Per noi il corpo è molto più di uno strumento o di un mezzo;è la nostra espressione nel mondo, la forma visiva delle nostre intenzioni. Non è all'oggetto fisico che il corpo può essere paragonato, quanto piuttosto all'opera d'arte. MAURICE MERLEAU-PONTY

Introduzione a Sartre

Introduzione a Sartre (di Sergio Moravia)

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Una Risposta

  1. ESISTENZIALISMO
    Il tema specifico dell’esistenzialismo è l’esistenza come modo d’essere caratteristico dell’uomo. L’essere nasce dall’esigenza di conoscere la concretezza della situazione di ogni singolo ed del pensatore stesso. L’esistenza pone, nella sua problematicità, in primo piano motivi quali: il pathos della scelta, l’aut-aut (o questo o quello, o si o no), l’angoscia, la disperazione, il limite dell’uomo. In Kierkegaard (Copenaghen 1813-1855) filosofo danese, l’esistenza è finalizzata a un discorso etico e in primo luogo religioso: l’esistenza è il nostro stesso modo d’essere, di conseguenza il conoscere l’essere in cui siamo coinvolti. In Sant’Anselmo d’Aosta (Aosta 1033 – 1109 Canterbury) “Dio è pensato come l’essere che ha in sé tutte le perfezioni; ma tra le perfezioni dell’essere dev’essere inclusa l’esistenza, dunque Dio non può essere pensato che come esistente”.
    Nel corso dei secoli la metafisica dell’essere si svilupperà e prenderà il nome di ontologia; mentre la metafisica del sovrasensibile si chiamerà teologia.
    La metafisica con la sua categoria fondamentale, la necessità, ossia ciò che non può essere diverso da ciò che è, si rivela inadeguata a pensare l’esistenza. Il tema va descritto in termini di possibilità ossia di realtà.
    In Kierkegaard e M. Heidegger (1889-1976) filosofo tedesco, possibilità e contingenza esprimono ciò che può essere o non essere, ciò che può essere diverso da quello che è, che non è sostanziale o essenziale, ciò che avviene fortuitamente o per cause accidentali, sono caratteristiche fondamentali dell’esistenza umana, da cui derivano le situazioni dell’angoscia e della disperazione. Il limite dell’uomo e l’assunzione di questo limite in “lucida angoscia” hanno dato il tono all’esistenzialismo di Jean-Paul Sartre (Parigi 1905-1980).
    Il progetto fondamentale che caratterizza l’uomo è quello di conciliare il “per sé” e “l’in sé” senza perdere di vista la propria coscienza.
    La coscienza rimane sempre “coscienza-di-qualcosa” e non può costituire il fondamento per un ritorno spiritualistico all’interiorità né essere sostanziata in principio metafisico separato. In tale ottica anche l’io è un “oggetto psichico”, un referente dell’attività intenzionale della coscienza ossia del mondo in cui viviamo. Nella filosofia di Sartre l’altro si oppone all’io.
    La relazione io-altro dà luogo a una complessa fenomenologia di situazioni in cui i due soggetti tendono reciprocamente a negare la specificità dell’altro, riducendosi a oggetti privi di libertà, a puri strumenti per la realizzazione dei propri fini.
    La coscienza è indefinita possibilità, un’apertura verso il nulla. L’oscillare continuo fra essere e nulla è condizione esistenziale dell’uomo che mediante la coscienza può identificare l’in-sé o essere oggettivo. L’essere in sé è l’essere oggettivo in quanto esterno e indipendente dalla coscienza.
    L’essere per sé è la coscienza, in quanto qualcosa che si duplica in se stessa, sostanzia l’autocoscienza, presa di distanza e “annullamento” dell’in-sé.
    L’esistenzialismo di J.P. Sartre designa l’esperienza emotiva dell’individuo di fronte alla totale mancanza di senso. Nel romanzo filosofico “La Nausea” (1938) l’in-sé è descritto nella sua pienezza brulicante, rispetto alla quale il protagonista si sente di “troppo” e prova l’esperienza metafisica, l’assurdità dell’esistenza nella sua assoluta contingenza.

    20 ottobre 2018 alle 21:10

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