Per noi il corpo è molto più di uno strumento o di un mezzo;è la nostra espressione nel mondo, la forma visiva delle nostre intenzioni. Non è all'oggetto fisico che il corpo può essere paragonato, quanto piuttosto all'opera d'arte. MAURICE MERLEAU-PONTY

Le Relazioni Pericolose

laclos_relazioni_pericolose.PDF – Le relazioni pericolose

relazioni
 
Apparse nel 1782, Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos possono essere lette, assieme alle Massime, caratteri aneddoti, di Chamfort, come la desolante conclusione della grande inchiesta sulla società francese avviata sessanta anni prima da Montesquieu con le Lettere persiane. Nel suo capolavoro giovanile, l’autore dello Spirito delle Leggi aveva tracciato l’identikit di una società frivola, galante, imprudente, teatrale, eppure «capace di coraggio, di generosità, di franchezza, di un certo senso dell¿onore». Una società sostanzialmente libera, vitale e aperta al futuro. Ma già a partire dagli anni 1760, ancora in pieno trionfo dei Lumi, quest’arte aristocratica del vivere assieme, che aveva fatto di Parigi la capitale d’Europa, trovava in Rousseau un censore implacabile. Discepolo fedele di Jean-Jacques, Laclos ne riprendeva, un ventennio dopo, le imputazioni, giungendo a conclusioni ancora più radicali. Nel denunciare, nella Nouvelle Héloïse, l’artificio, l’impostura e la volontà di dominio del bel mondo parigino, Jean-Jacques proponeva come contro-modello l’utopia salvifica di Clarins, una comunità basata sulla virtù e la trasparenza dei cuori. Per Laclos, invece, l’élite nobiliare francese appariva troppo irrimediabilmente corrotta per potersi rigenerare dal suo interno: aveva bisogno di una riforma morale imposta dall¿esterno, di una «rivoluzione» che doveva presto diventare realtà e di cui lo scrittore, con il sopraggiungere del 1789, non avrebbe esitato a farsi parte attiva.Preoccupazione centrale dell’Età dei Lumi, la riflessione sulla società e sulla natura dei rapporti che ne costituivano il criterio di valore, trovava in effetti nei tre grandi romanzi di Montesquieu, di Rosseau e di Laclos la sua espressione più suggestiva. Né era casuale che la formula narrativa adottata dai tre scrittori fosse quella del romanzo epistolare «polifonico». Essa permetteva, lettera dopo lettera, di illustrare con immediatezza la varietà dei caratteri e la diversità dei punti di vista dei diversi corrispondenti e, al tempo stesso, di servirsene per ricostruire un contesto sociale più ampio. E consentiva ugualmente di inscrivere la riflessione morale, politica, filosofica dell¿autore all¿interno stesso della logica narrativa, facendone parte integrante dello scambio epistolare.Laclos per primo sembra invitarci a una lettura in chiave sociologica del suo capolavoro, definendolo una «raccolta di lettere di una intera società». E non stupisce che una specialista di Baudelaire come Cinzia Bigliosi Franck abbia privilegiato questa prospettiva critica nel presentare la nuova edizione de Le relazioni pericolose da lei curata per la casa editrice Feltrinelli (pagg. 373, euro 9,00). Negli appunti preparatori di un saggio che intendeva scrivere sul romanzo di Laclos, il poeta dei Fiori del male, non faceva forse sua l¿indicazione dell¿autore e non vedeva in questa storia che «brucia come il ghiaccio», «un libro di vita di società», un «libro essenzialmente francese», un libro «terribile ma sotto la frivolezza e le convenienze»?

Proviamo dunque, partendo dalle osservazioni dalla Bigliosi e della sua nuova traduzione italiana, piacevolmente scorrevole malgrado la sua estrema aderenza al testo francese, a riprendere in mano questo romanzo spietatamente lucido e al tempo stesso sommamente ambiguo.

Il grande tema del libro è il libertinaggio, un male mortifero che avanza mascherato e mina dal suo interno una società quella del «bel mondo» aristocratico così «calcificata» da essere incapace di riconoscerne la presenza, rendendo pericolose anche le relazioni apparentemente più innocenti.

Eppure non era sempre stato così. Per tutto il Seicento «libertinaggio» era stato sinonimo di libero pensiero e anche quando nei primi decenni del Settecento, il termine aveva perso la sua connotazione filosofica, per indicare semplicemente coloro che perseguivano senza remore morali il piacere dei sensi, non aveva per questo assunto un significato necessariamente negativo. Nei romanzi di Crebillon, ambientati al tempo della Reggenza, il libertinaggio appariva già come lo sport preferito di una società oziosa e narcisistica, ma segnava anche una vittoria della «filosofia moderna» sugli ipocriti formalismi di un’ideologia dell’amore diventata obsoleta.

Sotto il segno dell'”amour-goût”, uomini e donne stabilivano un nuovo patto di complicità ludica che consentiva loro di conciliare desiderio e rispetto delle forme e di riconoscere la legittimità del piacere sessuale in armonia con il pensiero naturalistico settecentesco. E’ quanto avrebbe, d’altronde, teorizzato qualche decennio dopo Diderot nel Sogno di d’Alembert. E non si può non riconoscere che, al di là della monotonia e della ripetitività delle tematiche e delle situazioni, una stessa esigenza di libertà, una stessa sfida ai divieti della chiesa e dello stato assoluto sembra accomunare la maggior parte della produzione letteraria erotico – libertino – pornografica del tempo, facendone una alleata preziosa dei Lumi nella lotta ad oltranza contro ogni principio d’autorità imposta dall¿alto.

Ne Le relazioni pericolose, invece, il libertinaggio descritto da Laclos non obbedisce più a un¿esigenza libertaria, non promuove più una moderna morale del piacere volta ad esaltare l’autonomia dell’individuo, è dichiaratamente al servizio di un progetto dispotico. Per Valmont come per la marchesa di Merteuil la posta in gioco non è tanto il godimento sessuale quanto l’esercizio incondizionato di una perversa volontà di dominio.

Ricordiamo brevemente la trama. Per vendicarsi del conte di Gercourt, un bellimbusto alla moda che l’ha tradita, la marchesa di Merteuil chiede aiuto al cavaliere di Valmont con cui intrattiene, dopo esserne stata l’amante, una amicizia complice. Valmont dovrà fare di Gercourt «lo zimbello di Parigi», seducendone la giovane fidanzata, l¿ingenua e inesperta Cécile, ed educarla o, per meglio dire, depravarla sessualmente, mandandola all’altare già gravida. Il cavaliere si cimenterà, oltre che in questo, nella ben più difficile conquista della angelica presidentessa di Tourvel con l’impegno di sacrificarla alla marchesa dopo averne ottenuto la capitolazione. A rendere questo progetto possibile non è solo la diabolica astuzia dei due libertini ma la loro perfetta padronanza di un codice di comportamento mondano che consente loro di ordire impunemente i loro intrighi criminali sotto gli occhi di una società fatua, dimentica dei suoi valori e attenta soltanto alle forme. Se la verità finirà per emergere è esclusivamente perché la Merteuil e Valmont, rotto il patto che li univa, sono passati a farsi una guerra all’ultimo sangue, perdendo così il controllo del gioco. La lezione che ne ricaveranno quanti se ne erano lasciati ingannare non lascia adito alla benché minima speranza di rigenerazione. «La nostra ragione» si limiterà a dichiarare l¿improvvida madre di Cécile, «già così insufficiente a prevenire le nostre sventure, lo è ancora di più a consolarcene».

Il primo grande colpo di genio di Laclos è quello di rinnovare lo schema abituale della narrativa libertina mettendo in scena, al posto di un solo protagonista, una coppia. Un uomo e una donna, uniti dallo stesso nichilismo feroce, che incarnano la personificazione maschile e femminile del libertinaggio e mostrano come non ci sia pacificazione possibile ma solo accordi provvisori nella guerra tradizionale tra i sessi. Inutile chiedersi chi dei due risulti il più forte: credendosi entrambi padroni del proprio destino e accecati da questa illusione, ambedue finiranno per essere vittime di un delirio di onnipotenza che li porterà all¿autodistruzione.

Vi è certamente la tendenza a vedere in Valmont una vittima della Merteuil. Succube della marchesa il cavaliere le sacrificherebbe la passione che ha saputo ispirargli Madame de Tourvel, provocando così la follia e la morte della donna amata e precludendo a se stesso la possibilità di essere felice nella pienezza della vita affettiva.

Questa interpretazione, tuttavia, come ha mostrato Pierre Hartmann in uno studio importante (Le contrat et la séductionEssai sur la subjectivitè amoureuse dans le roman des Lumières, París. Champion, 1998) fa torto alla lucidità di Valmont e inficia la coerenza di un personaggio che Laclos ha eretto a simbolo di quell’ordine sociale obsoleto e corrotto di cui i Lumi non erano ancora riusciti ad avere ragione. Il cavaliere è una figura del passato, un eroe decaduto di Corneille, un superuomo narcisista che si possiede saldamente e basta a se stesso. In accordo con la morale della sua casta egli cerca «la gloria» non più, come ai tempi d’oro della nobiltà, sui campi di battaglia ma nel libertinaggio. E poiché la gloria è direttamente proporzionale alla difficoltà dell’ostacolo con cui misurarsi, la conquista di Madame de Tourvel gli appare doppiamente meritoria. Essa, infatti, deve fare i conti con un ostacolo esterno, la virtù della vittima prescelta, e uno interno, il sentimento inatteso che ha messo radice nel suo cuore. Perché Valmont avverte chiaramente che l¿amore che prova per la Tourvel, l’amore autentico di cui fa per la prima volta esperienza è una relazione tra persone, un¿apertura all¿altro incompatibile con l’ideologia libertina di cui egli si vuole l’interprete supremo. Per salvare l’integrità del suo io minacciato, il cavaliere mette a punto una strategia implacabile di cui è pronto a pagare il prezzo. Dopo aver trionfato sui «pregiudizi» della sua vittima e averla indotta a darsi liberamente a lui per amore, le spezzerà il cuore con un congedo umiliante. Come lui stesso lucidamente dichiara «degradata dalla sua caduta, ella ritornerà così ad essere per lui una donna qualunque», consentendogli di trionfare definitivamente su se stesso. Un trionfo irreparabile di cui il cavaliere non sarà in grado controllare le tragiche conseguenze.

E¿ precisamente per evitare la sorte in cui è incorsa madame de Tourvel, per non soggiacere alla iniqua condizione di sudditanza imposta alle donne dalla società patriarcale, che Madame de Merteuil ha imparato fin da giovanissima l’arte della dissimulazione. E’ per essere libera e «vendicare il suo sesso» che ella ha optato per il libertinaggio e ne ha fatto la sua scelta di vita.

L’attenzione che Laclos ha dimostrato in vari suoi scritti per i problemi legati alla condizione femminile potrebbero indurre a credere come propongono i women’ s studies – che a differenza di quella del tutto sterile di Valmont, la sfida libertina della Merteuil guardi al futuro. Ma è davvero così? La depravazione morale della marchesa, la sua stessa spietatezza non dipendono anche dal fatto che la sua è una rivolta solitaria e pur sempre servile? Solitaria perché lo sforzo di volontà che ella ha compiuto su se stessa per forgiare la sua corazza impenetrabile ignora la pietà e si basa sull’inganno. Servile perché per dominare gli uomini ella ha scelto di imitarne il comportamento, adottando in tutto e per tutto il modello del libertinaggio maschile, trovandosi così ad agire in una posizione di netto svantaggio. Se il libertino è un personaggio sociale perfettamente integrato nella vita di società e le sue conquiste sono fonte di prestigio mondano, la libertina, al contrario, è oggetto generale di biasimo: una donna perduta davanti a cui si chiudono tutte le porte.

In realtà è un sentimento tipicamente femminile, la gelosia per un¿altra donna, a perdere Madame de Merteuil inducendola a vendicarsi di Valmont, ma lo smascheramento finale della sua impostura non farà che confermare la ragione della sua rivolta. Saranno solo le sue lettere, e non quelle di Valmont, a venire divulgate, sarà solo lei, resa ancora più criminale per essersi ribellata alle leggi del suo sesso, a fungere da capro espiatorio di una società ipocrita che non sa di avere le ore contate.

 
 
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