Per noi il corpo è molto più di uno strumento o di un mezzo;è la nostra espressione nel mondo, la forma visiva delle nostre intenzioni. Non è all'oggetto fisico che il corpo può essere paragonato, quanto piuttosto all'opera d'arte. MAURICE MERLEAU-PONTY

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Introduzione al pensiero filosofico del “libertinismo”

Ad una visione schematica dello sviluppo del pensiero filosofico il “libertinismo” rischia di apparire una corrente decisamente minore rispetto ai grandi movimenti e alle grandi figure che dominano il pensiero del Seicento: Galileo, Descartes, Hobbes, Spinoza, Leibniz.

Ma se guardiamo le cose più da vicino, ci si accorge che il processo di formazione di una nuova immagine del mondo si compie, lungo tutto il secolo, su uno sfondo nel quale il libertinismo svolge almeno in Francia, una funzione non secondaria, se non altro come punto di riferimento polemico dal quale prendere prudentemente le distanze.
Si pone allora il problema di un’esatta comprensione dei caratteri del libertinismo francese, delle sue problematiche teoriche, del suo significato politico e del ruolo svolto all’interno dell’emergente cultura borghese, tra utopia, confornismo, eresia e ribellione all’ortodossia cattolica e dell’assolutismo monarchico; del nesso che collega il liberinismo alle posteriori battaglie dei philosophes illuministi.
i libertini
Nel Seicento ad una non lunga distanza dall’editto di Nantes, assistiamo in Francia alla nascita di nuovi ordini religiosi ed inziative caritative. Eppure in tutto il secolo sermoni e testi apologetici riflettono l’eco di affanose deplorazioni e confutazioni di molteplici manifestazioni di indifferentismo religioso, di eterodossie dottrinali, di vere e proprie eresie, visioni deiste ed ateiste.
Un termine sempre più frequente, a designare il mutevole volto dell’incredulità, è “libertin”. Dall’aggettivo latino libertinus, forma aggettivale di libertus, libertin è, etimologicamente, colui che è stato affrancato, che diventato libero; per traslato, passa a designare chi si pretende emancipato, dall’insegnamento dogmatico, dalle dottrine ortodosse (aristotelismo scolastico).
Nel Cinquecento il termine compare in alcuni scritti polemici di Calvino, a designare gli appartenti ad una setta protestante eterodossa.
Entrato in circolazione come una sorta di ingiuria teologica, esso vede in seguito progressivamente dilatarsi il proprio significato, fino ad indicare l’eterodossia non solo teologica, ma altresì sotto il profilo filosofico-scientifico-etico e politico.
Sarebbe dunque impossibile, e comunque fuorviante, tentare una caratterizzazione univoca del libertinismo francese del Seicento: esso non costituì un vero e proprio movimento, ma fu piuttosto un insieme disorganico e mobile di atteggiamenti.
La parola libertino come epicureo prima, è rimasta nell’uso corrente soltanto a significare “dissoluto”, “vizioso”: una connotazione dispregiativa che le deriva dagli oppositori polemici del libertinismo sulla scia degli scrittori e filosofi medievali della scolastica in particolare tomistica, interpretando le tesi  epicuree come quelle  libertine secondo cui – il piacere è l’unico bene – come qualcosa di riprovevole per una certa ortodossia.
In realtà libertino significò nel XVII secolo –libero pensatore – e per libertinismo l’insieme delle dottrine e degli atteggiamenti che specialmente in Francia, letterati, magistrati, politici, filosofi, poeti e moralisti, ai quali si deve la critica, delle credenze e superstizioni tradizionali religiose e popolari e delle imposture religiose monoteiste e la preparazione e l’avvio successivo dell’illuminismo.
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L’amore e gli amori di J.J. Rousseau. Jean-Jacques e gli impulsi segreti delle donne.

Rousseau

Capire quale fosse l’atteggiarnento di Rousseau nei confronti delle donne non è facile. Malgrado esistano ricerche ed analisi di tutti i tipi sull’opera di Rousseau e sull’ uomo Rousseau, questo volume di Gianfranco Manfredi (L’amore e gli amori in J.J. Rousseau – Teorie della sessualità, Mazzotta, pagg. 251, lire 6.000) riesce a mettere in luce aspetti in qualche modo nuovi, proprio dal punto di vista dell’atteggiamento di Rousseau nei confronti del sesso femminile, e sulle contraddizioni e ambiguità che nel succedersi del tempo contraddistinguono il suo modo di comprendere il ruolo che le donne. da lui ritenute soggetti dell’Eros e delle “passioni ” in genere, hanno svolto nella Storia. Senza dubbio é abbastanza arduo seguire Jean-Jacques nel suo guardare alle donne come vere agenti della Storia, e al tempo stesso nella sua diffidenza nei confronti della prevalenza in loro dell’affettività dell’Amore. I testi che Manfredi ha trascelto e propone alla lettura sono in propositio quanto mai illuminanti. E’ in un frammento del 1735 che Rousseau esclama: “Un’altra fonte di stupore è per me l’atteggiamento di sicurezza con cui facciamo il brillante elenco di tutti i grandi uomini celebrati nella Storia, per metterli a confronto con l’esiguo numero delle Eroine di cui s’è degnata di ricordarsi, e certo crediamo di trarre vantaggio da questo parallelo. Eh, signori, lasciate che alle donne sorga il vezzo di trasmettere i loro fasti alla posterità, e vedrete in qual rango saranno capaci di mettervi, e se non s’attribuiranno forse con maggior ragione la superiorità che voi con tanto orgoglio usurpate “.
C’è un modo falso, dunque, di fare Storia, un modo maschile che tradisce e travisa la realtà; ma la realtà stessa è nemica delle donne. Prosegue, infatti, Rousseau: ” Consideriamo anzitutto le donne private della loro libertà dalla tirannia degli uomini, e questi padroni di tutto, dato che le corone, le cariche, gli impieghi, il comando degli eserciti, tutto è in loro mano, essi se ne sono impadroniti fin dai primi tempi in virtù di non so quale diritto naturale che non ho mai saputo ben comprendere e che potrebbe verosimilmente non aver altro fondamento che la maggiore forza…”

Una verità storica

Si tratta di un testo poco noto, di un abbozzo di discorso, o forse di una lettera, scritto nel 1735. La data è significativa: è infatti il primo scritto politico di Rousseau. E ancor più significativo è che questo suo primo scritto politico appunti l’interesse sul problema del ruolo delle donne nella Storia. I contenuti specifici del testo sembrano non discostarsi molto dalla diffusa sensibilità “femminista ” che percorre tutto il secolo, anche se, tutto sommato, non appare appropriato chiamarla “femminista “. Non si tratta infatti di affermazioni ” dalla parte delle donne “, ma di affermazioni che ristabiliscono una verità storica e pedagogica, al di là di qualsiasi intento polemico di carattere femminista. E’ naturale che il secolo della “uguaglianza” avverta e metta in primo piano quella che é una fondamentale e macroscopica diseguaglianza: quella tra uomini e donne. Il Voltaire chiamato in causa è quello che rivoluziona il metodo storico, disdegnando la storia per nomi illustri, per leaders politici, fatta di date e di nomi di Re: non solo, ma anche il Voltaire che aveva cercato nel suo teatro tragico di ridare dignità drammatica ed epica ai personaggi femminili, finalmente protagonisti non insensati degli avvenimenti storici. Il Montesquieu qui ricordato, invece, è quello delle Lettres persanes (1721), che scrive: ” Il comando che noi abbiamo sulle donne è una vera tirannia che abbiamo potuto prendere solo perché esse sono più dolci e perciò più umane e ragionevoli di noi. Questi pregi che, se noi fossimo stati ragionevoli, avrebbero dovuto dar loro la superiorità, gliel’hanno fatta perdere, perché noi non lo siamo… Noi impieghiamo ogni sorta di mezzi per fiaccare il coraggio delle donne: le quali forse sarebbero eguali se fosse eguale l’educazione “. E’ chiara, però, una differenza nella posizione di Rousseau. Non solo una maggiore forza di accusa e di invettiva, ma anche l’allusione a quella che è una delle sue tematiche costanti, cioè il problema delle origini della disuguaglianza dei sessi; origini da rintracciare non nel diritto naturale, ma in un primitivo, originario rapporto di forza.
C’è poi un altro testo: una traccia introduttiva a un lavoro da scrivere, intitolato provvisoriamente Saggio sugli avvenimenti importanti di cui le donne sono state la causa segreta. ” Non pretendo di parlare qui di tutte le imprese che le donne hanno compiuto da sole, sia in virtù della loro nascita, sia anche in virtù delle cariche cui il loro merito e il loro talento le aveva elevate… Mi limiterò solo a dare qualche idea circa gli avvenimenti memorabili la cui nascita i popoli hanno attribuito alle cause più sublimi e che invece devono la loro origine agli impulsi segreti delle donne “. E’ qui presente la critica alla storiografia ufficiale, capace di vedere solo le apparenze, mentre la vera storia è quella implicita e nascosta, come del resto ricorderà Lévi-Strauss indicando proprio in Rousseau il padre della moderna antropologia e il precursore della storia non scritta.

Modelli maschili

Inoltre Rousseau non ricollega la storia dell’ineguaglianza femminile a quella di tutte le altre ineguaglianze, ma rivendica alla “storia femniinile ” una sua specificità. Fin dall’inizio dello scritto, infatti, prende le distanze da un luogo retorico divenuto ormai luogo comune, cioè l’elencazione dei meriti storici delle” grandi donne ” (da quella storia, cioè, delle cosiddette “Donne illustri “, che aveva dietro di sé una lunga tradizione e fra i suoi fautori uomini quali Plutarco e Boccaccio), ma i cui meriti in sostanza erano sempre ricondotti a modelli dl merito “maschili “. Rousseau sembra invece rivendicare alle donne una diretta capacità d’incidere sulla storia attraverso gli affetti o meglio le passioni: per lui, infatti, l’origine segreta dei fatti storici e politici va ricercata nell’agire sotterraneo delle passioni (e quindi della sessualità) all’interno della struttura del potere. E tuttavia la posizione di Rousseau nei confronti delle donne diventerà sempre più contraddittoria: da una parte è sempre più convinto dell’influenza delle donne sulle azioni degli uomini, dall’altra si lamenta che questa influenza induca gli uomini alla pusillanimità. “lo sono ben lontano dai pensare “, dice, ” che questo ascendente delle donne sia un male in sé. E’ un dono che ha loro fatto la natura per la felicità del Genere umano; meglio diretto, potrebbe produrre tanto bene quanto male fa oggi. Non si comprende abbastanza quali vantaggi nascerebbero nella società da una migliore educazione data a questa metà del Genere umano che governa l’altra. Gli uomini saranno sempre ciò che piacerà alle donne; se volete dunque che essi diventino grandi e virtuosi insegnate alle donne cos’é grandezza d’animo e virtù”. L’influenza delle donne sugli uomini, d’altra parte, avviene attraverso quelle “passioni” contro le quali Rousseau si scatena, soprattutto verso quella più temibile, l’Amore, l’Amore “civilizzato”, che è violenza, ben diverso dall’Amore “selvaggio”, che è piacere.
“L’aspetto fisico dell’amore è quel desiderio generale che porta un sesso a unirsi all’altro; l’aspetto morale è ciò che determina questo desiderio e lo fissa su un solo oggetto esclusivamente, o che perlomeno gli conferisce per questo oggetto preferito un maggior grado di energia. Ora è facile vedere che l’aspetto morale dell’amore è un sentimento fittizio: nato dall’uso della società, e celebrato dalle donne con molta abilità e cura per fondare il loro comando, e rendere dominante il sesso che dovrebbe obbedire “. Comunque la tendenza di Rousseau in tutta questa serie di frammenti e di note è sempre quella di spostare la questione su un piano più generale; e sempre si finisce per ribattere il punto fondamentale dell’eguaglianza originaria delle disposizioni fisiche, biologiche e psicologiche delle donne rispetto agli uomini, Per ricostruire un’epoca di potere delle donne ci si rifà ad un matriarcato, che è invece, come sempre, soltanto la discendenza matrilineare (equivoco questo del matriarcato, in cui cade anche il commentatore); e si insegue, come al solito, a riprova di questo iniziale potere, anche la vicenda delle Amazzoni, nella cui storia quello che sembra interessare di più Rousseau è il rifiuto del matrimonio come rifiuto di una condizione d’oppressione (tema che è trattato anche nel teatro di Rousseau di questi anni). Sono, quindi, qui già presenti tutti quegli elementi da cui Rousseau partirà per l’esame dell’origine della divisione del lavoro tra i sessi: l’antica discendenza per via materna, la non distinzione originale dei sessi, la non eternità e “naturalità” del Matrimonio e della Famiglia.