Per noi il corpo è molto più di uno strumento o di un mezzo;è la nostra espressione nel mondo, la forma visiva delle nostre intenzioni. Non è all'oggetto fisico che il corpo può essere paragonato, quanto piuttosto all'opera d'arte. MAURICE MERLEAU-PONTY

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Wilhelm Reich – Quello che tutti dovrebbero sapere

Willhelm Reich fece un lungo percorso di studi partendo dalla sessualità e i disturbi psichici, arrivando alla scoperta di quella che definì Energia Orgonica, un’energia da cui dipende tutto l’universo e da cui dipende la vita stessa. Con i suoi studi sull’orgone elaborò terapie in grado di curare patologie più o meno gravi, realizzò dispositivi usati ancora oggi in grado di accumulare la sua energia e di scaricarla con effetti benefici sui pazienti, cercò di alleviare gli effetti dannosi dell’energia nucleare ed arrivò a creare una macchina in grado di fare piovere a comando e di riequilibrare l’ambiente al punto tale da riportare la vita nei deserti. Nonostante ciò le sue teorie ed i suoi esperimenti, vennero prima screditate e poi demonizzate relegando Reich ai margini della comunità scientifica e portandolo addirittura in carcere dove morì misteriosamente come aveva predetto. Eppure, grazie ai suoi studi riuscì a formulare una teoria scientifica avvalorata da molte prove.


Franco Battiato – Io chi sono


Aristotele – Misteri di Eleusi. Non imparare ma subire un’emozione

Aristotele

Aristotele

“ Come sostiene Aristotele, che gli iniziati non devono imparare qualcosa, bensì subire un’emozione ed essere in un certo stato, evidentemente dopo di essere divenuti capaci di ciò.
… ciò che appartiene all’insegnamento e ciò che appartiene all’iniziazione. La prima cosa invero giunge agli uomini attraverso l’udito, la seconda invece quando la capacità intuitiva stessa subisce la folgorazione: il che appunto fu chiamato misterico da Aristotele, e simile alle iniziazioni di Eleusi (in queste difatti l’iniziato risultava modellato rispetto alle visioni, ma non riceveva un insegnamento).”
ARISTOTELE (384 a.C. – 322 a.C.) “Sulla filosofia”, in GIORGIO COLLI (1917 – 1979), “La sapienza greca”, Adelphi, Milano 1977 – 1982, 3 voll., vol. I (1981 IIIed., I ed. 1977), ‘Eleusinia’, fr. 15, 3 [A 21] a – b, pp. 107 – 109.

“ καθάπερ Ἀριστοτέλης ἀξιοῖ τοὺς τελουμένους οὐ μαθεῖν τί δεῖν, ἀλλὰ παθεῖν καὶ διατεθῆναι, δηλονότι γενομένους ἐπιτηδείους•
… τὸ διδακτικὸν καὶ τὸ τελεστικόν. τὸ μὲν οὖν πρῶτον ἀκοῇ τοῖς ἀνθρώποις παραγίνεται, τὸ δὲ δεύτερον, αὐτοῦ παθόντος τοῦ νοῦ τὴν ἔλλαμψιν, ὃ δὴ καὶ μυστηριῶδες Ἀριστοτέλης ὠνόμασε καὶ ἐοικὸς ταῖς Ἐλευσινίαις (ἐν ἐκείναις γὰρ τυπούμενος ὁ τελούμενος τὰς θεωρίας ἦν, ἀλλ’ οὐ διδασκόμενος).”
ARISTOTELES, De phil. fr. 15 Ross (Synes. Dio 10, 48 a: Mich. Psell. Schol. Ad Joh. Climc. 6, 171 [Bidez]), in GIORGIO COLLI, op. cit., ‘Eleusinia’, 3 [A 21] a –b , pp. 106 e 108.


Giorgio Colli – I misteri di Eleusi e la conoscenza delle idee

Giorgio Colli

Giorgio Colli

Che l’evento misterico di Eleusi – uno dei vertici della vita greca, celebrato annualmente alla fine dell’estate – fosse una festa della conoscenza, risulta chiaro dalle testimonianze antiche, ma i moderni, all’infuori di qualche timido accenno in contrario, non vogliono ammetterlo. La ragione è la solita: se di conoscenza si vuol parlare, dovrebbe trattarsi di conoscenza mistica – ma la conoscenza mistica non esiste, e se anche esistesse, sarebbe qualcosa di torbido, in ogni caso incompatibile con la chiarezza e la misura greca. Eppure un verso del VII secolo a. C. dice: «felice colui… che ha visto queste cose»¹. Ma gli interpreti, convinti che si vede soltanto quello che tutti possono vedere, obiettano che con tale espressione ci si riferiva agli oggetti sacri, alle immagini degli dèi, alle rappresentazioni simboliche che apparivano nel rituale eleusino. Sostenere questo risulta comunque meno agevole, quando si ascolta la precisione di Pindaro: «Felice chi entra sotto la terra dopo aver visto quelle cose: conosce la fine della vita, conosce anche il principio dato da Zeus». Sembra invero difficile immaginare – ma certo i poeti esagerano – che la contemplazione dell’effigie di una dea faccia conoscere, a un gran numero di iniziati, il principio e la fine della vita.
Eppure, allargando un po’ lo sguardo, non dovrebbe sfuggire che l’uso astratto del pronome dimostrativo, per indicare l’oggetto della conoscenza, è nello stile del grande misticismo speculativo – basta rivolgersi al linguaggio delle Upanishad – proprio perché la paradossalità grammaticale allude alla sconvolgente immediatezza di ciò che è lontanissimo dai sensi. E rimanendo alla Grecia, nell’epoca della sapienza come in quella della filosofia, è facile verificare la frequenza con cui l’atto della conoscenza suprema è chiamato un «vedere». Riguardo a Platone poi è possibile documentare, quando si avventura a descrivere l’esperienza conoscitiva delle idee, l’uso di una terminologia eleusina, cosicché si può suggerire l’ipotesi che la teoria delle idee, nel suo sorgere, fosse un tentativo di divulgazione letteraria dei misteri eleusini, in cui l’accusa di empietà veniva prevenuta con l’evitare qualsiasi riferimento ai contenuti mitici dell’iniziazione. E ancora in Aristotele, che non è certo il più mistico tra i filosofi, la cosa viene ribadita, e in termini del tutto espliciti.
¹Omero, ‹Inno a Demetra› 480ˮ
GIORGIO COLLI (1917 – 1979), “La sapienza greca”, Adelphi, Milano 1977 – 1982, 3 voll., vol. I (1981 III ed., I ed. 1977), ‘Introduzione’, 3., pp. 28 – 29.


Platone – Iniziato a misteri perfetti

Platone

Platone

“ SOCRATE Bisogna che l’uomo comprenda in funzione di quella che viene chiamata Idea, procedendo da una molteplicità di sensazioni a un’unità colta con il pensiero. E questa è una reminiscenza delle cose che un tempo la nostra anima ha visto, quando procedeva al seguito di un dio e guardava dall’alto le cose che diciamo essere, alzando la testa verso quello che è veramente essere. Perciò, giustamente, solo l’anima del filosofo mette le ali. Con il ricordo, infatti, per quanto gli è possibile, egli è sempre in rapporto con quelle realtà, in relazione con le quali anche un dio è divino. Un uomo che si serva di tali reminiscenze in modo retto, in quanto è sempre iniziato a misteri perfetti, diventa, lui solo, veramente perfetto. Però, siccome si allontana dalle occupazioni umane e si rivolge al divino, viene accusato dai più di essere uscito di senno. Sfugge ai più che egli, invece, è invasato da un dio.”
PLATONE (428/427 – 347 a.C.), “Fedroˮ, a cura, trad. e introduzione di Giovanni Reale, Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori, Milano 2005 (III ed., I ed. 1998), 249 b – d, p. 77.

“ ΣΩKΡΑΤΗΣ δεῖ […] ἄνθρωπον συνιέναι κατ᾽ εἶδος λεγόμενον, ἐκ πολλῶν ἰὸν αἰσθήσεων εἰς ἓν λογισμῷ συναιρούμενον: τοῦτο δ᾽ ἐστὶν ἀνάμνησις ἐκείνων ἅ ποτ᾽ εἶδεν ἡμῶν ἡ ψυχὴ συμπορευθεῖσα θεῷ καὶ ὑπεριδοῦσα ἃ νῦν εἶναί φαμεν, καὶ ἀνακύψασα εἰς τὸ ὂν ὄντως. διὸ δὴ δικαίως μόνη πτεροῦται ἡ τοῦ φιλοσόφου διάνοια: πρὸς γὰρ ἐκείνοις ἀεί ἐστιν μνήμῃ κατὰ δύναμιν, πρὸς οἷσπερ θεὸς ὢν θεῖός ἐστιν. τοῖς δὲ δὴ τοιούτοις ἀνὴρ ὑπομνήμασιν ὀρθῶς χρώμενος, τελέους ἀεὶ τελετὰς τελούμενος, τέλεος ὄντως μόνος γίγνεται: ἐξιστάμενος δὲ τῶν ἀνθρωπίνων σπουδασμάτων καὶ πρὸς τῷ θείῳ γιγνόμενος, νουθετεῖται μὲν ὑπὸ τῶν πολλῶν ὡς παρακινῶν, ἐνθουσιάζων δὲ λέληθεν τοὺς πολλούς.ˮ
ΠΛΑΤΩΝΟΣ “Φαῖδρος”, testo critico di John Burnett, 249 b6 – d3, in op. cit., pp. 74 e 76.


Manlio Sgalambro e la potenza vitale

Manlio Sgalambro

Manlio Sgalambro

“Io appartengo al sistema solare. Il resto non mi dice niente. Le stelle che vedo a occhio nudo, la luna che percepisco quasi con tenerezza, insomma quello che fa parte di questo sistema mi commuove e ne ho un senso vivissimo di partecipazione. Mi sento intimo a una stella più che a qualcuno con cui ho spartito il mio vivere quotidiano. […] Quel che esso può, ci dà. In questa immagine è compresa la sua morte stessa. […] Si morirà del tutto quando morirà il sistema solare, e anche i morti morranno nuovamente. Ma esso ci ha portato, ci ha fatto da padre e da madre. Il sentimento di appartenenza a questo sistema ci ritaglia uno spazio nel vagare cosmico. Qui sono le radici, questa è la nostra ‘cara patria’ cercata invano nella fallacia e nelle lusinghe. Ma il sentimento di contemporaneità a quel momento in cui il ‘FIAT’ si disgrega – It’s all in pieces – ci dà la misura e ci impone una norma. A partire da esso si svegliano le sopite energie morali, e guardiamo in faccia ciò che vi è di comune. E la prima umanità si ricongiunge all’ultima. E, ciò che non è possibile al genere umano mentre è in balìa delle potenze vitali, la sospensione della vita nella bellezza o nella contemplazione e, nell’istante, una forte commossa immaginazione ci indicano entrambe quel che avrebbe potuto essere, e ciò che è si impregna del nostro rimpianto”.
Manlio Sgalambro


Herbert Spencer – Il mondo è un mistero che domanda un’interpretazione

Herbert Spencer

Herbert Spencer

“ Sia nella primitiva teoria degli spiriti, che suppone una personalità umana dietro ogni insolito fenomeno; sia nel Politeismo, in cui tali personalità sono parzialmente generalizzate; sia nel Monoteismo in cui esse sono generalizzate interamente; o sia ne Panteismo, in cui la personalità generalizzata diventa una cosa sola con i fenomeni: noi troviamo egualmente un’ipotesi che si suppone deva rendere comprensibile l’Universo. Di più, anche quel sistema che è considerato come la negazione di ogni religione – anche l’Ateismo positivo – rientra nella definizione; poiché esso pure, affermando l’auto-esistenza dello Spazio, della Materia, e del Moto, propone una teoria di cui ritiene sarebbero deducibili i fatti. Ora ogni teoria afferma tacitamente due cose: in primo luogo, che c’è qualche cosa da essere spiegato; in secondo luogo, che la spiegazione è questa o quella. Quindi, per quanto i diversi pensatori possano ampiamente discordare nelle soluzioni che danno allo stesso problema, pure implicitamente convengono che c’è un problema da risolvere. Ecco dunque un elemento comune a tutte le credenze. Religioni diametralmente opposte nei loro dogmi palesi sono perfettamente d’accordo nel riconoscere tacitamente che l’esistenza del mondo, con tutto ciò che esso contiene e tutto ciò che lo circonda, è un mistero che domanda un’interpretazione.”
HERBERT SPENCER (1820 – 1903), “I primi principii”, a cura di Guglielmo Salvadori, Bocca, Torino 1921 (III ed. it. sulla VI ed. inglese, I ed. it. Dumolard, Milano 1888), Parte prima ‘L’inconoscibile’, Capitolo II ‘Idee ultime della religione’, § 14., pp. 30 – 31.

“ Be it in the primitive Ghost-theory, which assumes a human personality behind each unusual phenomenon; be it in Polytheism, in which such personalities are partially generalized; be it in Monotheism, in which they are wholly generalized; or be it in Pantheism, in which the generalized personality becomes one with the phenomena; we equally find an hypothesis which is supposed to render the Universe comprehensible. Nay, even that which is regarded as the negation of all Religion even positive Atheisms – comes within the definition; for it, too, in asserting the self-existence of Space, Matter, and Motion, propounds a theory from; which it holds the facts to be deducible. Now every theory tacitly asserts two things: first, that there is something to be explained; second, that such and such is the explanation. Hence, however widely different speculators disagree in the solutions they give of the same problem, yet by implication they agree that there is a problem to be solved. Here then is an element which all creeds have in common. Religions diametrically opposed in their overt dogmas, are perfectly at one in the tacit conviction that the existence of the world with all it contains and all which surrounds it, is a mystery calling for interpretation.”
HERBERT SPENCER, “First Principles” (sixth and final revised by the author, I ed. Williams and Norgate, London 1862), introduction by T. W. Hill, Watts & Co., London 1946 (third impression), Part 1. ‘The unknowable’, II. ‘Ultimate religious ideas’, § 14., pp. 35 – 36.