Per noi il corpo è molto più di uno strumento o di un mezzo;è la nostra espressione nel mondo, la forma visiva delle nostre intenzioni. Non è all'oggetto fisico che il corpo può essere paragonato, quanto piuttosto all'opera d'arte. MAURICE MERLEAU-PONTY

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Max Horkheimer e Theodor W. Adorno su Sade

 Theodor W Adorno and Max Horkheimer

L’affinità di conoscenza e piano (fondata trascendentalmente da Kant), che dà all’esistenza borghese, razionalizzata fin nelle sue pause, un carattere, in tutti i particolari, di finalità ineluttabile, è stata esposta empiricamente da Sade un secolo prima dell’avvento dello sport. Le moderne squadre sportive, dal gioco collettivo perfettamente regolato, dove ogni giocatore sa quello che deve fare e una riserva è pronta a sostituirlo, hanno il loro preciso modello nei teams sessuali di Juliette, dove non un istante rimane inutilizzato, un’apertura del corpo trascurata, una funzione inattiva. Nello sport come in tutti i settori della cultura di massa regna un’attività intensa e funzionale, dove solo lo spettatore perfettamente iniziato è in grado di capire la differenza delle combinazioni e il significato delle vicende, che si misura a regole arbitrariamente stabilite. La peculiare struttura architettonica del sistema kantiano, come le piramidi ginniche delle orge di Sade e la gerarchia dei principi delle prime logge borghesi – il suo pendant cinico è il severo regolamento della società libertina delle 120 journées -, preannuncia un’organizzazione di tutta la vita destituita di ogni scopo oggettivo. Ciò che sembra importante, in queste istituzioni, più ancora del piacere, è la sua gestione attiva e organizzata, come già in altre epoche illuminate, la Roma dell’età imperiale e del Rinascimento oppure il Barocco, lo schema dell’attività contava più del suo contenuto. Nell’età moderna l’illuminismo ha svincolato le idee di armonia e perfezione dalla loro ipostasi nell’aldilà religioso, e le ha assegnate come criteri allo sforzo umano nella forma del sistema. Poi che l’utopia che aveva dato la speranza alla rivoluzione francese si fu travasata – potente e impotente insieme – nella musica e nella filosofia tedesca, l’ordine borghese stabilito ha definitivamente funzionalizzato la ragione. Essa è diventata «finalità senza scopo», che, appunto perciò, si può adoperare a tutti gli scopi. E’ il piano considerato in se stesso.

[Dialettica dell’illuminismo (1944-’47)]

I comportamenti preistorici, su cui la civiltà ha posto un veto, hanno condotto un’esistenza sotterranea, trasformandosi, sotto il marchio della bestialità, in comportamenti distruttivi. Juliette li esegue, non più come naturali, ma proprio perché vietati. Essa compensa il verdetto contro di essi, infondato come tutti i giudizi di valore, con un giudizio di valore opposto. Quando essa ripete le reazioni primitive, esse non sono più, così, primitive, ma bestiali.

Egli [Sade] ha spinto la dissoluzione dei vincoli, che Nietzsche s’illudeva – idealisticamente – di poter superare con «l’io superiore», la critica alla solidarietà con la società, l’ufficio, la famiglia, fino a proclamare l’anarchia. La sua opera smaschera il carattere mitologico dei principi su cui riposa, secondo la religione, la civiltà: il decalogo, l’autorità paterna, la proprietà […] Ciascuno dei dieci comandamenti riceve la dimostrazione della sua nullità davanti al tribunale della ragione formale. Essi sono smascherati senza residui come ideologie […]. Non solo l’amore sessuale romantico è caduto come metafisica sotto i colpi della scienza e dell’industria, ma ogni amore in generale; poiché nessun amore può reggere di fronte alla ragione: quello della donna per il marito non più di quello dell’amante per l’amata; l’amore materno o paterno non più di quello filiale […] Dolmancé dà la demistificazione materialista dell’amore paterno e materno. […] Ma Sade sconsacra anche l’esogamia, il fondamento della civiltà. Non ci sono, secondo lui, motivi razionali contro l’incesto […]. La famiglia […] entra in conflitto con la società stessa. «[…] Se è estremamente nocivo permettere che i bambini assorbano nelle loro famiglie interessi che spesso divergono profondamente da quelli della patria, è estremamente vantaggioso separarli da esse» […] La conoscenza del padre è «absolument interdite ai figli, che sono «uniquement les enfants de la patrie», e l’anarchia, l’individualismo, proclamato da Sade in lotta contro le leggi, sfocia nel dominio assoluto dell’universale, della repubblica. Come il dio abbattuto ritorna in un idolo più spietato, così il vecchio stato borghese «guardiano notturno» nella violenza del collettivo fascista. Sade ha pensato fino in fondo il socialismo di stato, ai cui primi passi sono caduti Robespierre e Saint-Just. Se la borghesia ha mandato alla ghigliottina i suoi politici più fedeli, ha relegato il suo scrittore più sincero nell’enfer della Bibliothèque Nationale. Poiché la chronique scandaleuse di Justine e di Juliette, che sembra scritta al nastro automatico, e anticipa, nello stile del secolo decimottavo, il romanzo d’appendice ottocentesco e la letteratura di massa del Novecento, è l’epos omerico che si è liberato fin dell’ultimo velo mitologico: la storia del pensiero come organo del dominio. In quanto inorridisce alla vista della propria immagine, esso apre uno spiraglio su ciò che è al di là di esso. Non l’armonico ideale sociale che balena, anche per Sade, nel futuro («gardez vos frontières et restez dica vous»), e neppure l’utopia socialista sviluppata nella storia di Zamé [Aline et Vancour] ma il fatto che Sade non abbia lasciato solo agli avversari il compito di far inorridire l’illuminismo su se stesso, fa della sua opera una leva del suo possibile riscatto.

Gli scrittori «neri» della borghesia non hanno cercato, come i suoi apologeti, di palliare le conseguenze dell’illuminismo con dottrine armonicistiche. Non hanno dato ad intendere che la ragione formalistica sia in rapporto più stretto con la morale che con l’immoralità. Mentre i chiari o sereni coprivano, negandolo, il vincolo indissolubile di ragione e misfatto, società borghese e dominio, gli altri esprimevano senza riguardo la verità sconcertante […]. I vizi privati, in Sade come già in Mandeville, sono la storiografia anticipata delle virtù pubbliche dell’era totalitaria. Il fatto di non aver mascherato, ma proclamato ad alta voce l’impossibilità di produrre, in base alla ragione, un argomento di principio contro l’assassinio, ha alimentato l’odio di cui proprio i progressisti perseguitano ancora oggi Sade e Nietzsche. Diversamente dal positivismo logico, l’uno e l’altro hanno preso in parola la scienza. La loro insistenza sulla ratio, tanto più decisiva di quella del positivismo, ha il senso segreto di liberare dal bozzolo l’utopia che è racchiusa, come nel concetto kantiano di ragione, in ogni grande filosofia: quella di un’umanità che, non più deformata essa stessa, non ha più bisogno di deformazioni. Proclamando l’identità di ragione e dominio, le dottrine spietate sono più pietose di quelle dei lacchè della borghesia.

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Sade: La verità

La verità“, poesia blasfema e antiteista (con testo originale in francese) del marchese Donatien Alphonse François de Sade, (1740-1814).La verità
Manoscritto del 1787

Cos’è quest’impotente e sterile chimera,
questa divinità che all’imbecille va predicando
un’odiosa marmaglia di preti impostori?
Voglion forse collocarmi tra i loro adepti?
Ah! Giammai, lo giuro, e manterrò la parola,
mai questo bizzarro e disgustoso idolo,
questo parto di delirio e derisione
farà la minima impressione sul mio cuore.
Contento e orgoglioso del mio epicureismo,
intendo morire in seno all’ateismo
e che il Dio infame per cui mi vogliono allarmare
sia da me concepito solo per bestemmiarlo.
Sì, vana illusione, la mia anima ti detesta,
e per meglio convincerti scrivo qui la mia protesta,
vorrei solo per un momento tu possa esistere
per godere del piacere di insultarti meglio.

Che cos’è in effetti quest’esecrabile fantasma,
quest’incapace di Dio, quest’essere spaventoso
che nulla offre agli sguardi né mostra allo spirito,
che l’insensato teme e di cui il saggio ride,
che niente raffigura ai sensi, che nessuno può capire,
il cui culto selvaggio ha fatto scorrere in ogni tempo
più sangue di quanto la guerra o la corrucciata Temi
non potessero versarne tra di noi in mille anni?1
Ho un bell’analizzare, questo furfante deificato,
per quanto possa studiarlo, il mio sguardo filosofico
non vede nella ragione delle vostre religioni
che un impuro miscuglio di contraddizioni
che non regge all’esame non appena lo si considera,
che insultiamo a piacere, che sfidiamo, che oltraggiamo,
prodotto dalla paura, generato dalla speranza,2
che mai il nostro spirito saprebbe concepire,
diventando di volta in volta, nelle mani di chi lo erige,
oggetto di terrore, di gioia o di vertigine,
che l’astuto impostore che l’annuncia agli uomini
fa regnare come vuole sui nostri tristi destini,
dipingendolo ora malvagio, ora bonario,
ora pronto a massacrarci ora a farci da padre,
sempre attribuendogli, in base alle sue passioni,
ai suoi costumi, ai suoi caratteri e alle sue opinioni:
o la mano che perdona o quella che colpisce.
Ecco il Dio sciocco con cui il prete ci illude.

Ma con quale diritto colui che la menzogna stringe
pretende di sottomettermi all’errore che lo degenera?
Ho bisogno del Dio che la mia saggezza abiura
per rendermi conto delle leggi della natura?
In essa tutto si muove, e il suo seno creatore
si agita ogni momento senza l’aiuto di un motore.
da questa doppia confusione guadagno forse qualcosa?
Questo Dio dimostra la causa dell’universo?
Se crea, è a sua volta creato, ed eccomi sempre
incerto, come prima, se fare a lui ricorso.
Fuggi, fuggi lontano dal mio cuore, infernale impostura;
cedi, scomparendo, alle leggi della natura:
soltanto essa ha fatto tutto, tu non sei che il nulla
dalla cui mano un giorno, creandoci, ci fece uscire.
Svanisci dunque, esecrabile chimera!
Fuggi lontano da questi climi, abbandona la terra
dove non vedrai altro che cuori induriti
dal gergo menzognero dei tuoi meschini amici!

Quanto a me, ne convengo, l’orrore che ti porto
è a un tempo così vero, così grande e così forte,
che con piacere, Dio ignobile, con tranquillità,
Che dico? Con trasporto, perfino con voluttà,
sarei il tuo carnefice, se la tua fragile esistenza
potesse offrire un appoggio alla mia funesta vendetta,
e il mio braccio con piacere giungerebbe al tuo cuore
provandoti il rigore della mia avversione.
Ma sarebbe vano volerti colpire,
e la tua essenza sfugge a chi la vuole afferrare.
Non potendoti schiacciare, almeno, presso i mortali,
vorrei rovesciare i tuoi pericolosi altari
e dimostrare a coloro che un Dio ancora imprigiona
che questo vile aborto che la loro debolezza adora
non è fatto per porre termine alle passioni.

O sacri moti, fiere impressioni,
siate per sempre l’oggetto dei nostri omaggi,
i soli che si possano offrire al culto dei veri saggi,
i soli che in ogni tempo dilettino il loro cuore,
i soli che la natura offra alla nostra felicità!
Cediamo al loro imperio, e che la loro violenza,
soggiogando i nostri spiriti senza alcuna resistenza,
impunemente trasformi in leggi i nostri piaceri:
ciò che la loro voce prescrive basta ai nostri desideri.
Qualunque sia il disordine che possano causare,
dobbiamo ceder loro senza rimorsi e senza pena,
e, senza scrutare le nostre leggi né consultare i nostri costumi,
abbandonarci ardentemente a tutti gli errori
che la natura per loro tramite ci ha sempre suggerito.
Non rispettiamo altro che il suo divino mormorio;
Ciò che le vane leggi ci impediscono in ogni luogo
è ciò che per i suoi scopi ebbe sempre maggior valore.
Ciò che all’uomo appare un’orribile ingiustizia
non è che l’effetto della sua mano corruttrice,
e quando, in seguito alla nostra condotta, temiamo di fallire,
riusciamo soltanto ad accoglierla meglio.

Queste soavi azioni che voi definite crimini,
questi eccessi che gli sciocchi credono illegittimi,
non sono che le deviazioni che piacciono ai suoi occhi,
i vizi, le inclinazioni che meglio la dilettano;
ciò che imprime in noi non è che sublime;
consigliando l’orrore, essa offre la vittima:
colpiamola senza fremere, e non temiamo mai
di avere, cedendole, commesso qualche misfatto.
Osserviamo la folgore nelle sue mani insanguinate,
divampa alla cieca, e i figli, i padri,
i templi, i bordelli, i devoti, i banditi,
tutto piace alla natura: ha bisogno dei delitti.
La serviamo allo stesso modo commettendo il crimine;
più la nostra mano la estingue e più essa la stima.
Serviamoci dei potenti diritti che esercita su di noi
abbandonandoci senza ritegno ai gusti più mostruosi.
Nessuno può difendersi dalle sue leggi omicide,
e l’incesto, lo stupro, il furto, i parricidi,
i piaceri di Sodoma e i giochi di Saffo,
tutto ciò che nuoce all’uomo o lo porta alla tomba,
non è, siamone certi, che un modo di piacerle.
Rovesciando gli dèi, derubiamoli del tuono
e distruggiamo con questa folgore sfavillante
tutto ciò che non ci piace in un mondo spaventoso.
Soprattutto non risparmiamo niente: che le sue scelleratezze
servano da esempio alle nostre nere prodezze.
Non c’è nulla di sacro: tutto in questo universo
deve piegarsi sotto il giogo delle nostre impetuose deviazioni.
Più moltiplicheremo, varieremo l’infamia,
meglio la sentiremo affermarsi nella nostra anima,
raddoppiando, incoraggiando i nostri cinici tentativi,
poco a poco, ogni giorno, ci condurrà al misfatto.

Dopo gli anni più belli se la sua voce ci richiama,
prendendoci gioco degli dèi ritorniamo da essa:
come ricompensa ci attende il suo crogiuolo.
Ciò che il suo potere prende, il suo bisogno ce lo restituisce,
in essa tutto si riproduce, tutto si rigenera;
dei grandi e dei piccoli la puttana è madre,
e noi siamo sempre altrettanto cari ai suoi occhi,
mostri e scellerati come buoni e virtuosi.

Note dell’autore
1 Sono state stimate in più di cinquanta milioni di persone le perdite causate dalle guerre o dalle stragi di religione. Ce n’è almeno una tra di esse che valga il sangue di un uccello? E non deve la filosofia armarsi di tutto punto per sterminare un Dio in nome del quale vengono immolati tanti esseri che valgono più di lui, non esistendo di sicuro nulla di maggiormente detestabile di un Dio, nessuna idea più ottusa, più pericolosa e più stravagante?

2 L’idea di un Dio non poté nascere presso gli uomini che in un momento di paura o di speranza; unicamente a ciò va attribuito il quasi totale accordo degli esseri umani su questa chimera. L’uomo, ovunque infelice, ebbe in ogni luogo e in ogni tempo motivi di paura e di speranza, e dappertutto invocò la causa che lo tormentava, come dappertutto confidò nella fine dei propri mali. Invocando l’essere da lui ritenuto la causa, troppo ignorante o troppo credulone per concepire che l’infelicità inevitabilmente connessa alla propria esistenza non aveva altra causa se non la natura stessa dell’esistenza, egli creò chimere alle quali rinunciò dal momento in cui lo studio e l’esperienza gliene fecero comprendere l’inutilità. La paura generò gli dèi e la speranza li sostenne.

Donatien-Alphonse-Francois Marquis de Sade

Donatien-Alphonse-Francois Marquis de Sade

La vérité
Manuscrit, 1787

Quelle est cette chimère impuissante et stérile,
Cette divinité que prêche à l’imbécile
Un ramas odieux de prêtres imposteurs?
Veulent-ils me placer parmi leurs sectateurs?
Ah! jamais, je le jure, et je tiendrai parole,
Jamais cette bizarre et dégoûtante idole,
Cet enfant de délire et de dérision
Ne fera sur mon cœur la moindre impression.
Content et glorieux de mon épicurisme,
Je prétends expirer au sein de l’athéisme
Et que l’infâme Dieu dont on veut m’alarmer
Ne soit conçu par moi que pour le blasphémer.
Oui, vaine illusion, mon âme te déteste,
Et pour t’en mieux convaincre ici je le proteste,
Je voudrais qu’un moment tu pusses exister
Pour jouir du plaisir de te mieux insulter.
Quel est-il en effet ce fantôme exécrable,
Ce jean-foutre de Dieu, cet être épouvantable
Que rien n’offre aux regards ni ne montre à l’esprit,
Que l’insensé redoute et dont le sage rit,
Que rien ne peint aux sens, que nul ne peut comprendre,
Dont le culte sauvage en tous temps fit répandre
Plus de sang que la guerre ou Thémis en courroux
Ne purent en mille ans en verser parmi nous?1
J’ai beau l’analyser, ce gredin déifique,
J’ai beau l’étudier, mon œil philosophique
Ne voit dans ce motif de vos religions
Qu’un assemblage impur de contradictions
Qui cède à l’examen sitôt qu’on l’envisage,
Qu’on insulte à plaisir, qu’on brave, qu’on outrage,
Produit par la frayeur, enfanté par l’espoir,2
Que jamais notre esprit ne saurait concevoir,
Devenant tour à tour, aux mains de qui l’érige,
Un objet de terreur, de joie ou de vertige
Que l’adroit imposteur qui l’annonce aux humains
Fait régner comme il veut sur nos tristes destins,
Qu’il peint tantôt méchant et tantôt débonnaire,
Tantôt nous massacrant, ou nous servant de père,
En lui prêtant toujours, d’après ses passions,
Ses mœurs, son caractère et ses opinions:
Ou la main qui pardonne ou celle qui nous perce.
Le voilà, ce sot Dieu dont le prêtre nous berce.

Mais de quel droit celui que le mensonge astreint
Prétend-il me soumettre à l’erreur qui l’atteint?
Ai-je besoin du Dieu que ma sagesse abjure
Pour me rendre raison des lois de la nature?
En elle tout se meut, et son sein créateur
Agit à tout instant sans l’aide d’un moteur.
A ce double embarras gagné-je quelque chose?
Ce Dieu, de l’univers démontre-t-il la cause?
S’il crée, il est créé, et me voilà toujours
Incertain, comme avant, d’adopter son recours.
Fuis, fuis loin de mon cœur, infernale imposture;
Cède, en disparaissant, aux lois de la nature
Elle seule a tout fait, tu n’es que le néant
Dont sa main nous sortit un jour en nous créant.
Évanouis-toi donc, exécrable chimère!
Fuis loin de ces climats, abandonne la terre
Où tu ne verras plus que des cœurs endurcis
Au jargon mensonger de tes piteux amis!
Quant à moi, j’en conviens, l’horreur que je te porte
Est à la fois si juste, et si grande, et si forte,
Qu’avec plaisir, Dieu vil, avec tranquillité,
Que dis-je ? avec transport, même avec volupté,
Je serais ton bourreau, si ta frêle existence
Pouvait offrir un point à ma sombre vengeance,
Et mon bras avec charme irait jusqu’à ton cœur
De mon aversion te prouver la rigueur.
Mais ce serait en vain que l’on voudrait t’atteindre,
Et ton essence échappe à qui veut la contraindre.
Ne pouvant t’écraser, du moins, chez les mortels,
Je voudrais renverser tes dangereux autels
Et démontrer à ceux qu’un Dieu captive encore
Que ce lâche avorton que leur faiblesse adore
N’est pas fait pour poser un terme aux passions.

Ô mouvements sacrés, fières impressions,
Soyez à tout jamais l’objet de nos hommages,
Les seuls qu’on puisse offrir au culte des vrais sages,
Les seuls en tous les temps qui délectent leur cœur,
Les seuls que la nature offre à notre bonheur!
Cédons à leur empire, et que leur violence,
Subjuguant nos esprits sans nulle résistance,
Nous fasse impunément des lois de nos plaisirs
Ce que leur voix prescrit suffit à nos désirs.
Quel que soit le désordre où leur organe entraîne,
Nous devons leur céder sans remords et sans peine,
Et, sans scruter nos lois ni consulter nos mœurs,
Nous livrer ardemment à toutes les erreurs
Que toujours par leurs mains nous dicta la nature.
Ne respectons jamais que son divin murmure;
Ce que nos vaines lois frappent en tous pays
Est ce qui pour ses plans eut toujours plus de prix.
Ce qui paraît à l’homme une affreuse injustice
N’est sur nous que l’effet de sa main corruptrice,
Et quand, d’après nos mœurs, nous craignons de faillir,
Nous ne réussissons qu’à la mieux accueillir.
Ces douces actions que vous nommez des crimes,
Ces excès que les sots croient illégitimes,
Ne sont que les écarts qui plaisent à ses yeux,
Les vices, les penchants qui la délectent mieux;
Ce qu’elle grave en nous n’est jamais que sublime;
En conseillant l’horreur, elle offre la victime
Frappons-la sans frémir, et ne craignons jamais
D’avoir, en lui cédant, commis quelques forfaits.
Examinons la foudre en ses mains sanguinaires
Elle éclate au hasard, et les fils, et les pères,
Les temples, les bordels, les dévots, les bandits,
Tout plaît à la nature : il lui faut des délits.
Nous la servons de même en commettant le crime
Plus notre main l’étend et plus elle l’estime.
Usons des droits puissants qu’elle exerce sur nous
En nous livrant sans cesse aux plus monstrueux goûts.
Aucun n’est défendu par ses lois homicides,
Et l’inceste, et le viol, le vol, les parricides,
Les plaisirs de Sodome et les jeux de Sapho,
Tout ce qui nuit à l’homme ou le plonge au tombeau,
N’est, soyons-en certains, qu’un moyen de lui plaire.
En renversant les dieux, dérobons leur tonnerre
Et détruisons avec ce foudre étincelant
Tout ce qui nous déplaît dans un monde effrayant.
N’épargnons rien surtout: que ses scélératesses
Servent d’exemple en tout à nos noires prouesses.
Il n’est rien de sacré: tout dans cet univers
Doit plier sous le joug de nos fougueux travers.
Plus nous multiplierons, varierons l’infamie,
Mieux nous la sentirons dans notre âme affermie,
Doublant, encourageant nos cyniques essais,
Pas à pas chaque jour nous conduire aux forfaits.
Après les plus beaux ans si sa voix nous rappelle,
En nous moquant des dieux retournons auprès d’elle
Pour nous récompenser son creuset nous attend;
Ce que prit son pouvoir, son besoin nous le rend.
Là tout se reproduit, là tout se régénère;
Des grands et des petits la putain est la mère,
Et nous sommes toujours aussi chers à ses yeux,
Monstres et scélérats que bons et vertueux.

Opere
Autore Donatien Alphonse François de Sade
Curatore P. Caruso
Editore Mondadori, 1983

Famoso e famigerato, il Marchese de Sade è stato a lungo considerato un semplice pornografo, mentre la sua opera presenta un indiscutibile valore psicologico, filosofico e letterario. Il Meridiano documenta i vari aspetti di Sade scrittore: il filosofo, il narratore (con una scelta di racconti e il romanzo Justine) e l’epistolografo.


La filosofia del marchese De Sade

Donatien Alphonse François de Sade

Donatien Alphonse François de Sade

C’è un primo scarto che traspare dalla scrittura di Sade da ciò che egli voleva fosse il suo sistema filosofico. Se la trascendenza viene negata con veemenza e con dovizie di argomentazioni logico-razionali, perché l’autore è ossessionato dal sacro in quanto luogo del trascendente e perché ha un bisogno continuo di negarlo, quando una volta per tutte la ragione ne ha dimostrato la natura effimera o chimerica, come spesso ama ripetere Sade? Gli serve forse come gesto profanatorio – che è anche ciò che lo stesso marchese dichiara in molti luoghi – dal quale trarre un surplus di godimento? Ma questa sembra una spiegazione insufficiente. Nel gesto sacro vive qualcosa che la società dell’Illuminismo tende a perdere, una mancanza irrecuperabile sulla sfondo della quale emerge la dicotomia fondamentale razionale/irrazionale, propria della cultura del Settecento. Più propriamente, si tratta dell’antica dicotomia razionale/a-razionale, presente già nel pensiero platonico. Ma al contrario di Platone, Sade colloca nel luogo dell’a-razionalità solamente l’istinto sessuale e in quello della razionalità il mero operare sulla materia (operatività), escludendo dal novero di ciò che esiste l’immaginativo. Ciò che è puramente intellettuale o è pura ragione o è puro nulla, per Sade pura metafisica. La spiegazione finale di ogni gesto umano, il fondamento ultimo dell’esistenza nel pensiero di Sade è l’istinto sessuale. Si tratta non solamente di un acquisto teoretico, ma di una vera e propria ossessione che investe tutta l’esistenza dell’uomo Sade, il libertino, che agisce e dello scrittore, il filosofo Sade, che ricorda e ripete l’azione. La razionalità, qui intesa come mera operatività, è allora strumento e non guida per il miglior soddisfacimento dell’istinto sessuale. Essa è la radice di tutti gli strumenti, vero e proprio principio coordinatore che predispone i mezzi materiali di cui l’istinto ha bisogno per essere soddisfatto, e di cui Sade dà, in continuazione, minuziose e spesso ripetitive descrizioni. Il toglimento della fantasia, dell’immaginazione produttiva, in quanto gioco mentale, cortocircuito della ragione che si ripiega su se stessa e non serve affatto ai sensi, cioè a soddisfare l’istinto, è operato sostituendo ad essa la complessità dei fatti sotto forma di ripetizione. Il percorso è segnato, come nelle traiettorie fisse degli elementi di una macchina. Di quella macchina estremamente complicata e in parte ancora sconosciuta – ma pur sempre macchina – che compone l’uomo inteso dal materialismo sensista dei vari Le Mattrie, D’Holbach, Condillac. 2.2 Il principio razionale del Male e l’antiplatonismo Risulta evidente il ribaltamento dello schema platonico che vede l’essere umano razionale alla continua ricerca del Sommo Bene, ove per Sade invece la ragione spinge a produrre l’esatto contrario. Se la ragione platonica in materia di piacere, ma anche il racconto mitico (si pensi al mito del carro alato), hanno il compito controllare la sessualità, di imbrigliare la dannosa sfrenatezza di eros, il pensiero di Sade pone la ragione al servizio di questa sfrenatezza sessuale. Si crea una visione del mondo in cui ogni presunta trascendenza è il simbolo fallace di una divinità ridotta a fantoccio senza senso. L’immaginazione, che per Sade è precipuamente quella religiosa, va continuamente ridicolizzata indicandone la nullità dell’oggetto, il non essere o meglio il non essere possibile del dio che afferma. L’Illuminismo fa della ragione il centro della vita umana e il fine cui l’uomo deve tendere, man mano liberandosi dai pregiudizi imposti dal potere temporale e da quello religioso. Ma nessun illuminista si rende veramente conto della natura strumentale della ragione sviluppata dalla nascente modernità o, se ciò accade, non porta il discorso razionale iniziato dal secolo dei Lumi alle sue estreme conseguenze. Sade, per primo, intuisce che se la razionalità è il mezzo più efficace che l’uomo ha a disposizione per giungere agli scopi che egli sente in sé in quanto uomo, questi non sono determinabili tramite la razionalità stessa, ma derivano da una regione dell’animo umano ancora sconosciuta, quell’inconscio che la psicanalisi scoprirà e tenterà di esplorare solo un secolo più tardi, e che il marchese qualifica genericamente come istinto. Genericamente, in quanto vago punto di accumulazione per ogni umana volizione e non concettualizzabile in quanto creare concetti è compito della sola ragione e l’istinto va al di là della sua portata, ma nondimeno potente polarità per la ragione stessa. Nel paradigma sadiano l’istinto è una tensione irrazionale, che non spinge l’uomo all’uguaglianza o alla giustizia o ad un generico anelito verso il sacro, tutte nozioni troppo generali o astratte e perciò sadianamente poco umane, ma è essenzialmente istinto sessuale di dominio. L’immaginazione è qui sotto accusa: colpevole di aver creato il fraintendimento fondamentale che vede i valori morali e la stessa garanzia di essi, l’esistenza di quel Dio, che Sade instancabilmente combatte, quali verità eterne scoperte dalla ragione. Mentre essi non sarebbero che il prodotto di una sorta di debolezza organica, di peccato originale della facoltà immaginativa che spinta dalla paura dell’ignoto, si sostituisce all’azione dell’istinto e crea una serie di fantasmi per riempire lo spazio lasciato vuoto da quest’ultimo.


Donatien Alphonse François de Sade, il Divin marchese scrittore, filosofo e aristocratico francese

« Sì, sono un libertino, lo riconosco: ho concepito tutto ciò che si può concepire in questo ambito, ma non ho certamente fatto tutto ciò che ho concepito e non lo farò certamente mai.
Sono un libertino, ma non sono un criminale né un assassino. » 

(Marchese de Sade, Lettera alla moglie, 20 febbraio 1791)

Il marchese Donatien-Alphonse-François de Sade , meglio conosciuto come Marchese de Sade, soprannominato anche il Divin marchese o semplicemente De Sade (Parigi, 2 giugno 1740 – Charenton-Saint-Maurice, 2 dicembre 1814) è stato uno scrittore, filosofo e aristocratico francese, autore di diversi libri erotici e di alcuni saggi filosofici, molti dei quali scritti mentre si trovava in prigione.
Il suo nome è all’origine del termine sadismo, atteggiamento che emerge dai suoi romanzi.
È considerato un esponente dell’ala più estremista del Libertinismo, nonché dell’Illuminismo più radicale.

Donatien Alphonse François de Sade

Donatien Alphonse François de Sade

De Sade nacque nel Palazzo dei Condé a Parigi.
Suo padre era Jean-Bastiste François Joseph de Sade, che annoverava fra i suoi antenati la Laura de Noves cantata da Francesco Petrarca, moglie di Hugues de Sade (morta di peste nel 1348 e sepolta ad Avignone). Sua madre, Marie Elénore de Maillé de Carman, nipote di Richelieu, era gentildonna di camera della Principessa di Condé (madre di Luigi-Giuseppe di Borbone-Condé).

Il Conte Jean-Baptiste de Sade, padre del Marchese Donatien visse fino al 1744 nel palazzo, dove venne allevato insieme con il principino Luis-Joseph di Borbone. In seguito, tra il 1744 e il 1750, risiedette dapprima nel palazzo di famiglia ad Avignone, presso la nonna materna, per poi trasferirsi presso lo zio paterno Jacques-Francois-Paul-Alphonse de Sade al castello di Saumane.
Questi, amico di Voltaire, oltre che storico, letterato e libertino, era abate di Ebreuil e si incaricò dell’educazione del nipote.
Nel 1750 Donatien si trasferisce a Parigi per proseguire gli studi presso il collegio gesuita Louis-le-Grand (che frequenterà fino al 1754).

Inizialmente seguì la carriera militare, raggiungendo il grado di capitano di cavalleria. Nel 1758 partecipò alla Guerra dei sette anni, distinguendosi per il suo valore.
La sua carriera non gli impedisce di condurre una vita dissoluta, della quale sembra pentirsi in una lettera di quel periodo scritta allo zio. Nel 1763, al termine della guerra, ottenne il congedo.
Il 20 maggio dello stesso anno sposò, con matrimonio combinato dal padre (preoccupato per la sua difficile situazione economica e per la vita mondana del figlio), Renée-Pelagie Cordier de Launay de Montreuil, figlia di un ricco magistrato; da lei avrebbe avuto tre figli.
Il 29 ottobre del 1763 venne rinchiuso per la prima volta nel la prigione di Vincennes per libertinaggio. Nel 1764 de Sade inaugura al castello di Evry il teatro da camera, da lui stesso diretto, che lo vede impegnato anche come attore in alcune commedie da lui composte. Contemporaneamente viene nominato luogotenente generale del Re per le provincie di Bresse, Bugey, Valromey e Gex.
Nel luglio dello stesso anno inizia una relazione con la signorina Colette, attrice presso il Teatro Italiano, durata circa sei mesi. Nei due anni successivi colleziona avventure galanti con donne disposte a soddisfare i suoi gusti sessuali “eterodossi”.
Ai rimproveri epistolari di una zia badessa risponde affermando di continuare la tradizione familiare (con chiaro riferimento allo zio abate).
Il 24 gennaio del 1767 assunse il titolo di Marchese di Sade alla morte di suo padre.
Il 16 aprile dello stesso anno è promosso comandante del reggimento e maestro di campo di cavalleria, ma chiede il congedo per ricongiungersi con una delle sue amanti.
Il 27 agosto nasce a Parigi il primo figlio, Louis-Marie.
Il 1768 vede de Sade coinvolto in una delle più celebri avventure del marchese.
Il giorno di Pasqua dello stesso anno, 3 aprile, incontra in place des Victoires una giovane mendicante, Rose Keller, e la induce con un pretesto ad accompagnarla ad Arcueil. Qui la richiude in una camera, la spoglia e la fustiga a più riprese, minacciandola di morte. La Keller riesce tuttavia a fuggire e lo denuncia. In seguito ottiene una forte somma per ritrattare le accuse, ma nel frattempo de Sade viene incarcerato, dapprima a Saumur e poi a Pierre-Encise, ove rimane sino al 16 novembre (assistito dalla moglie che nel frattempo si era trasferita a Lione). Il processo si risolve con una condanna molto lieve, consistente in una piccola donazione in favore dei carcerati.
Dopo la scarcerazione si stabilisce nel castello di La Coste ove rimane fino all’aprile del 1769.
Nel maggio di quell’anno torna a Parigi, dove nasce il secondogenito Donatien-Claude-Armand. Vive un momento di tranquillità al fianco della famiglia, contribuendo all’educazione dei figli e colmando la moglie di attenzioni.
Nel 1771 la moglie dà alla luce Madeleine-Laure, terzogenita.
Nell’estate dello stesso anno viene imprigionato temporaneamente per debiti. Scarcerato, ritorna nel castello di La Coste con la famiglia e la cognata Anne-Prospere, con la quale inizia una relazione tormentata.
Nel 1772 si reca a Marsiglia, dove, il 27 giugno di quell’anno è protagonista di un’altra avventura sui generis. Riceve quattro ragazze alle quali offre confetti afrodisiaci; in seguito le frusta e le sodomizza, costringendo esse stesse a frustarlo e abbandonandosi a pratiche omosessuali con il servo Latour.
La sera stessa si intrattiene con la prostituta Marguerite Coste, alla quale fa ingoiare un’intera scatola di dolci alla cantaridina, sottoponendola poi a pratiche sessuali di ogni tipo. Marguerite in seguito accuserà sintomi di grave avvelenamento, divenendo la sua più implacabile accusatrice.
Il marchese, colpito da ordine di cattura il 4 luglio per i reati di sodomia e avvelenamento (che all’epoca comportavano la decapitazione e il rogo del cadavere) riesce a fuggire in Italia con la cognata e il servo Latour.
Il 3 settembre viene condannato a morte in contumacia.
L’8 dicembre viene arrestato a Chambéry e rinchiuso presso il forte di Miolans. La moglie cerca inutilmente di vederlo travestendosi da uomo; de Sade viene comunque trattato con riguardo vista la sua condizione.
Il 30 aprile 1773 riesce tuttavia ad evadere in maniera rocambolesca assieme ad altri prigionieri dalla fortezza, grazie alla complicità di persone inviate appositamente dalla moglie. Lascia in ogni caso una lettera al comandante assolvendolo da ogni responsabilità o manchevolezza per il fatto, elencando gli oggetti da lui lasciati nella prigione e i debiti non saldati.
Si rifugia quindi a La Coste.

Donatien Alphonse François de Sade

Donatien Alphonse François de Sade

Tra il 1775 e il 1776 de Sade, nonostante le difficoltà finanziarie, assume a Lione una domestica, cinque ragazze e un giovane segretario, futuri partecipanti di orge che il Marchese organizza in una stanza segreta del castello e alle quali partecipa anche la moglie.
Ciò sfocia in un nuovo scandalo, che induce de Sade a fuggire nuovamente in Italia, ove si trattiene per un anno durante il quale ebbe modo di visitare tutto il paese: Torino, Parma, Firenze, Roma, Napoli e Venezia.
Il ricordo di questo “tour” ci è stato trasmesso dalla narrazione redatta dallo stesso de Sade durante il viaggio.
Il libro è intitolato Viaggio in Italia. Il testo non fu pubblicato dall’autore ma da Maurice Lever, il quale curò l’opera incompiuta a causa dell’arresto e della successiva prigionia di De Sade.
Lo zio abate nel frattempo chiede l’internamento di de Sade in quanto pazzo. Ritornato a La Coste Donatien-Alphonse sfugge ad un attentato compiuto da un certo Tellier, padre di una delle ragazze assunte dal Marchese e che questi non intendeva restituire alla famiglia, chiamata al castello Justine.

La madre della moglie, Presidentessa di Montreuil, ottenne una lettre de cachet e il 13 febbraio 1777 egli venne imprigionato di nuovo, nei sotterranei del castello di Vincennes. Lì incontrò il compagno di prigionia Conte di Mirabeau, anch’egli scrittore di racconti erotici; nonostante questa affinità, i due si detestavano intensamente.
Rimase a Vincennes per 16 mesi di dura prigionia, pur senza subire processi. Nel giugno del 1778 viene condotto a Aix-en-Provence, dove viene assolto dal parlamento locale circa l’affare di avvelenamento che lo aveva visto coinvolto a Marsiglia, venendo condannato ad una pena minore sotto forma di ammenda per libertinaggio.
Legalmente libero rimane comunque in carcere poiché la lettre de cachet non è stata ancora annullata; durante il trasferimento a Parigi in luglio evade presso Valence, per essere nuovamente catturato a La Coste dopo 39 giorni e riportato a Vincennes.
Qui rimarrà per i successivi cinque anni e mezzo, intrattenendo una fitta corrispondenza con la moglie e iniziando a comporre, nell’ordine “Le 120 giornate di Sodoma”, “Dialogo tra un prete e un moribondo”, “Aline e Valcour”, oltre alla prima versione di “Justine” e ad alcune opere teatrali, storie e racconti di vario genere.
Nel 1784, dopo un tentativo di fuga, De Sade venne trasferito alla Bastiglia di Parigi, ove completerà la stesura di varie opere, elencate in un catalogo da lui stesso stilato il primo ottobre 1788.
Si racconta che il 2 luglio 1789 abbia urlato, dalla sua cella alla folla radunata fuori, “Qui stanno uccidendo i prigionieri!”, causando una specie di rivolta.
Venne trasferito al manicomio di Charenton-Saint-Maurice due giorni dopo (la presa della Bastiglia, che segna l’inizio della Rivoluzione Francese avvenne il 14 luglio).

Il 18 marzo del 1790 de Sade riceve a Charenton la visita dei suoi due figli maschi, che non vedeva da circa quindici anni. Questi lo informano di un decreto approvato il 13 marzo dall’Assemblea Costituente volto ad annullare il valore legale delle lettres de cachet relative ai casi di prigionia (con eccezioni per i condannati a morte, coloro sotto inchiesta e coloro giudicati insani mentalmente).
Il 2 aprile viene infine liberato: è tuttavia in grosse difficoltà economiche e si reca immediatamente dal suo curatore M. de Mailly, avvocato presso il tribunale di Chatelet. Questi gli procura un letto dove dormire e gli dà sei luigi.
La moglie rifiuta di vederlo e, decisa ad ottenere la separazione dal marito, si rivolge al tribunale di Chatelet per avviare il processo.
Sade, resosi conto del mutato atteggiamento della donna nei suoi confronti, lo attribuisce all’influenza del di lei confessore.
il 9 giugno il tribunale stabilisce la separazione e ordina al Marchese de Sade di restituire alla moglie le somme da essa portate in dote al momento del matrimonio (pari a 160,842 livres).
Il 3 agosto il Théâtre Italien accetta di rappresentare un suo testo, in atto unico, intitolato Le Suborneur.
Il 17 dello stesso mese dà una lettura alla Comédie-Française di una sua opera in atto unico in versi liberi, Le Boudoir ou le mari credule. Una settimana dopo l’opera viene rifiutata per una rappresentazione, in seguito viene però accettata con alcune rettifiche.
Il 25 agosto Sade conosce una giovane attrice, Marie-Constance Renelle, con la quale inizia una relazione, da lui stesso definita “meno che platonica” basata su reciproco amore e affetto, che durerà per il resto della sua vita.
Il 16 l’opera teatrale in cinque atti di Sade, Le Misanthrope par amour ou Sophie et Desfrancs è accettata all’unanimità dalla Comédie-Française per essere rappresentata.
Il 1° novembre Sade, ritrovata una certa tranquillità economica, si trasferisce in una abitazione con giardino in rue Neuve-des-Mathurins, in zona Chaussée-d’Antin.
Il 22 ottobre 1791 ha luogo, al Théâtre Molière in rue Saint-Martin, la rappresentazione dell’opera teatrale di Sade Le Comte Oxtiern ou les effets du libertinage. Una seconda rappresentazione, svoltasi due settimane dopo, dà luogo a problemi di ordine pubblico e induce Sade a sospendere ulteriori messe in scena.
Il 24 novembre dello stesso anno Sade dà lettura, alla Comédie-Française del suo scritto Jeanne Laisne ou le Siege de Beauvais, che viene tuttavia rifiutata.

Il 5 marzo del 1792, al Théâtre Italien, la rappresentazione de Le Suboneur viene disturbata da uno spettatore e infine interrotta dopo la quarta scena a causa del baccano provocato da questi.
La motivazione di questo gesto va ricercata nel fatto che l’autore (De Sade) è un aristocratico.
Tuttavia due notizie, ben più gravi per de Sade, si verificano di lì a qualche mese: in maggio il figlio Donatien-Claude-Armand, aiutante di campo del Marchese di Toulongeon, diserta dal servizio ed emigra dalla Repubblica.
De Sade, per non subire le conseguenze di tale gesto, è costretto a fare pubblica ammenda (avendo la Repubblica decretato la responsabilità genitoriale in simili casi).
Sade collabora attivamente con il nuovo governo repubblicano, divenendo segretario della sua sezione locale il 3 settembre del 1792. Tra il 17 e il 21 agosto il suo castello di Lacoste viene saccheggiato da cittadini locali, con la collaborazione della guardia municipale.
Viene privato di quasi tutti i suoi arredi e oggetti, sebbene le autorità locali riescano a mettere in salvo una parte dei beni, immagazzinandoli nella sede del vicario.
Questi beni vengono in seguito sequestrati da due emissari provenienti da Apt, che abusando del loro potere, si appropriano dei beni di maggior valore e li portano via, nonostante le proteste della municipalità di Lacoste. De Sade per il momento non viene a conoscenza di quanto accaduto.
Si arruola nell’8^ compagnia della sezione di Piques, venendo nominato anche commissario per l’organizzazione della cavalleria nella medesima sezione.
Nello stesso mese redige un pamphlet politico intitolato Idees sur le mode de la sanction des Loix, che viene stampato e distribuito nelle sezioni di Parigi per essere studiato e discusso.
Il suo nome viene inserito (non si sa per errore o per deliberata malignità a causa delle sue origini aristocratiche) nella lista degli nobili emigrati del dipartimento delle Bocche del Rodano.
Il 26 febbraio del 1793 redige, assieme con i cittadini Carre e Desormeaux un rapporto sulle condizioni igieniche di cinque ospedali parigini, che invia alla relativa commissione che lo aveva incaricato. In una lettera datata 13 aprile Sade informa Gaufridy della sua nomina a membro della corte di giustizia.
Nel giugno dello stesso anno il cittadino Sade è scelto, nella sua veste di segretario dell’assemblea delle sezioni di Parigi, a far parte del gruppo di quattro delegati chiamati ad esprimersi presso la Convenzione nazionale per chiedere l’annullamento del decreto di legge che stabilisce l’istituzione di un esercito di seimila uomini da mantenere stabilmente a Parigi.
Il 26 giugno viene creato un nuovo dipartimento, la Vaucluse, a partire dal precedente delle Bocche del Rodano.
De Sade, che era stato depennato dalla lista precedente di nobili emigrati, compare nuovamente sulla lista del nuovo dipartimento: questo fatto avrà conseguenze gravi per lui in seguito.
Sade, all’oscuro di tutto, viene nominato presidente della sua sezione il 23 luglio, salvo poi dimettersi e rifiutare il posto di vice-presidente a causa dell’inasprimento della situazione politica, che di lì a poco sfocerà nel Terrore. Ciononostante l’assemblea generale della sezione di Piques plaude e approva entusiasticamente un pamphlet redatto da Sade intitolato Discours aux manes de Marat et de Le Peletier, e decide di stamparlo e inviarlo all’Assemblea Nazionale.
Il 15 novembre Sade è posto a capo di una delegazione che legge dinanzi alla convenzione nazionale la Petizione della Sezione di Piques, della quale egli è l’autore.

L’8 dicembre viene spiccato un mandato di arresto per Sade sulla base di alcune lettere (risalenti a due anni prima) giudicate compromettenti dal regime repubblicano.
Egli viene dunque arrestato, prelevato dalla sua abitazione di rue Neuve-des-Mathurins e condotto alla prigione delle Madelonnettes.
Il 13 gennaio 1794 viene trasferito al convento carmelitano di rue de Vaugirard, il 22 viene condotto alla prigione di Saint-Lazare.
Sade redige in sua difesa inviandolo al comitato di salute pubblica un rapporto nel quale descrive le sue attività di sostegno al nuovo regime e la sua fedeltà ad esso, negando altresì le sue origini nobili.
In marzo viene trasferto per ragioni di salute nell’ospizio di Picpus.
Quattro mesi dopo viene inserito in una lista di elementi pericolosi da processare sommariamente, ma per cause non pienamente spiegabili il cancelliere del tribunale omette alcuni nomi trascrivendo la lista (23 al posto dei 28 originari). Dei 23 tutti eccetto due saranno in seguito ghigliottinati.
Il 28 luglio termina, con l’esecuzione di Robespierre il Terrore.
Il 15 ottobre De Sade viene scarcerato e riammesso grazie alle sue benemerenze nelle posizioni occupate in precedenza, autorizzandolo a tornare nella sua abitazione.
Trascorre il 1795 in relativa tranquillità. Vende nel 1796 alla famiglia Rovere il castello di Lacoste con annesso mobilio per la somma di 58,000 livres, che tuttavia non gli verrà mai pagata interamente.
Si trasferisce a Clichy e poi a Saint-Ouen presso M.me Quesnet con la quale si reca tra il maggio e il giugno del 1797 in Provenza.
In novembre, appresa la sua inclusione nelle liste di emigrati, con possibili conseguenze l’arresto e la confisca dei beni, si reca dalla polizia recando documentazione delle sue attività svolte per la Repubblica.

10 settembre del 1798 a causa di difficoltà economiche lascia Saint-Ouen, trovando ospitalità presso uno dei suoi fattori a Beauce.
In novembre i venditori delle proprietà di Malmaison e Grandvilliers (che aveva acquistato con il denaro ottenuto dalla vendita di Lacoste), non essendo stati pagati interamente ottengono un’ingiunzione di trasferimento delle suddette proprietà.
È costretto a lasciare Beauce e solamente nel gennaio del 1799 trova una sistemazione stabile, presso il figlio di M.me Quesnet, che abita in una piccola stanza non riscaldata in una casa parigina.
Scriverà a Gaufridy di questa esperienza, descrivendo i magri pasti a base di carote e fagioli e lo scarso riscaldamento offerto da poca legna secca comprata a credito.
In febbraio trova un lavoro miseramente retribuito (40 soldi al giorno) presso il teatro di Versailles, con la quale sostenere sè stesso e il suo giovane coinquilino. in giugno giunge, devastante, la notizia dell’emanazione di un decreto che vieta l’eliminazione dei nomi dei nobili dalle liste degli emigrati.
Ad agosto la sua posizione giuridica migliora, in quanto ottiene dalla municipalità di Clichy un certificato di residenza e cittadinanza, controfirmato dal membro della Commissione Cazade.
In dicembre torna sulle scene, rappresentando Oxtiern ou les malherus de libertinage presso la Société Dramatique di Versailles.
Al volgere del nuovo anno (1800) troviamo Sade languire nell’infermeria di Versailles malato. Qui riceve in febbraio la visita di Cazade che lo informa dell’eventualità di un suo arresto per debiti, qualora non possa pagarli entro il 1° marzo.
Cazade lo rassicura affermando che egli ha l’autorità per impedire che questo avvenga finché risulta sotto la sua responsabilità.
Ad aprile Sade è nuovamente a Saint-Ouen: qui entra in contrasto con Gaufridy, la cui condotta nella gestione degli affari del marchese è ritenuta da questi immorale e profittatrice.
Gaufridy dinanzi alle accuse mosse contro di lui lascia il suo incarico di amministratore, posizione che viene assunta da M.ma Quesnet.
In giugno viene pubblicato il pamphlet anonimo Zoloé, violentemente critico nei confronti di Tallien, Barras e delle loro consorti e di Bonaparte. Sebbene si sia a lungo ritenuto questo scritto opera di Sade, oltre che la motivazione principale del suo arresto del 1801, è ormai certo che si è trattata di una attribuzione erronea.
A ottobre il Journal de Paris pubblica un articolo del critico Villeterque che attacca pesantemente l’opera sadiana Les Crimés de l’Amour, recentemente pubblicata.

Il 1801 si apre sotto buoni auspici per Sade: il Ministero della Polizia rilascia un’amnistia, che rende possibile il dissequestro dei beni del Marchese.
Il 6 marzo Sade viene tuttavia arrestato con il suo editore Nicolas Massé nell’ufficio di questi. La perquisizione effettuata nel locale rivela numerosi manoscritti e stampati redatti da Sade, incluse le opere Juliette e La Nouvelle Justine.
Altre perquisizioni effettuate presso una abitazione di amici di Sade e presso la sua stessa abitazione e Saint-Ouen comportano il sequestro di altro materiale compromettente, compreso un arazzo sul quale sono presenti raffigurazioni a carattere osceno, ispirate al libro Justine.
Sade e Massé sono interrogati ma non vengono processati per evitare il crearsi di uno scandalo di enormi dimensioni, né tanto meno vengono puniti troppo duramente. Massé viene liberato subito, Sade viene chiuso (il 5 aprile) nella prigione di Sainte-Pélagie, colpevole della realizzazione di opere a carattere osceno.
Il 20 maggio del 1802 Sade invia una petizione al Ministro della Giustizia André Joseph Abrial chiedendo di essere processato o liberato e ribadendo la propria estraneità alla realizzazione di Justine.
Il marzo dell’anno successivo Sade viene invece trasferito nella durissima prigione di Bicêtre, salvo poi venire condotto, su pressione della famiglia all’ospizio di Charenton, dove già era stato in passato

Il 20 giugno 1804 Sade invia alla neocostituita commissione senatoriale per le libertà individuali una missiva nella quale lamenta la sua detenzione arbitraria, dal momento che sono passati quattro anni dal suo ingresso in carcere senza che si sia celebrato alcun processo a suo carico.
Sei settimane dopo, il 12 agosto, in una lettera a M. Fouché, ministro della polizia, scrive: “Le leggi e i regolamenti riguardanti le libertà individuali non sono mai state così chiaramente disattese come nel mio caso, dal momento che è senza alcuna sentenza o atto che continuano a tenermi chiuso e segregato”.
L’8 settembre il prefetto della polizia Dubois fa rapporto al ministro della polizia su Sade, descrivendolo come una “persona incorreggibile” che versa in uno stato di “costante pazzia licenziosa”, dal carattere “ostile ad ogni forma di costrizione”.
Nelle sue conclusioni ribadisce la necessità di lasciare Sade a Charenton, dal momento che la sua stessa famiglia desidera la sua permanenza nella struttura. Il prefetto Dubois torna ad esprimersi nuovamente su Sade, inviando il 17 maggio del 1805 una severa reprimenda al direttore dell’ospizio di Charenton, reo di aver consentito al marchese di poter ricevere il giorno di pasqua la comunione presso la locale chiesa.
Il 24 agosto dello stesso anno Sade redige e sottoscrive un memorandum nel quale accorda l’acquisto da parte dei suoi famigliari di tutte le sue proprietà (ad eccezione di Saumane) in cambio di una rendita vitalizia.
Nel gennaio del 1806 fa testamento.
Tra il marzo 1806 e l’aprile del 1807 Sade è impegnato nella composizione della Histoire d’Emilie, che nella sua forma finale va a completare una serie di 10 volumi, intitolata Les Journées de Florbelle, ou la Nature dévoilée, suivies des Mémoires de l’abbé de Modose et des Aventures d’Emilie de Volnange. Di lì a poco (5 giugno) la polizia sequestra, a seguito di un’ispezione della sua stanza, numerosi manoscritti, tra i quali lo stesso Les Journées de Florbelle che verrà bruciato poco dopo la sua morte.
Alla compagna Constance viene permesso di vivere con lui. Il direttore liberale di Charenton, Coulmier, gli permette e anzi lo incoraggia a mettere in scena diverse delle sue commedie, con gli internati come attori, per essere viste dal pubblico parigino.
L’opera di Peter Weiss intitolata La persecuzione e l’assassinio di Jean-Paul Marat è un resoconto di fantasia su questo periodo. Questa posizione estremamente tollerante Coulmier, che approcciava la psicoterapia, gli avrebbe attratto molte critiche da parte delle autorità più retrive.
Il 14 giugno del 1808 il figlio del marchese Louis-Marie de Sade viene ferito a Friedland.
la sua valorosa condotta gli fa guadagnare una menzione d’onore nei dispacci militari.
Il 17 giugno de Sade scrive a Napoleone, dicendo di essere il padre del valoroso soldato distintosi in battaglia alcuni giorni prima e chiedendo di essere liberato.
Il 2 agosto l’ufficiale medico capo di Charenton Antoine Athanase Royer-Collard, invia una missiva al ministro della polizia, lamentando gli svantaggi che comporta la presenza presso la loro struttura ospedaliera di de Sade. “Quell’uomo non è pazzo” afferma “la sua sola follia è quella derivante dal vizio… inoltre è stato reso noto il fatto che egli viva nell’ospizio con una donna che cerca di far passare per sua figlia” (si trattava di M.me Quesnet, che si era spostata a Charenton di sua iniziativa per rimanere insieme a de Sade).
Egli inoltre raccomanda nella lettera la soppressione del teatro che Sade aveva organizzato a Charenton, reputandolo di un elemento di disturbo per i pazienti (che erano chiamati dal marchese ad interpretare ruoli sotto la sua regia), suggerendo altresì il trasferimento del prigioniero in una struttura più restrittiva. Nonostante il supporto di Coulmier a Sade il ministro ordina il trasferimento di quest’ultimo alla prigione di Ham.
Coulmier si appella personalmente al ministro contro tale decisione, chiedendo quantomeno di posporre tale atto fintanto che la famiglia del marchese abbia pagato le spese dovute alla struttura dove il marchese è rinchiuso.
Il dr. Deguise, chirurgo a Charenton, appoggia Coulmier nelle sue richieste, affermando che un eventuale trasferimento metterebbe in pericolo la vita dl prigioniero.
L’11 novembre dinanzi alle richieste fatte anche dalla famiglia di posporre il trasferimento il ministro accetta infine di spostarlo al 15 aprile del 1809. Il 21 aprile di quell’anno il trasferimento è posticipato indefinitivamente.
De Sade inizia nel una relazione con la dodicenne Madeleine Leclerc a Charenton.
Questa relazione sarebbe durata per quattro anni, sino alla sua morte, avvenuta nel 1814.
Il 28 agosto 1810 Sade vende i suoi possedimenti a Mazan a Calixte-Antoine-Alexandre Ripert per 56,462.5 franchi, somma che passa ai suoi figli.
Il 18 ottobre dello stesso anno il conte di Montalivet, ministro dell’interno, rilascia una dura ordinanza, nella quale scrive:
“Considerando che M. de Sade è affetto dalla più pericolosa forma di pazzia, che ogni contatto tra lui e gli altri prigionieri può dar luogo a pericoli incalcolabili e i che i suoi scritti sono parimenti folli così come la sua parola e la sua condotta io ordino quanto segue: quel signor de Sade deve essere fornito di un alloggio completamente separato in modo da risultargli interdetta ogni comunicazione con gli altri… la massima precauzione inoltre deve essere presa nell’impedirgli di usare penne , matite, inchiostro o carta. Il direttore dell’istituto è personalmente responsabile dell’esecuzione di questo ordine”.
M de Coulmier riconosce la validità delle direttive del ministro, ma fa notare che non è suo obbligo mantenere presso la sua struttura un’area isolata come gli si richiede: fa perciò richiesta di trasferimento per Sade.
Egli fa inoltre notare a Montalivet che, nelle sue vesti di responsabile di un ente umanitario e rieducativo, si sente umiliato dall’essere utilizzato come un carceriere o un persecutore di uno dei suoi stessi pazienti.
Il 6 febbraio 1811 la polizia redige un rapporto su due librai, Clémendot e Barba, accusati di aver distribuito copie di Justine a Parigi e nelle provincie francesi, oltre che di aver stampato e venduto incisioni ispirate al libro.
Sade a seguito di tale denuncia viene sottoposto ad un duro interrogatorio a Charenton il 31 marzo.
Lo stesso Napoleone, in una seduta del consiglio privato, si pronuncia sul marchese, decidendo di prolungare la sua detenzione (confermando tale decisione anche in seguito).
Il 14 novembre Sade viene interrogato nuovamente, questa volta dal conte Corvietto; a differenza della volta precedente viene trattato in maniera cortese.
Il 31 marzo del 1813 ha luogo un altro, breve interrogatorio. Un ordine ministeriale vieta a Sade la continuazione degli spettacoli teatrali a Charenton; il marchese si dedica alla stesura finale della Histoire secrète d’Isabelle de Bavière, completata nel settembre del 1813.
Nello stesso anno viene pubblicato anonimo il libro La Marquise de Gange.

Il 1814 vede l’abdicazione di Napoleone e l’ingresso trionfale a Parigi di Luigi XVIII.
A Charenton il direttore Coulmier viene sostituito da M. Roulhac de Maupas. Questi, nel settembre dello stesso anno, fa richiesta al ministro degli interni, l’Abbé de Montesquiou, di spostare il marchese in una struttura più idonea a causa della sua salute malferma che ne impedisce la carcerazione.
Riporta inoltre che il figlio del marchese, nonostante le discrete condizioni economiche, rifiuta di pagare ulteriormente i costi del ricovero nell’ospizio (ammontanti a 8934 franchi).
In ottobre il ministro degli interni invita il conte Beugnot, direttore generale della polizia, a prendere provvedimenti circa la sistemazione futura di Sade.
In dicembre, tuttavia, le condizioni di salute di Sade peggiorano al punto dal rendergli impossibile camminare.
Il 2 dicembre il marchese riceve la visita del figlio Donatien-Claude-Armand, che chiede al giovane medico L. J. Ramon di assisterlo durante la notte. Recatosi nella stanza dove è chiuso il marchese, Ramon si accorge che il respiro del prigioniero è rumoroso e difficoltoso, simile ad un rantolo. Mentre gli prepara un té per cercare di alleviare la congestione polmonare di cui Sade è sofferente da tempo, l’anziano marchese muore silenziosamente.
Secondo quanto riportato nel rapporto ufficiale del direttore alla polizia, la causa del decesso è, oltre alla congestione polmonare, anche una “febbre adinamica gangrenosa”.
Lascia scritte le sue ultime volontà, nelle quali aveva espresso il desiderio di essere esposto dopo la morte nella sua stanza per 48 ore senza che alcuno lo toccasse, in seguito messo, nudo, in una semplice cassa e sepolto senza alcun segno di riconoscimento nella profondità della foresta nella sua proprietà di Malmaison presso Épernon.
Nonostante le sue disposizioni testamentarie Sade viene sepolto nel cimitero di Charenton.
Il costo della sepoltura ammonta a 65 livres, così ripartite: 20 per la croce, 10 per la bara, 6 per la cappella mortuaria, 9 per le candele, 6 per il cappellano, 8 per i portatori e 6 per il becchino.
Il suo cranio venne in seguito rimosso dalla bara per investigazioni scientifiche. Suo figlio maggiore fece bruciare tutti i manoscritti del padre non pubblicati; questi comprendevano anche l’immensa opera in più volumi Les Journees de Florbelle.


Paul Eluard su De Sade

Nella vecchia casa del nord della Francia che è abitata dagli attuali conti di Sade, l’albero genealogico dipinto su una delle pareti della sala da pranzo ha una sola foglia morta, quella di Donatien-Alphonse-François di Sade, che fu imprigionato da Luigi XV, da Luigi XVI, dalla Convenzione e da Napoleone. Chiuso in carcere per trent’anni, morì in un manicomio, più lucido e più puro di qualsiasi altro uomo del suo tempo. Nel 1789, colui che ha ben meritato d’esser chiamato per derisione il Divino Marchese, chiamava il popolo dalla sua cella della Bastiglia perché venisse in aiuto ai prigionieri; nel 1793, pur essendo devoto anima e corpo alla Rivoluzione, e membro della Section des Piques, si opponeva energicamente alla pena di morte e riprovava i delitti commessi senza passione. Egli rimane ateo di fronte al nuovo culto, quello dell’Ente Supremo, che Robespierre fa celebrare; vuole confrontare il proprio genio con quello di tutt’un popolo discepolo della libertà […].

Sade ha voluto restituire all’uomo civilizzato la forza dei suoi istinti primitivi, ha voluto liberare dai propri oggetti l’immaginazione amorosa. Egli ha creduto che da questo, e solo da questo, nascerà l’eguaglianza vera.

Poi che la virtù porta in se stessa la sua felicità, egli s’è sforzato, in nome di tutto quel che soffre, di abbassarla, di umiliarla, di imporle la suprema legge della infelicità, contro ogni illusione, contro ogni menzogna, perché essa possa aiutare tutti coloro che ha condannati a costruire un mondo adatto all’immensa misura dell’uomo. La morale cristiana, con la quale – con disperazione e vergogna, bisogna spesso confessarlo – si è ancora lontani d’averla fatta finita, è una galera. Contro di essa, tutti gli appetiti del corpo immaginante insorgono. Per quanto tempo ancora bisognerà urlare, agitarsi, piangere, prima che le figure dell’amore divengano le figure della facilità, della libertà?

Paul Eluard

Paul Eluard

Ascoltate la tristezza di Sade: «Amare o godere sono due cose molto differenti; la prova ne è che si ama tutti i giorni senza godere e che ancor più spesso si gode senza amare». E constata: «I godimenti isolati hanno dunque un loro fascino, possono dunque averne anche più di tutti gli altri godimenti; se così non fosse come potrebbero godere tanti vecchi, tanta gente deforme e piena di difetti fisici? Sanno benissimo di non essere amati, son certi che è impossibile la partecipazione ai loro piaceri: forse per questo la voluttà loro è minore?»

E Sade, giustificando gli uomini che nelle cose d’amore introducono l’eccezione, si scaglia contro tutti coloro che riconoscono l’amore indispensabile solo per perpetuare la loro sporca genia: «Pedanti, carnefici, secondini, legislatori, canaglia tonsurata, che cosa farete quando saremo arrivati a quel punto? Che cosa diventeranno le vostre leggi, la vostra morale, la vostra religione, le forche, il paradiso, i vostri dèi, il vostro inferno, quando sarà dimostrato che questo o quel moto delle linfe, questa o quella specie di fibre, questo o quel grado di acidità nel sangue o negli spiriti animali bastano a fare d’un uomo l’oggetto delle vostre pene o delle vostre ricompense?».

La più gelida ragione gli viene da questo perfetto pessimismo […].

Ambedue [Sade e Lautréamont] hanno lottato accanitamente contro gli artifici, grossolani o sottili, contro i tranelli che ci vengono tesi dalla falsa realtà indigente che abbassa l’uomo. Alla formula: «Siete quel che siete», essi hanno aggiunto: «Potete essere altro».

Con la violenza, Sade e Lautréamont sbarazzano la solitudine di tutti i suoi drappeggi. Nella solitudine, ogni oggetto, ogni essere, ogni conoscenza, persino ogni immagine, premedita di ritornare alla sua realtà senza divenire, di non dover più rivelare nessun segreto, di essere covata tranquillamente, inutilmente dall’atmosfera che crea.

Sade e Lautréamont, che furono orribilmente soli, se ne sono vendicati impadronendosi del triste mondo che veniva loro imposto. Nelle loro mani, terra, fuoco, acqua; nelle loro mani, l’arido godimento della privazione; ma armi, anche; e, nei loro occhi, furore. Vittime micidiali, essi replicano alla calma che li coprirà di cenere. Spezzano, impongono, atterriscono, saccheggiano. Le porte dell’amore e dell’odio sono aperte e danno, libero passaggio alla violenza. Inumana, essa metterà l’uomo in piedi, veramente in piedi e non vorrà nemmeno supporre la possibilità d’una fine per questo fardello del mondo. L’uomo uscirà dai suoi ripari e, faccia a faccia col vano ordine degli incanti e dei disincanti, si inebrierà con la forza del suo delirio. Allora non sarà più un estraneo, né per se medesimo, né per gli altri.

[Poesie, con un’appendice di Prose, introduz. e trad. di F. Fortini, Milano, Mondadori, 1976, pp. 541-4]


André Breton su De Sade

 Alla disposizione di spirito che chiamiamo surrealista e che vediamo così attenta a se stessa, ci pare sempre meno necessario cercare degli antecedenti […]. Niente è più sterile, in definitiva, di quel perpetuo interrogare i morti: […]. Sade in piena Convenzione ha agito in senso controrivoluzionario? Basta lasciar formulare queste domande per sentire tutta la fragilità della testimonianza di quelli che non sono più. Troppe canaglie hanno interesse al successo di quest’impresa di grassazione spirituale perché io le segua su questo terreno. In materia di rivolta, nessuno di noi deve aver bisogno di antenati. Tengo a precisare che, secondo me, bisogna diffidare del culto degli uomini, per quanto grandi possano apparire. A parte uno solo: Lautréamont, non ne vedo alcuno che non abbia lasciato qualche traccia equivoca sul suo cammino.

 [Secondo manifesto, 1929, in Breton e il surrealismo, ed. cit., p. 428]

Se poi mi si oppone ancora «il gesto conturbante del marchese de Sade rinchiuso tra i pazzi, che si fa portare le rose più belle per sfogliarne i petali nella melma di una latrina» [Questo aneddoto, riferito da Victorien Sardou in La Chronique médicale (15 dic. 1902, p. 808), è ripreso da Bataille nel suo pezzo Le language des fleurs, uscito sul n. 3, giugno 1929, della rivista «Documents». Il «basso materialismo» di Bataille, «svelando le radici oscene della civiltà che “fiorisce” sul “maiheur” delle vittime, conferisce una portata sconvolgente al gesto di Sade che, imprigionato tra i pazzi, sfoglia i petali delle più belle rose sul putridume di un rigagnolo di fogna.» (S. Finzi, La dialettica delle forme visibili, introduzione a G. Bataille, Documents, trad. di S. Finzi, Bari, Dedalo, 1974, p. 9). Nelle ultime pagine del Secondo Manifesto Breton attacca il materialismo di Bataille come «vecchio materialismo antidialettico» (Secondo Manifesto, ed. cit., p. 4.66). «Bataille passa allora al contrattacco e si sforza di dimostrare che se lui non è un materialista dialettico, Breton è in compenso un perfetto idealista, e, politicamente, un borghese scalmanato, ambiguo e velleitario» (I. Margoni, op. cit., p. 100)], risponderò che quell’atto di protesta perderebbe la sua straordinaria portata, se venisse non da parte di un uomo che ha trascorso per le sue idee ventisette anni della sua vita in prigione, ma da un assis di biblioteca [Si allude a Bataille]. Tutto porta a credere, infatti, che Sade, la cui volontà di affrancamento morale e sociale, contrariamente a quella di Bataille, è fuori questione, per obbligare io spirito umano a scrollare le sue catene, abbia semplicemente inteso offendere attraverso quel gesto l’idolo poetico, e con esso quella «virtù» di convenzione, che, si voglia o no, fa di un fiore, nella misura stessa in cui ciascuno può offrirlo, il veicolo brillante dei sentimenti più nobili come dei più bassi. Conviene, del resto, sospendere la valutazione di un fatto simile che, posto che non risultasse puramente leggendario, non potrebbe infirmare minimamente la perfetta integrità del pensiero e della vita di Sade, e quel suo bisogno eroico di creare un ordine di cose che non dipendesse, per così dire, da tutto ciò che aveva avuto luogo prima.

[Secondo Manifesto, 1929, in op. cit., p. 468]

André Breton

André Breton

Sade è tornato all’interno dei vulcano in eruzione

Dal quale era venuto

Con le sue belle mani ancora frangiate

I suoi occhi da giovinetta

E quella ragione da fiore di si-salvi-chi-può che fu

Solo sua

Ma dal salotto fosforescente a lampade di viscere

Non ha cessato di lanciare ordini misteriosi

Che aprono una breccia nella notte morale

Attraverso questa breccia vedo

Le grandi ombre vacillanti la vecchia scorza minata

Dissolversi

Per permettermi d’amarti

Come il primo uomo amò la prima donna

In tutta libertà

La libertà

Per la quale il fuoco stesso s’è fatto uomo

Per la quale Sade sfidò i secoli con i suoi grandi alberi astratti

D’acrobati tragici

Aggrappati alla fibrilla del desiderio.

 [Da L’air de l’eau (1934), in A. Breton, Poesie, trad. di G. Neri, Torino, Einaudi, 1977, p. 101]

C’è voluta tutta l’intuizione dei poeti per salvare dalla notte senza fine cui l’ipocrisia la votava, l’espressione di un pensiero considerato fra tutti sovversivo, il pensiero del marchese de Sade […] E per porre in evidenza le aspirazioni fondamentali di questo pensiero, c’è voluta tutta la volontà che anima i veri analisti di estendere, al di là di tutti i pregiudizi, il dominio della conoscenza umana […]. Grazie a Maurice Heine la vera portata dell’opera sadiana è oggi fuori discussione: dal punto di vista della psicologia, può considerarsi come la più autentica anticipazione dell’opera di Freud e di tutta la psicopatologia moderna; dal punto di vista sociale tende addirittura a un risultato sempre differito di rivoluzione in rivoluzione, cioè a fondare una vera e propria scienza morale.

 [Antologia dell’humor nero (1940; nuova ed. riveduta e corretta 1966), a cura di M. Rossetti e I. Simonis, Torino, Einaudi, 1970, p. 35]

Se il surrealismo ha portato allo zenith il senso di quell’amor «cortese» da cui si fa in genere partire la tradizione dei Càtari, si è spesso anche chinato con angoscia sul suo nadir, ed è questo moto dialettico che gli ha fatto risplendere innanzi, come un sole nero, il genio di Sade […]. La magnifica, l’abbagliante luce della fiamma non deve nasconderci di che cosa sia fatta, né celarci le sue profonde gallerie sotterranee, spesso percorse da soffi mefitici, che tuttavia hanno permesso l’estrazione della sua sostanza, una sostanza che deve continuare ad alimentare quella fiamma se non vuole che si spenga. Partendo da questo punto di vista il surrealismo ha fatto di tutto per abolire i tabù che impediscono di parlare liberamente del mondo sessuale, di tutto il mondo sessuale, comprese le perversioni – mondo del quale ebbi a dire più tardi che, «malgrado i tanto memorabili sondaggi compiuti da Sade e da Freud, non ha cessato, per quanto io ne sappia, di opporre alla nostra volontà di penetrazione dell’universo il suo infrangibile nucleo di notte».

 [Entretiens (1952), Paris, Galliinard, 1969, pp. 144-5, trad. di E. D’Ambrosio]


Tratto da: “LA VITA DEL MARCHESE DE SADE” di Carlo Palumbo Alberto Peruzzo Editore

Ch.A.Ph. Van Loo, Ritratto del Marchese di Sade, verso 1760-1762 (collezione privata). Donatien è tra i venti e i ventidue anni

Ch.A.Ph. Van Loo, Ritratto del Marchese di Sade, verso 1760-1762 (collezione privata). Donatien è tra i venti e i ventidue anni

E’ probabilmente lo scrittore più citato e meno letto.
Son due secoli che ci si batte pro o contro il marchese De Sade.
Si parla di lui e sen’è letto ben poco (anche per la buona ragione che molte opere andarono disperse o furono bruciate dalla polizia o dai familiari che si vergognavano di un così ingombrante parente). Da una parte lo si definisce padre dell’erotismo, «divino marchese» (come lo chiamò Baudelaire), profeta della psicopatologia sessuale, ispiratore di Freud; dall’altra lo si chiama pornografo e sordido mostro.
Ci sono nomi autorevoli tra i suoi detrattori: Ugo Foscolo (che si vergognava perfino a pronunciarne il nome), Mirabeau, Chateaubriand, Anatole France, Paul Claudel.
Ma ancor più prestigiosi gli estimatori: Lamartine, Stendhal, Flaubert, Baudelaire, Wilde, Nietzsche, Dostojevski, Kafka, Apollinaire, Camus, Eluard. Qualcuno ha cercato di mantenersi equidistante, distaccato da odii ed entusiasmi: Jean Cocteau lo trovava personalmente noioso, ma non riteneva che fosse una ragione sufficiente per metterlo al bando. E Benedetto Croce: «II marchese De Sade asserì dure e coraggiose verità, di quelle verità da cui si suol torcere il viso, quasi che in tal modo si riesca ad annullarle».
I surrealisti se ne appropriano, lo considerano uno dei loro «sette savi». Apollinaire ha proclamato: «De Sade è lo spirito più libero che si sia mai visto!» Ma aggiunge Jean Paulhan con malinconica ironia: «In ogni caso, il corpo più rinchiuso». Perché De Sade passò trenta dei suoi settantaquattro anni di vita chiuso in prigioni, fortezze, manicomi. Ebbe il discutibile privilegio di essere perseguitato da tutti i regimi: dalla monarchia, dalla Rivoluzione, da Napoleone primo console che si preparava a fondare l’impero.
Lo ricordò De Sade stesso componendo il proprio epitaffio (poi decise di non farne nulla, perché nessuno avrebbe mai osato inciderlo sulla sua tomba): «Passante / inginocchiati per pregare / accanto al più sfortunato degli uomini / Egli nacque nel secolo scorso / e morì in quello presente / Il dispotismo dal volto odioso / gli fece guerra in ogni tempo / Sotto i re questo mostro orrendo / s’impadronì interamente della sua vita / Sotto il Terrore riapparve / e mise Sade sul bordo dell’abisso / Sotto il Consolato risorse / e Sade ne fu ancora la vittima».
Nato con l’Illuminismo e l’Enciclopedia, De Sade illuminò un mondo particolare e scrisse una sua personalissima enciclopedia: le perversioni sessuali (soprattutto attraverso quel catalogo allucinante che è «Le centoventi giornate di Sodoma»). Ma sviluppò anche una sua filosofia. Nel suo atto d’accusa alla Natura nemica dell’uomo, ricorda il pessimismo di Leopardi (ma non è un caso: i due avevano fatto letture simili; solo che De Sade poi calcò la mano…). E la sua filosofia politica era lucidissima: previde come inevitabile la rivoluzione (in «Aline et Valcour») e precorse di molti anni marxismo e leninismo (col pamphlet «Francesi, ancora uno sforzo se volete essere repubblicani!»).
Mentre la «maggioranza silenziosa» taceva per imbarazzo o per ignoranza, varie minoranze rissose se lo contesero. De Sade è stato di volta in volta il nume tutelare dei romantici, dei poeti maledetti, dei rivoluzionari, dei libertari, dei nihilisti, dei gay, dei surrealisti, degli psicanalisti freudiani. Ma anche dei nietzschiani, dei reazionari e dei razzisti (che trovarono «pezze d’appoggio» alle loro teorie). Si è arrivati perfino a pretendere di scoprire una religiosità profonda in De Sade: il rigore del suo culto del male preludeva a un rovesciamento; con la disperazione rivelava il bisogno di Dio…
Naturalmente De Sade si sarebbe molto stupito, ma anche compiaciuto, per tante discussioni intorno al suo pensiero. Che era, come scrisse dal carcere a sua moglie, semplice e lineare: «Voi tenete ai vostri principi? E io ai miei. Il mio pensiero è il frutto delle mie riflessioni: esso rispecchia il mio modo di essere, il mio organismo. Non sono libero di cambiarlo, e non lo farei anche se lo potessi. Quel modo di pensare che biasimate è l’unica consolazione della mia vita: allevia tutte le mie pene in prigione, genera tutti i miei piaceri nel mondo: vi tengo più che alla vita stessa. La mia disgrazia non è stato il mio modo di pensare, ma quello degli altri…»
Qualcuno, con una buona dose di ottimismo, afferma: «II Settecento gli tappò la bocca, l’Ottocento ne parlò sottovoce, il Novecento può finalmente dire senza timori e falsi pudori il nome di De Sade». Mah, siamo ormai vicini alla fine del Novecento: eppure Pier Paolo Pasolini ebbe i guai suoi con il film sadiano «Salò, o le 120 giornate di Sodoma». E nell’edizione Mondadori delle opere di De Sade, il curatore ha dovuto apporre una nota di scusa: «…naturalmente non si sono potuti includere alcuni dei titoli fondamentali dello scrittore — come Le 120 giornate di Sodoma, la terza stesura di Justine, o Juliette — perché un’operazione editoriale così audace sarebbe ancora, in Italia, prematura (e questo tabù, davvero curioso, nei confronti di un classico di due secoli fa, è la riprova di quanto Sade fosse in anticipo non solo sui suoi tempi, ma persino sui nostri)…».
Come dire che i persecutori di allora sono ancora qui a censurare, a imprigionare, a bruciare De Sade e le sue opere. Possiamo sperare nel Duemila? De Sade non ha fretta, è abituato ad aspettare chiuso nelle prigioni. Che del resto, secondo alcuni, furono una provvidenza per lui, perché trasformarono un libertino in un grande scrittore. Senza quell’esperienza (e i dolori, le rabbie, gli sconforti, le allucinazioni, le frenesie che ne seguirono) non sarebbe mai maturato come autore. Sarebbe rimasto un semplice sporcaccioncello, come ce n’era tanti nel Settecento, di cui non sarebbe valsa la pena di parlare.

Carlo Palumbo