Per noi il corpo è molto più di uno strumento o di un mezzo;è la nostra espressione nel mondo, la forma visiva delle nostre intenzioni. Non è all'oggetto fisico che il corpo può essere paragonato, quanto piuttosto all'opera d'arte. MAURICE MERLEAU-PONTY

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Nietzsche VS “Arancia meccanica” di Kubrick

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Probabilmente a causa del suo contesto storico di provenienza, del modo in cui Nietzsche ha trascorso la sua fanciullezza e la sua adolescenza, a causa delle circostanze che si sono venute a creare intorno a lui e delle persone che lo hanno circondato e accompagnato nel suo cammino, nell’anima di Nietzsche convivono due tendenze, fra loro contraddittorie: la prima è stata chiamata dagli studiosi “Imperativo di Verità”, che si manifesta come un insopprimibile impulso alla ricerca di verità fondamentali per la vita umana. La radice di questa tendenza dell’animo di Nietzsche è, in primo luogo, la società tradizionalista e luterana, di cultura ancora feudale, con cui Nietzsche viene a contatto fin dai suoi primi anni di vita. Anche la figura del padre, così severa nei confronti delle emozioni spontanee del bambino, assume un’importanza rilevante relazionata al momento dell’Imperativo di Verità. L’altra tendenza si identifica con il nome di “Vitalismo Individualistico”, ed è un impulso spontaneo verso l’espansione individualistica di sé. Le cause che hanno portato Nietzsche a questa tendenza sono essenzialmente due: la perdita del padre all’età di cinque anni, e il trasferimento, in età ancora giovanile, all’università di Bonn, immersa in un mondo borghese utilitaristico ed edonistico. Queste due tendenze interiori, oltre che essere opposte, si trovano anche in conflitto perpetuo nell’animo di Nietzsche.

Quando, nel 1872, realizza la sua prima opera, “La nascita della tragedia dallo spirito della musica”, opera di impronta schopenhaueriana, distingue nell’arte greca due momenti, quello apollineo e quello dionisiaco, che possono essere ricondotti ai due momenti coesistenti nel suo stesso animo. Quello apollineo viene descritto come il momento del dare ordine e forma ad una materia informe e caotica, quindi è il principio primo della morale e della religione del mondo occidentale, mentre quello dionisiaco scaturisce dall’inconscio più profondo dell’uomo ed è il momento in cui gli istinti vengono lasciati liberi di esprimersi, in altre parole, è il mondo istintuale dell’inconscio. Inizialmente Nietzsche vede il momento apollineo come una maschera illusoria e pacificatrice del momento dionisiaco, ma in un secondo momento relaziona il momento dionisiaco con una spontanea naturalità umana, e attribuisce all’apollineo il compito di veicolare il dionisiaco verso la coscienza.

Alex, è la rappresentazione del momento dionisiaco in tutte le sue forme più estreme, in quanto segue i propri istinti primordiali e la propria volontà, senza soffermarsi a ragionare. Lo spirito dionisiaco di Alex si esterna in tutte le sue passioni, specialmente le più violente.
Un aspetto molto particolare di questo personaggio è che tutti condannano le sue azioni, ma allo stesso tempo rimangono ammaliati dal carisma di Alex. Questo perché è probabile che ad un livello inconscio tutti noi abbiamo in comune certi aspetti della personalità di Alex.

Le considerazioni inattuali

Nella prima inattuale Nietzsche vuole mostrare che il carattere attivo della scienza è vano, relazionato agli impulsi irrazionali della natura umana che svelano l’inutilità e l’insensatezza della vita dell’uomo. L’uomo è spinto verso la scienza dall’istinto agonale, che spinge continuamente l’uomo ad imporre se stesso su gli altri e sulla natura, che porta alla così chiamata “volontà di potenza”. Ma al termine di questa considerazione, Nietzsche nota il lato positivo della scienza, che distoglie l’uomo dalla sua natura insignificante.

La volontà di potenza di cui abbiamo parlato è un altro tratto saliente della personalità di Alex. La volontà di potenza non è la semplice affermazione sugli altri, ma è la volontà di affermare se stessi e la propria natura, quindi anche la propria prospettiva sul mondo.

La seconda inattuale discute sul ruolo e sull’importanza della cultura storica. Nietzsche propone la sua idea, cioè che l’eccesso di sapere storico distolga dalla realtà e spinga ad identificarsi solo con il passato. Così afferma che “ad ogni azione occorre l’oblio” e suggerisce come soluzioni alla verità storica l’arte e la religione, viste come forze eternizzanti, portatrici dell’eterno fluire della vita.

Nella terza inattuale Nietzsche pone il problema di trovare un modello di educatore per i giovani tedeschi. Dall’epoca moderna sono nate tre immagini dell’uomo: l’uomo attivo, identificabile in Rousseau, l’uomo contemplativo, riscontrabile in Goethe, e infine l’uomo eroico, che penetra, vincendo ogni paura, nelle verità fondamentali dell’uomo. L’uomo eroico è, per Nietzsche, Schopenhauer, colui che dovrà essere preso dagli educatori come modello. In questo periodo Nietzsche sta seguendo il suo Imperativo di Verità.

Umano troppo umano

La fervida ammirazione che fino ad adesso Nietzsche aveva sempre provato nei confronti di Schopenhauer, intorno al 1876 va in crisi, e viene meno la sua fiducia nei confronti della metafisica schopenhaueriana. Così, nella sua nuova opera “Umano, troppo umano”, apre una nuova idea della verità e della vita. Adesso Nietzsche sostiene che l’arte non sia più portatrice di verità, e nega qualsiasi valore oggettivo alla metafisica. Seguendo il suo Imperativo di Verità, Nietzsche fa una distinzione fra “scienza della scienza” e “scienza delle cose”, la prima vista come conoscenza applicata al modo in cui cerchiamo di conoscere gli oggetti, quindi intesa come psicologia, la seconda intesa invece come conoscenza utilitaristica e manipolatrice.

Aurora

Nietzsche, seguendo fedelmente il suo imperativo di verità, non riesce a fare a meno, di li a pochi anni, di cadere in depressione. Proprio in questo periodo pubblica la sua opera “Aurora”. L’uomo deve percorrere per intero il cammino della scienza delle cose fino ad arrivare alla psicologia, la scienza della scienze. Con Aurora, intraprende per la prima volta la lotta contro la morale. Per lui la morale toglie la libertà perché obbliga ad adeguarsi a norme esterne rispetto alla propria individualità. Infatti, provando a riflettere sulle motivazioni psicologiche dell’agire dell’uomo, comprende che ogni fine psicologico ha la sua origine nelle tenebre dell’inconscio.

Anche in Arancia Meccanica, la società ci viene presentata come antagonista. Alex identifica la sua società principalmente con la polizia ed il carcere, che cercano di reprimere il suo essere dionisiaco. Anche per Nietzsche la società è una gabbia, che limita gli istinti primordiali dell’uomo, omologandolo, diffondendo una morale comune da seguire. Nietzsche afferma che la società è sostanzialmente errata perché nell’uguaglianza forzata si reprime la vera natura umana e quindi si blocca, con la morale e con la religione, l’avvento dell’”oltreuomo”.

La gaia scienza

Nietzsche riesce ad uscire dal periodo di depressione appena trascorso grazie all’incontro con una giovane ragazza russa, Lou Von Salomé, che gli da un nuovo vigore intellettuale e lo riconduce a seguire il suo vitalismo individualistico. Dopo aver conosciuto questa ragazza, Nietzsche scrive “La gaia scienza”. In questo trattato mostra come le verità che derivano dalla scienza delle cose non possono essere mai considerate definitive, perché si fondano sulla base di una condizione: il “controllo di polizia”. Così le nostre certezze si dimostrano infondate ma a questo punto Nietzsche si chiede se porti veramente alla felicità andare incontro alla verità, quindi uccidere Dio, la società che l’uomo ha creato, con le sue illusioni ed i suoi appigli, necessari per non sprofondare nella depressione a cui porta inevitabilmente la verità ultima dell’uomo.

Così parlò Zarathustra

In questa opera che Nietzsche stende nel 1883, riassume tutto il suo cammino interiore che ha percorso da qui a dieci anni, personificandosi nel protagonista della vicenda: Zarathrusta. Con questa opera si delinea bene il concetto nietzschiano di “oltreuomo”. L’oltreuomo sarà colui che avrà coltivato dentro di se la dote dell’oblio, che si sarà scrollato di dosso tutto il passato e che non si attaccherà più a nessun Dio, ma sarà Dio di se stesso e avrà fede nella propria individualità. Inoltre, l’oltreuomo deve vivere ciò che gli è accaduto come se l’avesse scelto proprio lui. L’unico problema che rimane è che qualsiasi impresa umana è destinata ad esaurirsi nel presente. Quest’ultimo problema Nietzsche lo risolve con la dottrina dell’eterno ritorno, che presenta la natura di un tempo circolare.


Jung contro Freud: i concetti fondamentali

freudLa psicanalisi si sviluppa contemporaneamente in due continenti: Europa ed America. Freud ne è il vero scopritore e fondatore. Inizialmente praticò l’ipnosi, ma poi scopri’ che con questo metodo i sintomi, pur cessando per un certo periodo di tempo, riapparivano dato che il paziente non era cosciente. Quindi Freud pensò di far ricordare davvero il momento che aveva causato il sintomo al paziente, introducendo la psicanalisi. Inizialmente Freud partì dal metodo catartico che consisteva nel provocare una scarica emotiva in grado di liberare il paziente dai suoi disturbi, ma poi arrivo’ alla scoperta che la causa della nevrosi consisteva nel conflitto tra forze psichiche inconsce e che i disturbi non derivavano dagli organi, ma dalla psiche. Fu proprio la scoperta dello inconscio che segno’ la nascita della psicanalisi. All’inizio la psicanalisi suscito’ molti pregiudizi in quanto Freud aveva sottolineato il fattore sessuale. Tra i pregiudizi più’ comuni ci furono:

· La psicanalisi aveva dato troppa importanza al sesso.

· La psicanalisi venne paragonata ad un metodo di suggestione che fornisce al paziente un sistema di teorie e che lo costringe ad accettarequalcosa che egli stesso non vede.

Molti psicanalisti in passato hanno lavorato con terapie suggestive che pero’ hanno in seguito rifiutato. La psicanalisi infatti cercava di fare uscire il paziente da un ruolo passivo e di metterlo in grado di condurre un’esistenza autonoma. Lo psicanalista non doveva imporre interpretazioni, ma doveva condurre il paziente a comprendere se stesso; doveva ascoltare i conflitti ed i problemi coscienti e tenerne conto, ma non per esaudire il desiderio del paziente dandogli consigli ed indicazioni.Infatti la Psicanalisi non doveva risolvere i problemi di un nevrotico con consigli o con il ragionamento cosciente. I pazienti desideravano un consiglio autoritario solo per poter allontanare da se stessi le responsabilità’; ma la psicanalisi cercava di controllare i disturbi della psiche partendo dallo inconscio e non dalla coscienza. Comunque, il trattamento cominciava lo stesso dai contenuti della coscienza attraverso l’anamnesi. L’analista cercava di portare alla luce l’inconscio attraverso il metodo delle associazioni libere,introdotto da Freud, che consisteva nel rilassamento del paziente in modo da renderlo in grado di abbandonarsi al corso dei propri pensieri, collegando le parole pronunciate con il materiale rimosso che si voleva riportare alla luce. Anche l’interpretazione dei sogni era importante: Freud riteneva infatti che i sogni fossero l’appagamento di un desiderio e che fossero il mezzo per accedere all’inconscio. Nel sogno distinse un CONTENUTO MANIFESTO che rappresentava la scena onirica cosi’ come era vissuta dal paziente;ed un CONTENUTO LATENTE che comprendeva l’insieme delle cause che danno luogo alla scena onirica. I sogni non manifestano direttamente i desideri, perche’ sono desideri non accettati dal paziente che passano sotto l’azione della “censura”. Quindi l’interpretazione consisteva proprio nel ripercorrere a ritroso il sogno dal contenuto manifesto a quello latente. Freud introdusse il PRINCIPIO DI CONDENSAZIONE che consisteva in una fusione di due immagini, cioè un immagine veniva sostituita ad un’altra; ed il PRINCIPIO DI SPOSTAMENTO, cioè quando veniva inserito un elemento in una scena completamente diversa. Per Jung i sogni avevano significati simbolici; ogni simbolo aveva più significati e non rappresentavano necessariamente realizzazioni infantili di desideri.Per Jung, quindi, il sogno era una rappresentazione della situazione psicologica attuale del paziente, ma anche una rappresentazione dei simboli della mitologia e delle religioni.Un altro punto di scontro tra Freud e Jung fu a proposito dell’inconscio.Infatti Freud parla di INCONSCIO PERSONALE che è identificato con il rimorso infantile.

jungPer Jung, invece, al di la’ dell’inconscio personale, esiste un INCONSCIO COLLETTIVO che unisce le immagini primordiali della psiche, frutto della ripetizione di situazioni identiche.L’inconscio collettivo è quindi la massa ereditaria spirituale che rappresenta lo sviluppo dell’umanità’, ma che rinasce ogni volta in ogni individuo.Jung inoltre afferma che la personalità dipende in buona parte dalla società e dal costume, i quali creano una vera e propria maschera, con la quale la gente rappresenta se stessa per convenienza. Dietro questa maschera si nasconde una vita privata; ma molto spesso accade che la gente creda di essere davvero ciò’ che rappresenta. Jung definisce ARCHETIPI le immagini primordiali, cioè’ forme universali, ereditarie ed uguali per tutti. Ma il mito non è l’archetipo stesso, bensì’ il prodotto del suo operare.L’archetipo è costellato da MANDALA che sono simboli del centro, della meta e del se’ come totalità’ psichica.I mandala sono rappresentati dal cerchio e dalla disposizione simmetrica del numero 4 e dei suoi multipli.I mandala non si diffusero solo in Oriente, ma anche in Europa durante il Medioevo; di solito erano rappresentati da Cristo nel centro con quattro evangelisti con i loro simboli ai quattro punti cardinali.I mandala sorgono in situazioni caratterizzate da disorientamenti e perplessità’.L’archetipo rappresenta lo schema ordinatore che si sovrappone al CAOS PSICHICO, cioè allo stato di disordine ed elevata conflittualità interiore in cui può presentarsi la personalità nevrotica.Lo scopo della psicanalisi era soprattutto superare le nevrosi e l’isteria.Inizialmente si pensava che questi sintomi derivavano da un trauma o da uno shock sessuale subito durante l’infanzia.Questa teoria fu pero’ abbandonata in quanto molti pazienti dichiaravano di aver subito un tale trauma, anche se questo non era vero.Freud allora scopri’ che la nevrosi derivava da una fissazione ad un determinato periodo dell’infanzia.Cerco’ anche di classificare le nevrosi in corrispondenza dello stadio dello sviluppo infantile in cui si era verificata la fissazione.Il nevrotico quindi dipendeva completamente dal suo passato infantile e tutte le difficoltà’ incontrate nella vita ed i conflitti morali derivavano dall’influenza di quel periodo.Secondo Freud, infatti, esistevano nell’inconscio numerose fantasie che risalivano all’infanzia e si raggruppavano intorno al COMPLESSO NUCLEARE che negli uomini prese il nome di COMPLESSO DI EDIPO e nelle donne di COMPLESSO DI ELETTRA.Il complesso di Edipo prese il nome dalla mitica vicenda del personaggio greco, destinato dal Fato a sposare la madre e ad uccidere il padre; mentre il complesso di Elettra deriva, appunto, dal mito di Elettra che si era vendicata della madre Clitennestra per l’uccisione del padre.Entrambi consistono nell’attaccamento libidico verso il genitore di sesso opposto ed in un atteggiamento ambivalente ( identificazione – gelosia ) verso il genitore dello stesso sesso. Questo complesso è proprio un insieme organizzato di ricordi, fantasie e pensieri carichi di significati emotivi di cui spesso il soggetto non è consapevole; è quindi una struttura portante della personalità, determinante per lo sviluppo dell’individuo.Ma, per Jung, Freud non era riuscito a spiegare la causa della fissazione.A volte la fissazione si genera proprio nell’ambito di questi complessi, ma altre volte derivava da un momento critico in cui nasceva l’esigenza di un nuovo atteggiamento psicologico, cioè’ di un nuovo adattamento.Quindi per Jung la nevrosi non andava attribuita solo ad una predisposizione della prima infanzia, ma anche a cause manifestatesi nel presente.Inoltre Jung voleva liberare la psicanalisi dalla concezione esclusivamente sessuale.Infatti Freud aveva cercato di conciliare il metodo delle psicanalisi con la sua teoria sessuale a cui Jung assegnò un valore dogmatico, perchè secondo lui Freud non aveva dato nessuna spiegazione o dimostrazione.Fu proprio questo che porto’ alla rottura tra Freud e Jung, perché’ per quest’ultimo dogma e scienza erano inconciliabili, in quanto il dogma aveva solo valore religioso perché’ rappresentava un punto di vista assoluto; mentre la scienza per progredire aveva bisogno del dubbio.Jung sostituì’ la concezione freudiana sessuale con una CONCEZIONE ENERGETICA- SPIRITUALE.Infatti, secondo lui, tutti i fenomeni psicologici potevano essere considerati come manifestazione di energia, percepita soggettivamente come aspirazione e desiderio.Questa energia prese il nome di LIBIDO che può’ essere paragonata allo SLANCIO VITALE di Bergson che consisteva in un’energia vitale che spinge la vita, ma che non esclude il libero arbitrio dell’uomo che può’ scegliere una strada da percorrere, lasciando pero’ dietro di se’ una scia di frammenti di vita.Infatti gli uomini sono dei dissipatori della vita, a differenza della natura che non è costretta a scegliere sviluppandosi su una linea. Lo slancio vitale è una forza inesauribile, è un’attività libera ed una forza creatrice spontanea che genera tutti i momenti del reale.Riprendendo il concetto di libido di Jung, abbiamo che la prima manifestazione di questa energia nel bambino consiste nella pulsione alla nutrizione; questo processo prosegue fino all’età adulta. Ma quando l’uomo incontra un ostacolo insormontabile che rinuncia a superare, la libido regredisce e viene meno al compito di adattamento.Quando un paziente presenta una convinzione morbosa od un atteggiamento esagerato, significa che in quel caso c’è troppa libido e che questa eccedenza è stata sottratta da qualche altro punto, dove di conseguenza c’è una carenza. Il compito della psicanalisi è proprio quello di individuare i punti in cui c’è carenza di libido ed equilibrare la sproporzione. Quando invece si riscontra in un paziente mancanza di libido, il compito della psicanalisi diventa quello di trovare il punto nascosto dove si cela la libido e che è inaccessibile fino al paziente: questo luogo è proprio l’inconscio. Per Freud la libido è un bisogno esclusivamente sessuale che si sviluppa sin dall’infanzia. Freud distingue, infatti, tre fasi:

· ORALE: che caratterizza i primi mesi di vita ed ha come zona erogena la bocca, connessa alla prima attività del bambino che consiste nel poppare.

· ANALE: che va da un anno e mezzo a tre anni ed ha come zona erogena l’ano; il bambino prova piacere nell’emettere le feci.

· GENITALE: ha come zona erogena l’apparato genitale e si articola in due sottofasi: quella “fallica” e quella “genitale in senso stretto”.

– Fase Fallica: la scoperta del pene costituisce oggetto di attrazione sia per il bambino sia per la bambina, entrambi i quali soffrono di un complesso di castrazione ( il primo perchè teme di essere evirato; la seconda perchè prova invidia).

– Fase Genitale in senso stretto: dove cominciano le vere e proprie pulsioni sessuali.

Anche Jung crede in una sessualità infantile, ma critica Freud perchè definisce sessuali anche fenomeni della prima infanzia, come il poppare. Infatti, secondo Jung, questi fenomeni hanno una natura biologica e funzione nutritiva. Jung distingue la vita umana in tre fasi:

· PRIMA FASE: che comprende i primi anni di vita e che viene definita “stadio presessuale” che corrisponde allo stadio di larva della farfalla ed è caratterizzato quasi esclusivamente dalla funzione della nutrizione e della crescita.

· SECONDA FASE: che comprende gli anni successivi all’infanzia fino alla pubertà e viene definita ” prepubertà”. Consiste nello sviluppo della sessualità.

· TERZA FASE: che comprende l’età adulta dalla pubertà in avanti e viene definita ” maturità”.

Il problema è definire il limite cronologico della prima fase. Si può dire che cade tra il terzoe il quinto anno di vita, ma è comunque soggetto a variazioni. In queste età il bambino raggiunge una certa indipendenza in quanto smette di poppare; inoltre comincia a definire la propria personalità e cominciano a svilupparsi i primi segni che possono essere definiti sessuali, anche se sono ancora caratterizzati dall’ingenuità e dall’innocenza infantile. Secondo Freud la sessualità si sviluppa nel bambino con minore intensità e quindi anche la libido è meno forte. Ma per Jung la libido è costituita da diverse energie che si manifestano con la stessa intensità sia nel bambino che nell’adulto, in quanto quello che cambia tra l’infanzia e la maturità non è l’intensità, ma la localizzazione della libido.La libido, quindi, nel bambino non provvede a funzioni sessuali, ma a funzioni di natura fisica come la nutrizione. Proprio per questo motivo non bisogna più definire la libido in senso sessuale, ma considerarla come “concezione energetica spirituale”. Lo stesso Freud si rese conto di aver dato una concezione troppo ristretta della libido quando si occupò del caso Schreber, un caso di “demenza precoce” (l’attuale schizofrenia) che consiste in un distacco sempre più marcato dalla realtà e nella comparsa di atteggiamenti imprevedibili ed eccentrici. Lo schizofrenico si rinchiude completamente in se stesso, costruendosi un mondo di allucinazioni e compromettendo ogni rapporto sociale. Proprio per questo il mondo onirico assume per il malato un valore di realtà maggiore della realtà esterna. Schreber, per esempio, aveva creato la rappresentazione di “fine del mondo”. La libido si è quindi ritirata dal mondo esterno per entrare nel mondo interiore dove deve creare una situazione equivalente alla realtà stessa. E la demenza precoce è proprio determinata dal ritiro della libido. Freud si chiese se questa schizofrenia derivasse solo dal ritiro dell’interesse erotico o dal ritiro dell’interesse in generale.Jung arriva alla conclusione che in questi malati non c’è traccia di adattamento psicologico e quindi non manca solo l’interesse erotico, ma l’interesse in generale, cioè l’adattamento alla realtà. Proprio per questo Jung parla di un’evoluzione della libido che dalla concezione sessuale passa ad essere definita come energia psichica. Questo si può notare dalla storia dell’evoluzione. Infatti il numero degli elementi produttivi che prima si basavano sulla casualità della fecondazione, si è andato riducendo a favore di una fecondazione e di una protezione della prole. Quindi l’energia destinata all’istinto di produzione si è trasformata in energia destinata all’attrazione e alla protezione della prole e quindi, all’amore stesso. Si è passati così da un’energia più caotica e casuale ad un’energia più organizzata, regolata e più selettiva. Nonostante questo, la libido non è concreta e conosciuta, ma può essere addirittura definita un’incognita, una pura ipotesi, un ‘entità convenzionale.La libido è quindi un’energia che si manifesta nel processo vitale e che viene percepita soggettivamente come aspirazione e desiderio. Nei molteplici fenomeni naturali, la libido si manifesta in diverse forme ed applicazioni. Nell’infanzia si sviluppa sotto forma di istinto di nutrizione che provvede alla crescita del corpo. Ed è proprio con la crescita del corpo che si aprono alla libido nuovi campi di applicazione. Tra questi abbiamo il campo della sessualità dove inizialmente si sviluppa sotto forma di istinto di procreazione e quindi come una libido “indifferenziata”. In seguito, però, si sviluppa una libido “differenziata” basata, come ho detto prima sull’attrazione e protezione della prole. Quindi la trasformazione della libido dalla forma originaria in attività secondaria avviene sotto forma di supplemento libidico, cioè la sessualità viene privata della sua determinazione originaria ed impiegata in nuova attività come il corteggiamento.Lo spostamento della libido dal campo sessuale a funzioni secondarie prende il nome di SUBLIMAZIONE. Per mezzo di questo fenomeno l’istinto viene appagato conservando intatta la propria energia. Sicuramente una parte della “libido di fame” si deve trasformare in “libido sessuale”. Questo trasferimento non avviene all’improvviso nella pubertà, ma si sviluppa gradualmente nell’infanzia.In questo stadio di transizione Jung distingue due epoche: l’epoca del succhiare e l’epoca dell’attività ritmica spostata.

· L’EPOCA DEL SUCCHIARE: rientra nell’ambito della funzione nutritiva, ma poi supera questa situazione perchè diventa un’attività ritmica con l’obiettivo finale del piacere e dell’appagamento senza l’assunzione del nutrimento.

· L’EPOCA DELL’ATTIVITA’ RITMICA SPOSTATA: prendono importanza nuovi organi, inizialmente la mano, poi la cute, fino ad arrivare alle zone sessuali.

Ogni volta che la libido incontra un ostacolo lungo il processo di adattamento alla realtà, si verifica un accumulo che provoca un maggiore sforzo per superare l’ostacolo. Ma se l’ostacolo sembra insormontabile e l’uomo rinuncia a superarlo, la libido regredisce e ricade in uno stadio antecedente e quindi più primitivo. Esempi di regressione si ritrovano nei casi di nevrosi.La libido, in questi casi, essendo distorta dal compito di adattamento, ritorna a controllare la funzione nutritiva, provocando disturbi digestivi.Oppure cerca di riattivare ricordi del lontano passato, tra i quali l’immagine dei genitori e lo stesso complesso edipico di cui ho parlato prima. La nevrosi quindi deriva dal fallimento della libido, cioè dal fallito tentativo di adattamento. Però, mentre una parte della libido rimane a uno stato preliminare, lo sviluppo dell’individuo prosegue; proprio per questo aumentano le discordanze tra una continua attività infantile e le esigenze dell’età più avanzata. Questo processo provoca la “dissociazione della personalità”, cioè il conflitto che è il vero e proprio fondamento della nevrosi.Maggiore è la libido impiegata in modo regressivo, maggiore è il conflitto. Tra le cose che avevano grande importanza nell’età infantile ci sono i genitori, ma Jung preferisce parlare di IMAGO del padre e della madre perchè nelle fantasie dei malati non compaiono più i veri genitori, ma immagini soggettive e spesso deformate.Se e quando l’ostacolo viene superato tutte queste fantasie infantili crollano.Comunque, sia per Freud che per Jung, la libido è ENERGIA, che può assumere diverse forme e può subire trasformazioni. La libido per Freud è energia sessuale , mentre per Jung, è energia spirituale. Secondo Fechner, uno psicologo e naturalista, un sistema continua a mutare finchè non raggiunge la stabilità. Inoltre afferma che una qualsiasi eccitazione psicofisica che supera la soglia della coscienza è investita dal piacere quando si avvicina alla stabilità, mentre è investita dal dolore quando se ne allontana. A questo psicologo si rifece lo stesso Freud che annunciò che lo scopo di un esistenza psicofisica e quindi dell’organismo consiste nel mantenere ad un basso livello la tensione, ed anche nell’eliminarla del tutto.Per Freud la libido può essere sublimata, cioè quando l’energia sessuale viene trasformata in altri tipi di energia, oppure può essere mantenuta ordinata secondo il principio di realtà cioè quando le pulsioni psichiche imparano a sostituire il principio di piacere con una sua modificazione, perchè il compito di evitare dispiacere si pone quasi nello stesso piano di quello del conseguimento del piacere. Quindi rinunciano al soddisfacimento immediato e , così “educate”, non si lasciano più dominare dal principio del piacere, ma dalla realtà circostante.La libido però, sempre secondo Freud, può anche realizzarsi assecondando disordinatamente e spontaneamente il “principio del piacere”, in quanto secondo lui lo scopo dell’uomo è il conseguimento del piacere e l’intera attività psichica è regolata da questo principio. Il piacere è legato alla diminuzione ed all’estinzione delle quantità di stimoli che operano nell’apparato psichico, mentre il dispiacere è legato ad un suo aumento, per quanto riguarda le pulsioni sessuali, queste operano per raggiungere il piacere. Anche le altre funzioni mirano allo stesso scopo, ma sono anche condizionate dalla necessità. Invece per Jung la libido può subire trasformazione ed elaborazioni simboliche disordinate attraverso le associazioni verbali che consistono nel far riferire tutti i pensieri che vengono in mente al paziente, senza discriminazioni o riserve, oppure attraverso i conflitti inconsci.La libido può subire anche trasformazioni ordinate attraverso gli archetipi dell’inconscio collettivo, che sono immagini primordiali appartenenti alla struttura ereditaria della psiche contenuta proprio nell’inconscio collettivo, che è formato da contenuti che rappresentano il deposito dei tipici modi di reagire dell’umanità, che non derivano da acquisizioni personali, ma dalla struttura ereditaria del cervello; oppure attraverso i Mandala, simboli del centro e del sè come totalità psichica.


Jung & Freud

Scritto da Pier Claudio Devescovi

Tratto da Diogene N° 15

All’origine dello storico scontro c’è un conflitto tra concezioni della conoscenza.
Le ambizioni del fondatore della psicoanalisi e l’indipendenza dello studioso elvetico sono premessa e sintomo al contempo di una rottura annunciata.

Cesare Musatti, curatore dell’Opera Omnia di Freud, afferma nella presentazione dell’edizione italiana del carteggio tra Freud e Jung: “Tutto avviene come in un dramma in cui dalle origini s’intraveda l’inevitabile catastrofe. Né si tratta di un’impressione che derivi al lettore dal fatto di conoscere preventivamente la conclusione. Scorrendo le lettere si ha la certezza che gli stessi protagonisti sapessero, in qualche modo da sempre, quello che doveva accadere”.
Il rapporto tra Freud e Jung e la loro separazione costituiscono un momento importante nella storia della psicoanalisi e ne segnano in parte lo sviluppo successivo. L’argomento è stato oggetto di molti studi che hanno affrontato i diversi aspetti di questa relazione.
I due uomini avevano un retroterra culturale e un modo di pensare molto diverso. Jung, al momento di incontrare Freud, aveva già sviluppato una sua concezione del funzionamento della psiche e aveva elaborato un suo metodo in maniera del tutto autonoma. Sono questi gli elementi che, a mio avviso, permettono a Musatti di parlare di una separazione annunciata.
Le idee e il metodo di Jung, profondamente radicate nella cultura umanistica, avevano preso forma già durante gli anni dell’università a Basilea (1895-1900) trovando una prima e più organica sistemazione nella tesi di dottorato dal titolo Psicologia e patologia dei cosiddetti fenomeni occulti, che egli aveva discusso a Zurigo, presso la clinica psichiatrica Burghölzli, il 27 aprile 1902 e che era stata pubblicata a Lipsia nell’autunno dello stesso anno.
Nel 1895 Jung si era iscritto alla facoltà di medicina dell’Università di Basilea, il 18 maggio dello stesso anno venne ammesso all’associazione universitaria della Zofingia. Vi era l’abitudine che i membri della Zofingia si riunissero quasi settimanalmente per discutere temi di loro particolare interesse. Durante gli anni nei quali partecipò attivamente alla Zofingia, dal 1895 al 1900, Jung presentò quattro conferenze, pubblicate per la prima volta nel 1983. Durante le riunioni veniva tenuto un verbale con una sintesi della conferenza presentata e con gli interventi dei partecipanti; questi manoscritti sono conservati all’archivio di Stato della città di Basilea.
Scorrendo i verbali delle discussioni della Zofingia possiamo farci un’idea abbastanza precisa di quale fosse il clima culturale di Basilea durante gli anni della formazione di Jung e cogliere dai suoi interventi, oltre che dalle conferenze presentate, le idee che si formavano nella sua mente. Bisogna ricordare che a Basilea e nella sua università i valori dominanti appartenevano a quella cultura legata alla tradizione umanistica e rinascimentale che traeva le sue origini da Erasmo da Rotterdam, proseguita dal grande storico del rinascimento Jakob Burckhardt, che aveva tenuto la cattedra per trentacinque anni influenzandone il clima culturale. Burckhardt era ben conosciuto da Jung a causa dell’amicizia che lo legava ad Albert Oeri, pronipote dello storico, e a suo padre, Jakob Burckhardt, curatore di due opere postume del grande zio.
Il 28 novembre 1896 Jung presentò la sua prima conferenza alla Zofingia dal titolo Sulle zone di confine della scienza esatta, nel quale attaccò il materialismo definendolo un assurdo colosso dai piedi d’argilla, criticando Du Bois-Reymond, esponente di primo piano della Società Fisica di Berlino. Questa società fu, tramite Brücke, l’antecedente diretto della Scuola di Vienna che aveva rappresentato per Freud un importante momento di formazione e di contatto con le idee berlinesi, attraverso l’insegnamento di Brücke stesso e quello di Meynert. Successivamente Freud se ne era allontanato superandone l’impostazione esclusivamente neurofisiologica e allargando lo sguardo all’inconscio come dimensione significante.

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La scoperta dell’anima
Nella seconda conferenza, presentata il 15 maggio 1897 con il titolo “Alcuni pensieri sulla psicologia”, Jung affermava che era necessario postulare l’esistenza di un principio più o meno equivalente alla forza vitale dell’antica fisiologia e proponeva di chiamare “anima” questo principio e di definirlo come “un’intelligenza indipendente dallo spazio e dal tempo”. Questa può essere considerata la sua prima definizione di inconscio, un soggetto trascendentale ma criticamente indagabile nelle sue manifestazioni fenomeniche dalla psicologia empirica.
Appare evidente come la nozione di anima sia di derivazione kantiana; in Jung però essa è posta non come soggetto trascendentale ordinatore dell’esperienza, come era per Kant, ma anche come oggetto dell’osservazione. Il discorso kantiano appare allora modificato. Jung stesso, nella conferenza successiva del semestre estivo 1898 dal titolo Pensieri su essenza e valore della ricerca speculativa, affermava: “Sono ben consapevole che quanto qui sviluppato sia una visione alquanto nuova della (kantiana) deduzione della cosa in sé. Mi sembra però che questa sia l’unica concezione giusta e veramente universale del problema gnoseologico”.
In questo quadro, alla psicologia empirica è assegnato il compito di osservare e approfondire i fenomeni che giustificano la definizione dell’anima come indipendente dallo spazio e dal tempo. Fra questi l’ipnotismo, il sonnambulismo, i fenomeni telepatici e la chiaroveggenza. La sua tesi di dottorato sui fenomeni occulti sarà in effetti una ricerca in questa direzione.
Dall’analisi di questi fenomeni cosiddetti occulti, considerati esempi dell’indipendenza dell’anima dallo spazio e dal tempo, Jung costruisce una concezione dell’inconscio diversa da quella che stava elaborando negli stessi anni Freud a Vienna. Per Jung l’inconscio non coincide semplicemente con i contenuti rimossi della coscienza, idea che anche Freud condividerà a partire dal 1915 con il saggio Metapsicologia, ed è inoltre considerato come matrice dell’evoluzione della personalità. Si osserva qui un primo tentativo di formulazione del concetto del Sé, uno dei concetti centrali della teorizzazione junghiana.
Nei manoscritti della Zofingia troviamo, fra l’altro, una nota interessante; nel dibattito seguito alla conferenza dello studente Grote sul sonno, del 4 febbraio 1899, Jung dà una definizione del sogno che ci lascia un po’ sorpresi: “Nel sogno noi siamo il nostro desiderio, siamo contemporaneamente diversi attori”. La sorpresa deriva dalla forte somiglianza con la definizione di Freud del sogno come realizzazione allucinatoria del desiderio, contenuta ne L’interpretazione dei sogni, pubblicata nel 1900. È probabile che anche questo aspetto abbia contribuito a far dire a Jung nell’autobiografia: “Nel 1903 ripresi in mano L’interpretazione dei sogni e scoprii che combaciava con le mie idee”.
Dopo il suo arrivo al Burghölzli di Zurigo, nel dicembre 1900, Jung entrò in contatto con le idee di Freud, anche su suggerimento del direttore, Eugen Bleuler, che aveva da tempo introdotto la psicoanalisi nelle discussioni fra i medici della clinica. Jung era rimasto attratto dalle idee freudiane, considerandole un metodo di analisi dell’inconscio e dei nessi psicologici delle nevrosi che poteva unirsi al suo metodo associativo dando maggiore profondità alla conoscenza del funzionamento psichico. Nell’aprile del 1906 inviò a Freud una copia del suo lavoro Studi diagnostici sull’associazione sperando in una collaborazione e ottenne una risposta positiva. Da parte sua Freud si sentiva il fondatore di una nuova disciplina, nel 1914 dirà: “La psicoanalisi è una mia creazione”. Con queste differenti aspettative Freud e Jung iniziarono il loro rapporto.

freud jung

Non svelare ma scoprire
Negli anni successivi alla tesi di dottorato Jung dedicò molto tempo e molte energie agli esperimenti di associazione. Questa tecnica, elaborata da Francis Galton, consisteva nel suggerire al paziente determinate parole invitandolo a indicare le associazioni mentali suscitate, con la massima velocità possibile in modo da escludere la possibilità di una riflessione razionale.
Jung aggiunse a questa pratica un aspetto originale individuando il valore diagnostico dei disturbi nel processo associativo. Diventava allora importante non solo l’analisi dei tempi di reazione allo stimolo associativo ma anche il modo in cui i fattori endopsichici interferivano con l’esperimento. A questi fattori Jung dette il nome di “complessi a tonalità affettiva”. “Lo sfondo della nostra coscienza (ovvero l’Inconscio) consiste di complessi siffatti e tutto il materiale accumulato nella memoria si dispone attorno a essi”. La concezione complessuale della psiche è così importante nel pensiero di Jung che, dopo la sua separazione da Freud, chiamò la sua costruzione “psicologia complessa” prima della definizione, entrata poi nell’uso, di psicologia analitica. La psiche è concepita come un insieme di complessi e di polarità che coesistono e il metodo non è tanto quello del “prosciugamento dello Zuidersee” della metafora freudiana, quanto piuttosto quello di mettere in relazione le varie componenti della psiche, considerate tutte importanti e ineliminabili.
Nella diversa concezione dell’eziologia e dei meccanismi patogeni dell’isteria troviamo anche un diverso modo di intendere il meccanismo della rimozione. Mentre per Freud la rimozione determina una scissione fra gli affetti, ossia i contenuti passionali dell’inconscio, e le rappresentazioni, ossia le razionalizzazioni della coscienza consapevole, per Jung questa distinzione non si pone. Il rimosso non è ciò che va svelato analizzando le dissimulazioni della coscienza, ma ciò che va più semplicemente scoperto: consiste in contenuti complessuali, idee e tonalità affettive, che risiedendo negli stati più profondi dell’anima devono solo essere portati alla luce. Jung analizza questi meccanismi inserendoli in un modello di sviluppo della coscienza, piuttosto che in un modello di tensioni pulsionali come aveva fatto Freud.

Archetipi a priori dall’esperienza
Il 7 gennaio 1899 Jung aveva presentato la sua ultima conferenza alla Zofingia dal titolo Pensieri sulla concezione del cristianesimo in riferimento alla dottrina di Albrecht Ritschl. In essa, oltre a sottolineare il problema del rapporto fra Dio, il male e la libertà umana, è posta in evidenza l’importanza della mitologia sia nell’affrontare i temi religiosi che la comprensione della psiche.
In una lettera a Freud del 14 novembre 1911 Jung, facendo un raffronto sul metodo, afferma: “Io devo sempre procedere, lei lo sa, dall’esterno all’interno e passare dal generale al particolare”. Ciò che Jung intende con questo è che egli leggeva la realtà attraverso delle forme a priori, di derivazione kantiana, e lo studio della mitologia diveniva allora importante perché aiutava a rivelare la mappa delle forme a priori e assumeva un significato diverso da quello che aveva nel pensiero e nel metodo freudiani. Le forme a priori assumeranno la definizione dapprima di ur-bilden (immagini primordiali), di diretta derivazione da Burckhardt, poi quella più conosciuta di archetipi.
Oltre a questo, un altro importante concetto di derivazione burckhardtiana caratterizza il suo metodo e lo differenzia fortemente da Freud e cioè l’introduzione del senso della storia come idea di sviluppo della psiche che evidenzia maggiormente le radici umanistiche del suo pensiero. Nella prefazione alla terza edizione di Simboli della trasformazione dirà: “La psiche non è un dato immutabile ma è il prodotto della sua evoluzione incessante”. Egli ne parla esplicitamente in una lettera a Freud del 1909: “Ho sempre più l’impressione che una comprensione totale della psiche (nella misura in cui è possibile) si ottenga mediante la storia, ossia con l’aiuto della storia”.
Sono questi, in estrema sintesi, gli aspetti più importanti e originali del pensiero di Jung quando egli si avvicinò a Freud. Durante gli anni della loro collaborazione i vari aspetti, politici, transferali e professionali si sono sviluppati attorno a questa situazione di fondo. Il sentimento di realizzare un destino di fondatore era estremamente forte in Freud e questo lo rendeva totalmente disponibile verso un successore che proseguisse la sua opera, ma non lasciava spazio a una pluralità di idee fondanti né all’ipotesi di una co-fondazione che, invece, era il sentimento con cui Jung si era avvicinato a lui. Queste idee, se pur parzialmente dissonanti, vennero vissute piuttosto come espressione di un atteggiamento scismatico che, come tale, suscitava rancore ed amarezza.
Il loro incontro, oltre al tratto di strada fatto assieme, fu anche lo scontro fra due personalità, entrambe forti, con un retroterra culturale molto diverso. Con gli occhi di oggi sembra più un problema fra due persone che fra due modi di intendere la psiche; oggi noi viviamo in un mondo in cui coesistono paradigmi diversi e dove è meno sentito il bisogno di una strenua difesa della propria “vera” verità.


Wilhelm Reich: le parole, le emozioni

Rank mette in dubbio la validità, l’efficacia terapeutica del rendere conscio l’inconscio, operazione che appare essere una sostituzione di razionalizzazioni e che può rischiare di scadere in un duello di volontà tra paziente e analista. Su questo punto anche Reich si era espresso in modo più categorico quando affermava che la dinamica della guarigione non può in alcun caso derivare dalla trasformazione di una rappresentazione dall’inconscio al conscio (il cosiddetto punto di vista topico). Reich riteneva inoltre inadeguato anche il punto di vista dinamico, sostenuto da Rank e Ferenczi in Prospettive di sviluppo della psicoanalisi, perché l’abreazione di affetti collegati a ricordi provocherebbe miglioramenti soltanto provvisori. Nell’ottica abbracciata da Reich rimarrebbe soltanto il punto di vista economico e cioè dell’economia della libido (Reich 1933, 35 sgg).

emozioni

In modi che possono agganciarsi sia a Rank sia a Grof, Reich riteneva che il linguaggio delle parole non fosse in grado di spiegare nulla e disdegnava le terapie verbali, interpretanti. Del setting psicoanalitico conservava la posizione sdraiata del paziente. Nella prospettiva psicoanalitica tale posizione è in grado di indurre quella regressione e, anche, ferenczianamente, quel rilassamento, quella neocatarsi capaci di catalizzare il recupero di ricordi rimossi. Nel pensiero di Reich ciò era dovuto al fatto che la stessa posizione facilitava il flusso, lo scorrere delle emozioni. Negli anni trenta, comunque, il punto di partenza della terapia di Reich era diventato decisamente la respirazione. Al paziente Reich chiedeva di sdraiarsi e di respirare. Ne sa qualcosa Lowen il quale, nel corso della prima seduta con Reich, si sentì apostrofare dal suo terapeuta in questi termini: “Lowen, tu non sai respirare”. Si tratta qui, come si può capire, di un evidente precorrimento delle tecniche olotropiche basate sulla respirazione successivamente sviluppate da Grof in ambito transpersonale.

In un certo senso potremmo rilevare, nella cultura mitteleuropea (Rank e Reich nati in Austria, Ferenczi in Ungheria e Grof nell’allora Cecoslovacchia), i germi europei di quella che sarebbe divenuta, in anni e presso generazioni di terapeuti successivi, la psicologia transpersonale. Occorreva in altri termini che tali germi potessero attecchire nel luogo deputato al loro sviluppo, gli Stati Uniti. Non casualmente, dunque, Rank, Reich e Grof hanno a un certo punto della loro esistenza di ricercatori e terapeuti preso la seminale decisione di trasferirsi in quel paese. Né, per altri versi, è casuale che Ferenczi, a suo modo il più transpersonale dei pionieri della psicoanalisi, non ci sia riuscito.

Adattato da Giorgio Antonelli, Al di là della psicoanalisi. Otto Rank, Lithos, Roma, 2008


Intervista ad Alexander Lowen (da La Repubblica)

Intervista ad Alexander Lowen pubblicata su “La Repubblica” del 9 aprile 2004


I SEGRETI DEL CORPO


Allievo di Wilhelm Reich, lo studioso ha oggi novantaquattro anni ma lavora sempre

“Se un paziente si presenta nel mio studio lo osservo, lo guardo negli occhi, lo tocco, la parola viene dopo”.
TRASCRIZIONE DELL’ARTICOLO
“Non aspettare di essere morto per lasciarti andare. Lasciati andare ora”. è una battuta di qualche laica saggezza che ama ripetere Alexander Lowen, il fondatore dell’Analisi Bioenergetica, un signore nato a New York da una coppia di immigrati ebrei nel 1910.Oggi vive in una villa di campagna del Connecticut ed è stupefacente come continui a curare pazienti e a formare allievi, nonostante i suoi tanti anni: il prossimo dicembre ne avrà 94.
Bioenergetica s’intitola uno dei suoi libri di maggiore successo, uscito in America nel 1975 e da noi per la prima volta vent’anni fa, che ora Feltrinelli ripubblica in una edizione economica (pagg.320, euro 9). E’ un libro che ha già venduto ventimila copie, e del resto anche altri saggi di Lowen – da Il narcisismo a Il linguaggio del corpo, Amore e orgasmo – hanno conquistato un pubblico di lettori ampio. Un interesse piuttosto insolito per una produzione saggistica, e non solo di natura intellettuale se intanto, anche sul versante clinico, si vanno sempre più diffondendo le tecniche terapeutiche che si rifanno, seppure in forme diverse, ai modelli teorici di Lowen.
Modelli molto distanti dal celebre divano freudiano, da un’impostazione che tradizionalmente privilegia la parola e la tendenza a mentalizzare i conflitti. Qui l’attenzione si sposta e si concentra nettamente sul corpo, sulle sue posture, le tensioni, le rigidità, fino a certi blocchi muscolari che spesso producono malattia. Un corpo che non è 
vuoto, un puro contenitore, ma un “luogo” capace di esprimere l’identità, anche quella più profonda, di manifestare i segni più vistosi dell’Io come le tracce più sottili dell’Inconscio, non solo la coscienza, ma anche la memoria di un passato più o meno felice, più o meno doloroso, in ogni caso mai sepolto una volta per tutte. Lowen è stato allievo di Wilhelm Reich, di un genio per molti versi, ma dalla personalità disturbata se nella parte finale della sua vita identificava sé stesso con un messia e l’energia sessuale con Dio. Da quando Reich confidò a Einstein che molta gente lo considerava pazzo: “Davvero non esito a crederlo”, fu la risposta raggelante del padre della relatività che gli voltò le spalle. Famoso e discusso, il pioniere della “rivoluzione sessuale”, tra i discepoli (della seconda generazione) più brillanti di Freud, l’autore di Psicologia di massa del fascismo non meritava comunque di morire a sessant’anni in un carcere, dov’era finito dopo un’invenzione effettivamente pazzesca, la famosa scatola di legno che avrebbe dovuto funzionare come un accumulatore di vigore erotico, una specie di paradiso racchiuso in una cabina.
E’ nell’autunno del ’40 che Lowen s’iscriva ad un corso tenuto da Reich sull’analisi del carattere, e più precisamente sul legame tra la tensione muscolare cronica – definita 
body harmor, armatura corporea – e la personalità nevrotica. Sono teorie nuove, eterodosse rispetto all’impalcatura complessiva del pensiero freudiano, e Lowen ne è così affascinato da intraprendere una terapia con Reich che durerà tre anni, dal ’42 al ’45.
I rapporti tra i due, mai davvero stretti e mai apertamente conflittuali, non saranno comunque destinati a un lungo idillio intellettuale: mentre Reich si allontana dall’analisi del carattere, preso dai suoi esperimenti sull’ “orgone”, Lowen prende le distanze dal suo antico mentore, si laurea in medicina a Ginevra, continua la sua formazione personale e nel 1956 fonda l’International Institute for Bioenergetic Analysis di New York.
Signor Lowen, che cosa deve a Reich?
“Gli devo molto. E’ stato il mio maestro e il mio terapeuta. Non il solo, ma non sarei dove sono oggi, se non ci fosse stato lui…Alla fine della sua vita non ci stava  più tanto con la testa, su questo non c’è dubbio. Ma succede ai geni, e secondo me anche oggi ci vorrebbe un pazzo per vedere la follia della nostra cultura”.
Direbbe che l’Analisi Bioenergetica sia stata il frutto del suo lavoro con Reich?
“Reich rimane il punto di partenza, ma fondamentalmente la mia terapia è stato un viaggio di autoscoperta: ho sviluppato l’Analisi Bioenergetica per applicarla a me stesso prima che ai miei pazienti. In fondo i problemi che avvertivo non erano così diversi da quelli di tanti altri….
Problemi risolti?
“Mai del tutto, ma progressivamente mi sono sentito sempre più in pace con me stesso”.
Un buon risultato. Ma, per lei, è questo che vuol dire star bene?
Non proprio, o almeno non solo….Per me, stare bene vuol dire soprattutto avere un senso di vitalità e di allegria nel corpo, sentirsi a proprio agio. Ma per ottenere un risultato del genere, occorre un lavoro molto lungo, e a volte non basta l’intera vita”.
La clinica bioenergetica ha la caratteristica di non basarsi esclusivamente sulla parola, ma di coinvolgere il corpo. Lei non risponde ai critici che non considerano “etico” toccare il paziente.
“La nostra è una terapia che ha la componente analitica verbale e il lavoro corporeo, e tende ad armonizzarli. Il terapeuta, per certi aspetti, rappresenta il sostituto di un genitore. Si può essere dei bravi genitori se si ha paura di toccare i propri figli? Io non lo credo, ma si può essere pessimi genitori, estremamente distruttivi, se toccare i figli assume connotazioni sessuali…Ecco, il terapeuta che non sa controllare il modo in cui tocca un paziente non dovrebbe mai farlo. Se i pazienti possono fidarsi di te, allora il contatto fisico non è una violazione della fiducia, se invece non possono fidarsi di te, non li toccare”.
Secondo lei, i terapeuti che fanno bioenergetica sono tutti ben formati e qualificati?
“Sfortunatamente no, non è così. Uno dei motivi è che ci vuole metà della vita per imparare come si fa la bioenergetica: non sono consentite improvvisazioni. Servono diverse esperienze che si acquisiscono lentamente, innanzi tutto con il lavoro davvero 
interminabile su sè stessi, sui propri problemi…In ogni caso, non potrei mai convincere i miei detrattori, perchè in realtà nelle loro critiche proiettano un’ansia profonda, procurata dall’idea stessa del contatto fisico”.
Magari non tutti si sentono votati a una teologia del corpo, non crede?
“No, credo ci sia soprattutto una 
resistenza alla dimensione della corporeità…Per quanto mi riguarda, è importante parlare poco, quanto basta per capirsi, e concentrare gli sforzi sugli esercizi fisici, a cominciare dal modo in cui il paziente respira. E’ fondamentale che lo faccia correttamente, per il rapporto strettissimo che esiste tra le inibizioni psichiche e l’insufficienza delle funzioni respiratorie…Una paziente può raccontarmi la sua storia per anni, parlare a lungo delle sue difficoltà emotive, ma non è detto che comprenda mai quali siano realmente queste sue difficoltà, né che sia io a comprenderle, queste é il punto…”.
Qualcuno sta male e si presenta nel suo studio. Lei che fa?
“Certamente non gli chiedo qual è il suo problema, non subito ad ogni modo. Osservo il suo corpo per capire l’assetto, se è sano o malato, se è vivo e vibrante oppure no. E’ questo che faccio, durante la prima seduta. Quando viene da me, il paziente parla, e intanto io lo studio. Cerco di localizzare i suoi problemi guardando i suoi occhi, il viso, le spalle, o anche i piedi, il modo in cui stabiliscono il legame col suolo, con la terra, quella che noi chiamiamo 
grounding che è la base stessa della vita, come le radici per l’albero”.
Ma perché tutta questa diffidenza per la parola, per il Logos che non sarà forse alla base della vita, ma certamente della nostra cultura, e non é poco, non le pare?
“La nostra cultura non ci ha reso né più sani né più felici, e comunque se fosse possibile cambiare profondamente le persone con le parole, lo farei senz’altro, ma ho visto che le parole non bastano a trasformare le persone. Se stai male, puoi parlare quanto vuoi, ma è il tuo corpo che dovrà cambiare, con un lavoro che richiede molto, molto tempo. Solo se la tua energia corporea è più viva e forte, allora sì. è possibile un cambiamento”.
L’ultima domanda è anche personale, ne faccia quindi l’uso che crede…Da qualche tempo lei ha perso Leslie, la donna che ha sposato a 32 anni, a cui ha dedicato molti dei suoi lavori. Siete sempre stati insieme. Le chiedo: cosa sorregge un essere umano di fronte a un lutto così grave? Insomma, che possiamo fare quando siamo davvero preda del dolore?
“Possiamo piangere. Anzi, 
dobbiamo farlo tutte le volte che avvertiamo un dolore, sia fisico che spirituale, perché altrimenti non ci liberiamo neanche un pò dall’angoscia, e nulla potrà rendere meno acuto il dolore. L’unico modo immediato che abbiamo per superare gli eventi  tragici della vita è piangere, esprimere il sentimento della sofferenza, liberare la tensione che è in noi, aumentando l’energia del nostro corpo…Ma non voglio sfuggire all’aspetto personale della sua domanda: è stato difficilissimo elaborare la perdita di mia moglie, capire che non le avevo dato abbastanza amore e sostegno durante il nostro matrimonio. Il dolore permane, ma nello stesso tempo oggi mi sento più consapevole e riesco a lavorare meglio su di me, sui miei sentimenti”.