propounds a theory from; which it holds the facts to be deducible. Now every theory tacitly asserts two things: first, that there is something to be explained; second, that such and such is the explanation. Hence, however widely different speculators disagree in the solutions they give of the same problem, yet by implication they agree that there is a problem to be solved. Here then is an element which all creeds have in common. Religions diametrically opposed in their overt dogmas, are perfectly at one in the tacit conviction that the existence of the world with all it contains and all which surrounds it, is a mystery calling for interpretation.”
HERBERT SPENCER, “First Principles” (sixth and final revised by the author, I ed. Williams and Norgate, London 1862), introduction by T. W. Hill, Watts & Co., London 1946 (third impression), Part 1. ‘The unknowable’, II. ‘Ultimate religious ideas’, § 14., pp. 35 – 36.

Emil M. Cioran – L’origine di un sentimento

Emil M. Cioran

Emil M. Cioran

“ Io conosco molti che hanno scritto dei romanzi e hanno fatto fiasco […]. Perché? Perché si limitano a riportare i fenomeni di superficie senza andare all’origine dei sentimenti. L’origine di un sentimento è molto difficile da cogliere, ma proprio questo è l’importante, e ciò vale per ogni fenomeno: per la fede religiosa e via dicendo. Com’è cominciata quella data cosa? E perché continua? – è qui la posta in gioco, e soltanto chi è capace di chiaroveggenza sa individuare l’origine di un dato fenomeno. E questo non deriva dal ragionamento.”
EMIL M. CIORAN (1991 – 1995), “Un apolide metafisico. Conversazioniˮ, trad. dal francese di Tea Turolla, Adelphi, Milano 2004, ‘Intervista con Michael Jakob’ (pp. 320 – 359), p. 338.

“ Ich kenne viele Leute, die Romane geschrieben und dabei versagt haben. […] Warum? Weil er nur die Phänomene der Oberfläche wiedergegeben hat, ohne aus der Tiefe heraus, vom Ursprünglichen her zu übersetzen. Der Ursprung eines Gefühls ist sehr schwer zu erfassen, doch genau darauf kommt es an. Das gilt für den Glauben usw. Weswegen hat es angefangen, wie hat es sich entwickelt? Usw. – nur derjenige, der die Gabe der Divination besitzt, kann einsehen, woher etwas wirklich kommt. Dies ist aber der Reflexion nicht zugänglich.ˮ
EMIL M. CIORAN, in MICHAEL JAKOB, “Aussichten des Denkensˮ, Fink Verlag, München 1994, ʻGespräch mit Cioranʼ (S. 9 – 38), S. 23, quindi in E. M. CIORAN, “Entretiensˮ, Gallimard, Paris 1995, ʻAntretien avec Michael Jakobʼ (pp. 285 – 319).

Carl Gustav Jung – Sentimento è parola che ha bisogno di qualche spiegazione

Carl Gustav Jung

Carl Gustav Jung

“ Io cerco qui di fornire al lettore un rapido panorama delle prime impressioni da me provate quando cominciai a osservare le molte persone che si presentavano alla mia attenzione. Mi parve subito chiaro, tuttavia, che a usare la mente erano solo le persone che ‹pensavano›, cioè quelle che applicavano le loro facoltà intellettuali nel tentativo di adattarsi alle altre persone e alle circostanze. Coloro che, pur essendo dotati della medesima intelligenza, non ne facevano uso, cercavano e trovavano la loro strada al livello del ‹sentimento›.
«Sentimento» è una parola che ha bisogno di qualche spiegazione. Per esempio c’è chi parla di «sentimento» quando è in gioco il «sentimentalismo» (corrispondente alla parola francese ‹sentiment›). Altri applicano la stessa parola per definire un’opinione: per esempio, una comunicazione della Casa Bianca può cominciare nel seguente modo: «Il Presidente sente…» Inoltre la parola può essere usata per esprimere una intuizione: «Io sentivo che…»
Quando io uso la parola «sentimento» in contrasto con «pensiero», mi riferisco a un giudizio di valore – per esempio: piacevole o spiacevole, buono o cattivo, e via dicendo. Secondo questa definizione, il sentimento non è un’emozione (che, come dice la parola, è involontaria). Il ‹sentimento›, come l’intendo io, è (come il pensiero) una funzione ‹razionale› (cioè imperativa), mentre l’intuizione è una funzione ‹irrazionale› (cioè percettiva). Nella misura in cui l’intuizione è una «impressione», essa non costituisce il prodotto di un atto volontario; essa è piuttosto un evento involontario, dipendente da diverse circostanze esterne o interne, che un vero e proprio atto di giudizio. L’intuizione assomiglia piuttosto alla percezione sensoriale, che è un evento altrettanto irrazionale nella misura in cui dipende essenzialmente da stimoli oggettivi fondati su cause fisiche e non mentali.
Questi quattro tipi funzionali corrispondono ai mezzi naturali tramite i quali la coscienza viene orientandosi nel corso dell’esperienza. La ‹sensazione› (cioè la percezione sensoriale) ci dice che qualcosa esiste; il ‹pensiero› ci mette al corrente di che cosa si tratta; il ‹sentimento› ci rivela se si tratta di una cosa più o meno piacevole; l’‹intuizione› ci fa capire la provenienza e il fine di essa.”
CARL GUSTAV JUNG (1875 – 1961) e Marie-Louise von Franz, Joseph L. Henderson, Jolande Jacobi, Aniela Jaffé, “L’uomo e i suoi simboli” (1964), coordinato da John Freeman, trad. di Roberto Tettucci, Tea, Milano 2011 (IX ristampa, I ed. Longanesi, Milano 1980), “Introduzione all’inconscio” (C.G. Jung), ‘Il problema dei tipi’, p. 43.

“ I am trying here to give the reader a glimpse of my own first impressions when I began to observe the many people I met. It soon became clear to me, however, that the people who used their minds were those who ‹thought› — that is, who applied their intellectual faculty in trying to adapt, themselves to people and circumstances. And the equally intelligent people who did not think were those who sought and found their way by ‹feeling›.
«Feeling» is a word that needs some explanation. For instance, one speaks of «feeling» when it is a matter of «sentiment» (corresponding to the French term ‹sentiment›). But one also applies the same word to define an opinion; for example, a communication from the White House may begin: «The President feels…»
Furthermore, the word may be used to express an intuition: «I had a feeling as if…»
When I use the word «feeling» in contrast to «thinking,» I refer to a judgment of value — for instance, agreeable or disagreeable, good or bad, and so on. Feeling according to this definition is not an emotion (which, as the word conveys, is involuntary). ‹Feeling› as I mean it is (like thinking) a rational (i.e. ordering) function, whereas intuition is an ‹irrational› (i.e. perceiving) function. In so far as intuition is a «hunch,» it is not the product of a voluntary act; it is rather an involuntary event, which depends upon different external or internal circumstances instead of an act of judgment. Intuition is more like a sense-perception, which is also an irrational event in so far as it depends essentially upon objective stimuli, which owe their existence to physical and not to mental causes.
These four functional types correspond to the obvious means by which consciousness obtains its orientation to experience. ‹Sensation› (i.e. sense-perception) tells you that something exists; ‹thinking› tells you what it is; ‹feeling› tells you whether it is agreeable or not; and ‹intuition› tells you whence it comes and where it is going.”
CARL GUSTAV JUNG (and M.-L. von Franz, Joseph L. Henderson, Jolande Jacobi, Aniela Jaffé Man and his symbols”, edition and introduction by John Freeman, Doubleday, New York 1988 (I ed. 1964), Part 1 ‘Approaching the unconscious’, ‘The problem of types’, p. 61.

Martin Heidegger – Il sentimento è lo stato in cui si libra l’esistenza

Martin Heidegger

Martin Heidegger

“ Un sentimento è il modo in cui ci troviamo nel nostro riferirci all’ente e quindi, al tempo stesso, anche nel nostro riferirci a noi stessi; è il modo in cui ci troviamo disposti tanto nei confronti dell’ente che non siamo quanto nei confronti dell’ente che noi stessi siamo. Nel sentimento si apre e si mantiene aperto lo stato in cui di volta in volta ci troviamo rispetto alle cose, rispetto a noi stessi e rispetto agli uomini. Il sentimento è esso stesso questo stato, aperto a sé, in cui si libra la nostra esistenza. L’uomo non è un essere pensante che in più vuole, a cui si aggiungono poi, per farlo più bello o più brutto, oltre al pensare e al volere, i sentimenti, ma l’essere nello stato del sentimento è la dimensione originaria di cui pensare e volere fanno parte. È ora importante solo vedere che il sentimento ha il carattere dell’aprire e del mantenere aperto, e quindi anche, ogni volta a suo modo, quello di chiudere.”
MARTIN HEIDEGGER (1889 – 1976), “Nietzscheˮ(1936 – 1946, I ed. 1961), a cura, trad. e postfazione di Franco Volpi, Adelphi, Milano 1994 (I ed.), Libro primo, I. ‘La volontà di potenza come arte’ (1936/1937), ‘La volontà come affetto, passione e sentimento’, pp. 62 – 63.

“ Ein Gefühl ist die Weise, in der wir uns in unserem Bezug zum Seienden und damit auch zugleich in unserem Bezug zu uns selbst finden; die Weise, wie wir uns zumal Seienden, das wie nicht sind, und zum Seienden, das wir selbst sind, gestimmt finden. Im Gefühl eröffnet sich und hält sich der Zustand offen, in dem wir jeweils zugleich zu den Dingen, zu uns selbst und zu den Menschen mit uns stehen. Das Gefühl ist selbst dieser ihm selbst offene Zustand, in dem unser Dasein schwingt. Der Mensch ist nicht ein denkendes Wesen, das auch noch will, wobei dann außerdem zu Denken und Wollen Gefühle hinzukommen, sei es zur Verschönerung oder Verhäßlichung, sondern die Zuständlichkeit des Gefühls ist das Ursprüngliche, aber so, daß zu ihm Denken und Wollen migehören. Wichtig ist jetzt nur, zu sehen, daß das Gefühl den Charakter des Eröffnens und des Offenhaltens und deshalb auch je nach seiner Art den des Verschließens hat.ˮ
MARTIN HEIDEGGER, “Nietzscheˮ, Neske, Pfullingen 1961 (I – II), Erster Band ʻDer Wille zur Macht als Kunstʼ, ʻWille als Affekt, Leidenschaft und Gefühlʼ, S. 62 – 63.

Edmund Husserl – L’espressione dei vissuti di sentimento

Edmund Husserl

Edmund Husserl

“ Tutte le formazioni di atti […], per esempio quelle della sfera del sentimento, che in se stesse non sono atti di giudizio, potrebbero giungere all’«espressione» soltanto per la via indiretta di un giudizio fondato sopra di loro.
Ma il riferire tutto il problema agli ‹atti›, alle noesi, è insufficiente, e il costante trascurare i noemi, a cui appunto è diretto lo sguardo quando si riflette sul significato, non permette di comprendere la questione. È in generale necessario, per poter giungere qui a porre correttamente i problemi, riferirsi alle diverse strutture da noi rilevate; è necessaria una conoscenza generale della correlazione noetica e noematica in quanto correlazione che attraversa tutti gli elementi intenzionali, tutti gli strati tetici e sintetici; cosí pure è necessario distinguere lo strato logico del significato dallo strato inferiore che si esprime per mezzo di esso. Occorre inoltre guadagnare l’evidenza delle direzioni che per essenza, qui come altrove nella sfera intenzionale, la riflessione può imboccare e delle direzioni in cui possono essere riscontrate delle modificazioni; ma occorre in particolare l’evidenza dei modi in cui ogni coscienza può essere convertita in una coscienza giudicativa, dei modi in cui da ogni coscienza possono essere ricavati ‹stati di cose› di specie noetica e noematica. ‹Il problema radicale›, a cui siamo infine ricondotti, come risulta dal complesso delle ultime serie di analisi di problemi, può essere formulato in questo modo:
‹Il› medium ‹del significare dotato di espressione›, questo peculiare ‹medium› del ‹logos, è specificatamente dossico? Non coincide›, quando il significare si adatta a ciò che viene significato, ‹con l’elemento dossico che si trova in ogni potenzialità›?
Naturalmente questo non escluderebbe che ci siano piú modi per esprimere, diciamo, dei vissuti di sentimento. Ma uno solo di questi modi sarebbe diretto, ossia quello della semplice espressione del vissuto (o, in riferimento al senso correlativo del termine espressione, del suo noema). Esso sarebbe ottenuto mediante l’immediato adattamento di un’espressione articolata all’articolato vissuto di sentimento, dove il dossico coinciderebbe col dossico. La forma ‹dossica›, che è inclusa nel vissuto di sentimento secondo tutte le sue componenti, sarebbe dunque quella che rende possibile l’attendibilità dell’espressione – come vissuto esclusivamente dossico – al vissuto di sentimento che, come tale e secondo tutti i suoi membri, contiene piú tesi tra cui, necessariamente, anche una tesi dossica.”
EDMUND HUSSERL (1859 – 1938), “Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica” (1913), introd. di Elio Franzini, nuova edizione a cura di Vincenzo Costa, introd. del curatore dell’ed. originale di Mary Biemel, Mondadori, Milano 2008 (I ed. Einaudi, Torino 1965), Libro primo ‘Introduzione generale alla fenomenologia pura’ (trad. di Vincenzo Costa), Sezione terza ‘I metodi e i problemi della fenomenologia pura’, Capitolo quarto ‘Per la problematica delle strutture noetico-noematiche’, 127. ‘Espressione dei giudizi ed espressione dei noemi di sentimento’, pp. 314 – 315.

“ Alle zugehörigen ‹Akt›-gebilde, z.B. solche der Gemütssphäre, die in sich selbst keine Urteilsakte sind, nur auf dem Umwege über ein in ihnen fundiertes Urteilen zum «Ausdruck» kommen können. Doch ist die ganze Beziehung des Problems auf die ‹Akte›, die Noesen, unzureichend, und das beständige Übersehen der Noemata, auf die gerade bei solchen Bedeutungsreflexionen der Blick gerichtet ist, dem Verständnis der Sachen hinderlich. Überhaupt bedarf es, um hier nur zu den korrekten Problemstellungen durchdringen zu können, der Rücksichtnahme auf die verschiedenen von uns aufgewiesenen Strukturen: der allgemeinen Erkenntnis der noetischen und noematischen Korrelation als einer durch alle Intentionalien, durch alle thetischen und synthetischen Schichten hindurchgehenden; desgleichen der Scheidung der logischen Bedeutungsschicht von der durch sie auszudrückenden Unterschicht; ferner der Einsicht in die hier, wie sonst in der intentionalen Sphäre, wesensmöglichen Reflexionsrichtungen und Richtungen von Modifikationen; speziell aber bedarf es der Einsicht in die Arten, wie jedes Bewußtsein in ein Urteilsbewußtsein überzuführen ist, wie aus jedem Bewußtsein ‹Sachverhalte› noetischer und noematischer Art herauszuholen sind. Das ‹Radikalproblem›, auf das wir schließlich zurückgeführt werden, ist, wie aus dem Zusammenhang der ganzen letzten Reihen von Problemanalysen hervorgeht, so zu fassen:
‹Ist das Medium des ausdrückenden Bedeutens›, dieses eigentümliche Medium des Logos, ‹ein spezifisch doxisches›? ‹Deckt es sich› in der Anpassung des Bedeutens an das Bedeutete ‹nicht mit dem in aller Positionalität selbst liegenden Doxischen›?
Natürlich würde das nicht ausschließen, daß es mehrerlei Weisen des Ausdrucks, sagen wir von Gemütserlebnissen, gäbe. Eine einzige davon wäre die direkte, nämlich schlichter Ausdruck des Erlebnisses (bzw. für den korrelativen Sinn der Rede von Ausdruck: seines Noema) durch unmittelbare Anpassung eines gegliederten Ausdrucks an das gegliederte Gemütserlebnis, wobei Doxisches sich mit Doxischem deckte. Die dem Gemütserlebnis nach allen Komponenten innewohnende doxische Form würde es also sein, welche die Anpaßbarkeit des Ausdrucks, als eines ausschließlich doxothetischen Erlebnisses, an das Gemütserlebnis ermöglichte, das als solches und nach allen seinen Gliedern mehrfach thetisch, darunter aber notwendig auch doxothetisch ist.ˮ
EDMUND HUSSERL, “Ideen zu einer reinen Phänomenologie und phänomenologischen Philosophieˮ (in ʻJahrbuch für Philosophie und phänomenologische Forschungʼ, Max Niemeyer, Halle 1913), in “Husserliana. Edmund Husserl gesammelte Werkeˮ, neu herausgegeben von Kral Schuhmann, Nijhoff, Den Haag 1976, Band III/1, Text der 1.-3. Auflage, Erstes Buch ʻAllgemaeine Einfürung in die reine Phänomenologieʼ, Dritter abschnitt ʻZur Methodik und Problematik der reinen Phänomenologieʼ, Viertes Kapitel ʻZur Problematik der noetisch-noematischen Strukturenʼ, § 127. ʻAusdruck der Urteile und Ausdruck der Gemütsnoemeʼ, S. 292 – 293.

Giovanni Gentile – La storia del sentimento è la storia di tutto lo spirito

Giovanni Gentile

Giovanni Gentile

“ La storia del sentimento è la storia di tutto lo spirito. Il quale operando investe tutta la compagine della persona spirituale e conforma il sentimento alla vita del tutto nel suo svolgimento. In questa varia sua conformazione il sentimento si può presentare in forme diverse e antitetiche: causa di discordie e lotte sentimentali tra individuo e individuo, tra l’uomo e le cose, tra l’uomo e sé stesso: discordie e lotte e divergenze che nella storia dello spirito hanno il loro nascimento, e nella storia dello spirito trovano la loro soluzione. E la trovano quando il pensiero conferisca al soggetto, e cioè al sentimento, o piuttosto gli restituisca, quell’universalità che è la sua forma nativa.
Tale universalità è stata tante volte attribuita allo spirito teoretico e negata allo spirito pratico considerandosi questo come stretto nella rete delle relazioni particolari, in cui l’agente opera, e in cui rimane finché non si sollevi all’universalità del soggetto teoretico; il quale così nell’arte come nella filosofia non è mai soggetto determinato secondo particolari circostanze e non opera su soggetti determinati nello spazio e nel tempo, ma è quell’uomo universale, in cui tutti gli uomini sono identici. Ma dov’è spirito è universalità; e, se si guarda alla forma, universale non è solo l’arte e la filosofia, ma anche l’azione; e se si guarda al contenuto, non solo l’azione, ma anche l’arte e la filosofia si particolarizzano e si spogliano della loro incontestata universalità.
Il particolare spunta nel seno dello spirito là dove lo spirito non abbia conquistato la sua forma; sussiste in quanto il pensiero rimane al di qua dell’autocoscienza, in cui l’oggetto deve adeguarsi al soggetto: come accade in quanto il pensiero non abbia ancora raggiunto quella universalità che compete al soggetto, che nell’oggetto, pensando, deve cercare e trovare sé stesso. Ora il pensiero non raggiunge mai l’adeguazione perfetta e assoluta dell’oggetto al soggetto. Se una volta la raggiungesse, si sa, verrebbe meno, perché il suo essere è appunto nel suo divenire. Non la raggiunge mai, e la raggiunge sempre, perché il suo divenire questo significa, che viene ad essere quel che non è. Dunque, due facce. Adeguazione e inadeguazione; universalità e particolarità. E data la particolarità, che è negazione del soggetto, il riaffermarsi del sentimento, che è amore come eterno innamorarsi.”
GIOVANNI GENTILE (1875 – 1944), “La filosofia dell’arte”, Sansoni, Firenze 1950 (I ed. 1937), Parte prima ‘L’attualità dell’arte’, V. ‘L’amore e la parola’, 5. ‘La storia del sentimento’, pp. 181 – 182.

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