Per noi il corpo è molto più di uno strumento o di un mezzo;è la nostra espressione nel mondo, la forma visiva delle nostre intenzioni. Non è all'oggetto fisico che il corpo può essere paragonato, quanto piuttosto all'opera d'arte. MAURICE MERLEAU-PONTY

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Jung contro Freud: i concetti fondamentali

freudLa psicanalisi si sviluppa contemporaneamente in due continenti: Europa ed America. Freud ne è il vero scopritore e fondatore. Inizialmente praticò l’ipnosi, ma poi scopri’ che con questo metodo i sintomi, pur cessando per un certo periodo di tempo, riapparivano dato che il paziente non era cosciente. Quindi Freud pensò di far ricordare davvero il momento che aveva causato il sintomo al paziente, introducendo la psicanalisi. Inizialmente Freud partì dal metodo catartico che consisteva nel provocare una scarica emotiva in grado di liberare il paziente dai suoi disturbi, ma poi arrivo’ alla scoperta che la causa della nevrosi consisteva nel conflitto tra forze psichiche inconsce e che i disturbi non derivavano dagli organi, ma dalla psiche. Fu proprio la scoperta dello inconscio che segno’ la nascita della psicanalisi. All’inizio la psicanalisi suscito’ molti pregiudizi in quanto Freud aveva sottolineato il fattore sessuale. Tra i pregiudizi più’ comuni ci furono:

· La psicanalisi aveva dato troppa importanza al sesso.

· La psicanalisi venne paragonata ad un metodo di suggestione che fornisce al paziente un sistema di teorie e che lo costringe ad accettarequalcosa che egli stesso non vede.

Molti psicanalisti in passato hanno lavorato con terapie suggestive che pero’ hanno in seguito rifiutato. La psicanalisi infatti cercava di fare uscire il paziente da un ruolo passivo e di metterlo in grado di condurre un’esistenza autonoma. Lo psicanalista non doveva imporre interpretazioni, ma doveva condurre il paziente a comprendere se stesso; doveva ascoltare i conflitti ed i problemi coscienti e tenerne conto, ma non per esaudire il desiderio del paziente dandogli consigli ed indicazioni.Infatti la Psicanalisi non doveva risolvere i problemi di un nevrotico con consigli o con il ragionamento cosciente. I pazienti desideravano un consiglio autoritario solo per poter allontanare da se stessi le responsabilità’; ma la psicanalisi cercava di controllare i disturbi della psiche partendo dallo inconscio e non dalla coscienza. Comunque, il trattamento cominciava lo stesso dai contenuti della coscienza attraverso l’anamnesi. L’analista cercava di portare alla luce l’inconscio attraverso il metodo delle associazioni libere,introdotto da Freud, che consisteva nel rilassamento del paziente in modo da renderlo in grado di abbandonarsi al corso dei propri pensieri, collegando le parole pronunciate con il materiale rimosso che si voleva riportare alla luce. Anche l’interpretazione dei sogni era importante: Freud riteneva infatti che i sogni fossero l’appagamento di un desiderio e che fossero il mezzo per accedere all’inconscio. Nel sogno distinse un CONTENUTO MANIFESTO che rappresentava la scena onirica cosi’ come era vissuta dal paziente;ed un CONTENUTO LATENTE che comprendeva l’insieme delle cause che danno luogo alla scena onirica. I sogni non manifestano direttamente i desideri, perche’ sono desideri non accettati dal paziente che passano sotto l’azione della “censura”. Quindi l’interpretazione consisteva proprio nel ripercorrere a ritroso il sogno dal contenuto manifesto a quello latente. Freud introdusse il PRINCIPIO DI CONDENSAZIONE che consisteva in una fusione di due immagini, cioè un immagine veniva sostituita ad un’altra; ed il PRINCIPIO DI SPOSTAMENTO, cioè quando veniva inserito un elemento in una scena completamente diversa. Per Jung i sogni avevano significati simbolici; ogni simbolo aveva più significati e non rappresentavano necessariamente realizzazioni infantili di desideri.Per Jung, quindi, il sogno era una rappresentazione della situazione psicologica attuale del paziente, ma anche una rappresentazione dei simboli della mitologia e delle religioni.Un altro punto di scontro tra Freud e Jung fu a proposito dell’inconscio.Infatti Freud parla di INCONSCIO PERSONALE che è identificato con il rimorso infantile.

jungPer Jung, invece, al di la’ dell’inconscio personale, esiste un INCONSCIO COLLETTIVO che unisce le immagini primordiali della psiche, frutto della ripetizione di situazioni identiche.L’inconscio collettivo è quindi la massa ereditaria spirituale che rappresenta lo sviluppo dell’umanità’, ma che rinasce ogni volta in ogni individuo.Jung inoltre afferma che la personalità dipende in buona parte dalla società e dal costume, i quali creano una vera e propria maschera, con la quale la gente rappresenta se stessa per convenienza. Dietro questa maschera si nasconde una vita privata; ma molto spesso accade che la gente creda di essere davvero ciò’ che rappresenta. Jung definisce ARCHETIPI le immagini primordiali, cioè’ forme universali, ereditarie ed uguali per tutti. Ma il mito non è l’archetipo stesso, bensì’ il prodotto del suo operare.L’archetipo è costellato da MANDALA che sono simboli del centro, della meta e del se’ come totalità’ psichica.I mandala sono rappresentati dal cerchio e dalla disposizione simmetrica del numero 4 e dei suoi multipli.I mandala non si diffusero solo in Oriente, ma anche in Europa durante il Medioevo; di solito erano rappresentati da Cristo nel centro con quattro evangelisti con i loro simboli ai quattro punti cardinali.I mandala sorgono in situazioni caratterizzate da disorientamenti e perplessità’.L’archetipo rappresenta lo schema ordinatore che si sovrappone al CAOS PSICHICO, cioè allo stato di disordine ed elevata conflittualità interiore in cui può presentarsi la personalità nevrotica.Lo scopo della psicanalisi era soprattutto superare le nevrosi e l’isteria.Inizialmente si pensava che questi sintomi derivavano da un trauma o da uno shock sessuale subito durante l’infanzia.Questa teoria fu pero’ abbandonata in quanto molti pazienti dichiaravano di aver subito un tale trauma, anche se questo non era vero.Freud allora scopri’ che la nevrosi derivava da una fissazione ad un determinato periodo dell’infanzia.Cerco’ anche di classificare le nevrosi in corrispondenza dello stadio dello sviluppo infantile in cui si era verificata la fissazione.Il nevrotico quindi dipendeva completamente dal suo passato infantile e tutte le difficoltà’ incontrate nella vita ed i conflitti morali derivavano dall’influenza di quel periodo.Secondo Freud, infatti, esistevano nell’inconscio numerose fantasie che risalivano all’infanzia e si raggruppavano intorno al COMPLESSO NUCLEARE che negli uomini prese il nome di COMPLESSO DI EDIPO e nelle donne di COMPLESSO DI ELETTRA.Il complesso di Edipo prese il nome dalla mitica vicenda del personaggio greco, destinato dal Fato a sposare la madre e ad uccidere il padre; mentre il complesso di Elettra deriva, appunto, dal mito di Elettra che si era vendicata della madre Clitennestra per l’uccisione del padre.Entrambi consistono nell’attaccamento libidico verso il genitore di sesso opposto ed in un atteggiamento ambivalente ( identificazione – gelosia ) verso il genitore dello stesso sesso. Questo complesso è proprio un insieme organizzato di ricordi, fantasie e pensieri carichi di significati emotivi di cui spesso il soggetto non è consapevole; è quindi una struttura portante della personalità, determinante per lo sviluppo dell’individuo.Ma, per Jung, Freud non era riuscito a spiegare la causa della fissazione.A volte la fissazione si genera proprio nell’ambito di questi complessi, ma altre volte derivava da un momento critico in cui nasceva l’esigenza di un nuovo atteggiamento psicologico, cioè’ di un nuovo adattamento.Quindi per Jung la nevrosi non andava attribuita solo ad una predisposizione della prima infanzia, ma anche a cause manifestatesi nel presente.Inoltre Jung voleva liberare la psicanalisi dalla concezione esclusivamente sessuale.Infatti Freud aveva cercato di conciliare il metodo delle psicanalisi con la sua teoria sessuale a cui Jung assegnò un valore dogmatico, perchè secondo lui Freud non aveva dato nessuna spiegazione o dimostrazione.Fu proprio questo che porto’ alla rottura tra Freud e Jung, perché’ per quest’ultimo dogma e scienza erano inconciliabili, in quanto il dogma aveva solo valore religioso perché’ rappresentava un punto di vista assoluto; mentre la scienza per progredire aveva bisogno del dubbio.Jung sostituì’ la concezione freudiana sessuale con una CONCEZIONE ENERGETICA- SPIRITUALE.Infatti, secondo lui, tutti i fenomeni psicologici potevano essere considerati come manifestazione di energia, percepita soggettivamente come aspirazione e desiderio.Questa energia prese il nome di LIBIDO che può’ essere paragonata allo SLANCIO VITALE di Bergson che consisteva in un’energia vitale che spinge la vita, ma che non esclude il libero arbitrio dell’uomo che può’ scegliere una strada da percorrere, lasciando pero’ dietro di se’ una scia di frammenti di vita.Infatti gli uomini sono dei dissipatori della vita, a differenza della natura che non è costretta a scegliere sviluppandosi su una linea. Lo slancio vitale è una forza inesauribile, è un’attività libera ed una forza creatrice spontanea che genera tutti i momenti del reale.Riprendendo il concetto di libido di Jung, abbiamo che la prima manifestazione di questa energia nel bambino consiste nella pulsione alla nutrizione; questo processo prosegue fino all’età adulta. Ma quando l’uomo incontra un ostacolo insormontabile che rinuncia a superare, la libido regredisce e viene meno al compito di adattamento.Quando un paziente presenta una convinzione morbosa od un atteggiamento esagerato, significa che in quel caso c’è troppa libido e che questa eccedenza è stata sottratta da qualche altro punto, dove di conseguenza c’è una carenza. Il compito della psicanalisi è proprio quello di individuare i punti in cui c’è carenza di libido ed equilibrare la sproporzione. Quando invece si riscontra in un paziente mancanza di libido, il compito della psicanalisi diventa quello di trovare il punto nascosto dove si cela la libido e che è inaccessibile fino al paziente: questo luogo è proprio l’inconscio. Per Freud la libido è un bisogno esclusivamente sessuale che si sviluppa sin dall’infanzia. Freud distingue, infatti, tre fasi:

· ORALE: che caratterizza i primi mesi di vita ed ha come zona erogena la bocca, connessa alla prima attività del bambino che consiste nel poppare.

· ANALE: che va da un anno e mezzo a tre anni ed ha come zona erogena l’ano; il bambino prova piacere nell’emettere le feci.

· GENITALE: ha come zona erogena l’apparato genitale e si articola in due sottofasi: quella “fallica” e quella “genitale in senso stretto”.

– Fase Fallica: la scoperta del pene costituisce oggetto di attrazione sia per il bambino sia per la bambina, entrambi i quali soffrono di un complesso di castrazione ( il primo perchè teme di essere evirato; la seconda perchè prova invidia).

– Fase Genitale in senso stretto: dove cominciano le vere e proprie pulsioni sessuali.

Anche Jung crede in una sessualità infantile, ma critica Freud perchè definisce sessuali anche fenomeni della prima infanzia, come il poppare. Infatti, secondo Jung, questi fenomeni hanno una natura biologica e funzione nutritiva. Jung distingue la vita umana in tre fasi:

· PRIMA FASE: che comprende i primi anni di vita e che viene definita “stadio presessuale” che corrisponde allo stadio di larva della farfalla ed è caratterizzato quasi esclusivamente dalla funzione della nutrizione e della crescita.

· SECONDA FASE: che comprende gli anni successivi all’infanzia fino alla pubertà e viene definita ” prepubertà”. Consiste nello sviluppo della sessualità.

· TERZA FASE: che comprende l’età adulta dalla pubertà in avanti e viene definita ” maturità”.

Il problema è definire il limite cronologico della prima fase. Si può dire che cade tra il terzoe il quinto anno di vita, ma è comunque soggetto a variazioni. In queste età il bambino raggiunge una certa indipendenza in quanto smette di poppare; inoltre comincia a definire la propria personalità e cominciano a svilupparsi i primi segni che possono essere definiti sessuali, anche se sono ancora caratterizzati dall’ingenuità e dall’innocenza infantile. Secondo Freud la sessualità si sviluppa nel bambino con minore intensità e quindi anche la libido è meno forte. Ma per Jung la libido è costituita da diverse energie che si manifestano con la stessa intensità sia nel bambino che nell’adulto, in quanto quello che cambia tra l’infanzia e la maturità non è l’intensità, ma la localizzazione della libido.La libido, quindi, nel bambino non provvede a funzioni sessuali, ma a funzioni di natura fisica come la nutrizione. Proprio per questo motivo non bisogna più definire la libido in senso sessuale, ma considerarla come “concezione energetica spirituale”. Lo stesso Freud si rese conto di aver dato una concezione troppo ristretta della libido quando si occupò del caso Schreber, un caso di “demenza precoce” (l’attuale schizofrenia) che consiste in un distacco sempre più marcato dalla realtà e nella comparsa di atteggiamenti imprevedibili ed eccentrici. Lo schizofrenico si rinchiude completamente in se stesso, costruendosi un mondo di allucinazioni e compromettendo ogni rapporto sociale. Proprio per questo il mondo onirico assume per il malato un valore di realtà maggiore della realtà esterna. Schreber, per esempio, aveva creato la rappresentazione di “fine del mondo”. La libido si è quindi ritirata dal mondo esterno per entrare nel mondo interiore dove deve creare una situazione equivalente alla realtà stessa. E la demenza precoce è proprio determinata dal ritiro della libido. Freud si chiese se questa schizofrenia derivasse solo dal ritiro dell’interesse erotico o dal ritiro dell’interesse in generale.Jung arriva alla conclusione che in questi malati non c’è traccia di adattamento psicologico e quindi non manca solo l’interesse erotico, ma l’interesse in generale, cioè l’adattamento alla realtà. Proprio per questo Jung parla di un’evoluzione della libido che dalla concezione sessuale passa ad essere definita come energia psichica. Questo si può notare dalla storia dell’evoluzione. Infatti il numero degli elementi produttivi che prima si basavano sulla casualità della fecondazione, si è andato riducendo a favore di una fecondazione e di una protezione della prole. Quindi l’energia destinata all’istinto di produzione si è trasformata in energia destinata all’attrazione e alla protezione della prole e quindi, all’amore stesso. Si è passati così da un’energia più caotica e casuale ad un’energia più organizzata, regolata e più selettiva. Nonostante questo, la libido non è concreta e conosciuta, ma può essere addirittura definita un’incognita, una pura ipotesi, un ‘entità convenzionale.La libido è quindi un’energia che si manifesta nel processo vitale e che viene percepita soggettivamente come aspirazione e desiderio. Nei molteplici fenomeni naturali, la libido si manifesta in diverse forme ed applicazioni. Nell’infanzia si sviluppa sotto forma di istinto di nutrizione che provvede alla crescita del corpo. Ed è proprio con la crescita del corpo che si aprono alla libido nuovi campi di applicazione. Tra questi abbiamo il campo della sessualità dove inizialmente si sviluppa sotto forma di istinto di procreazione e quindi come una libido “indifferenziata”. In seguito, però, si sviluppa una libido “differenziata” basata, come ho detto prima sull’attrazione e protezione della prole. Quindi la trasformazione della libido dalla forma originaria in attività secondaria avviene sotto forma di supplemento libidico, cioè la sessualità viene privata della sua determinazione originaria ed impiegata in nuova attività come il corteggiamento.Lo spostamento della libido dal campo sessuale a funzioni secondarie prende il nome di SUBLIMAZIONE. Per mezzo di questo fenomeno l’istinto viene appagato conservando intatta la propria energia. Sicuramente una parte della “libido di fame” si deve trasformare in “libido sessuale”. Questo trasferimento non avviene all’improvviso nella pubertà, ma si sviluppa gradualmente nell’infanzia.In questo stadio di transizione Jung distingue due epoche: l’epoca del succhiare e l’epoca dell’attività ritmica spostata.

· L’EPOCA DEL SUCCHIARE: rientra nell’ambito della funzione nutritiva, ma poi supera questa situazione perchè diventa un’attività ritmica con l’obiettivo finale del piacere e dell’appagamento senza l’assunzione del nutrimento.

· L’EPOCA DELL’ATTIVITA’ RITMICA SPOSTATA: prendono importanza nuovi organi, inizialmente la mano, poi la cute, fino ad arrivare alle zone sessuali.

Ogni volta che la libido incontra un ostacolo lungo il processo di adattamento alla realtà, si verifica un accumulo che provoca un maggiore sforzo per superare l’ostacolo. Ma se l’ostacolo sembra insormontabile e l’uomo rinuncia a superarlo, la libido regredisce e ricade in uno stadio antecedente e quindi più primitivo. Esempi di regressione si ritrovano nei casi di nevrosi.La libido, in questi casi, essendo distorta dal compito di adattamento, ritorna a controllare la funzione nutritiva, provocando disturbi digestivi.Oppure cerca di riattivare ricordi del lontano passato, tra i quali l’immagine dei genitori e lo stesso complesso edipico di cui ho parlato prima. La nevrosi quindi deriva dal fallimento della libido, cioè dal fallito tentativo di adattamento. Però, mentre una parte della libido rimane a uno stato preliminare, lo sviluppo dell’individuo prosegue; proprio per questo aumentano le discordanze tra una continua attività infantile e le esigenze dell’età più avanzata. Questo processo provoca la “dissociazione della personalità”, cioè il conflitto che è il vero e proprio fondamento della nevrosi.Maggiore è la libido impiegata in modo regressivo, maggiore è il conflitto. Tra le cose che avevano grande importanza nell’età infantile ci sono i genitori, ma Jung preferisce parlare di IMAGO del padre e della madre perchè nelle fantasie dei malati non compaiono più i veri genitori, ma immagini soggettive e spesso deformate.Se e quando l’ostacolo viene superato tutte queste fantasie infantili crollano.Comunque, sia per Freud che per Jung, la libido è ENERGIA, che può assumere diverse forme e può subire trasformazioni. La libido per Freud è energia sessuale , mentre per Jung, è energia spirituale. Secondo Fechner, uno psicologo e naturalista, un sistema continua a mutare finchè non raggiunge la stabilità. Inoltre afferma che una qualsiasi eccitazione psicofisica che supera la soglia della coscienza è investita dal piacere quando si avvicina alla stabilità, mentre è investita dal dolore quando se ne allontana. A questo psicologo si rifece lo stesso Freud che annunciò che lo scopo di un esistenza psicofisica e quindi dell’organismo consiste nel mantenere ad un basso livello la tensione, ed anche nell’eliminarla del tutto.Per Freud la libido può essere sublimata, cioè quando l’energia sessuale viene trasformata in altri tipi di energia, oppure può essere mantenuta ordinata secondo il principio di realtà cioè quando le pulsioni psichiche imparano a sostituire il principio di piacere con una sua modificazione, perchè il compito di evitare dispiacere si pone quasi nello stesso piano di quello del conseguimento del piacere. Quindi rinunciano al soddisfacimento immediato e , così “educate”, non si lasciano più dominare dal principio del piacere, ma dalla realtà circostante.La libido però, sempre secondo Freud, può anche realizzarsi assecondando disordinatamente e spontaneamente il “principio del piacere”, in quanto secondo lui lo scopo dell’uomo è il conseguimento del piacere e l’intera attività psichica è regolata da questo principio. Il piacere è legato alla diminuzione ed all’estinzione delle quantità di stimoli che operano nell’apparato psichico, mentre il dispiacere è legato ad un suo aumento, per quanto riguarda le pulsioni sessuali, queste operano per raggiungere il piacere. Anche le altre funzioni mirano allo stesso scopo, ma sono anche condizionate dalla necessità. Invece per Jung la libido può subire trasformazione ed elaborazioni simboliche disordinate attraverso le associazioni verbali che consistono nel far riferire tutti i pensieri che vengono in mente al paziente, senza discriminazioni o riserve, oppure attraverso i conflitti inconsci.La libido può subire anche trasformazioni ordinate attraverso gli archetipi dell’inconscio collettivo, che sono immagini primordiali appartenenti alla struttura ereditaria della psiche contenuta proprio nell’inconscio collettivo, che è formato da contenuti che rappresentano il deposito dei tipici modi di reagire dell’umanità, che non derivano da acquisizioni personali, ma dalla struttura ereditaria del cervello; oppure attraverso i Mandala, simboli del centro e del sè come totalità psichica.


Jung & Freud

Scritto da Pier Claudio Devescovi

Tratto da Diogene N° 15

All’origine dello storico scontro c’è un conflitto tra concezioni della conoscenza.
Le ambizioni del fondatore della psicoanalisi e l’indipendenza dello studioso elvetico sono premessa e sintomo al contempo di una rottura annunciata.

Cesare Musatti, curatore dell’Opera Omnia di Freud, afferma nella presentazione dell’edizione italiana del carteggio tra Freud e Jung: “Tutto avviene come in un dramma in cui dalle origini s’intraveda l’inevitabile catastrofe. Né si tratta di un’impressione che derivi al lettore dal fatto di conoscere preventivamente la conclusione. Scorrendo le lettere si ha la certezza che gli stessi protagonisti sapessero, in qualche modo da sempre, quello che doveva accadere”.
Il rapporto tra Freud e Jung e la loro separazione costituiscono un momento importante nella storia della psicoanalisi e ne segnano in parte lo sviluppo successivo. L’argomento è stato oggetto di molti studi che hanno affrontato i diversi aspetti di questa relazione.
I due uomini avevano un retroterra culturale e un modo di pensare molto diverso. Jung, al momento di incontrare Freud, aveva già sviluppato una sua concezione del funzionamento della psiche e aveva elaborato un suo metodo in maniera del tutto autonoma. Sono questi gli elementi che, a mio avviso, permettono a Musatti di parlare di una separazione annunciata.
Le idee e il metodo di Jung, profondamente radicate nella cultura umanistica, avevano preso forma già durante gli anni dell’università a Basilea (1895-1900) trovando una prima e più organica sistemazione nella tesi di dottorato dal titolo Psicologia e patologia dei cosiddetti fenomeni occulti, che egli aveva discusso a Zurigo, presso la clinica psichiatrica Burghölzli, il 27 aprile 1902 e che era stata pubblicata a Lipsia nell’autunno dello stesso anno.
Nel 1895 Jung si era iscritto alla facoltà di medicina dell’Università di Basilea, il 18 maggio dello stesso anno venne ammesso all’associazione universitaria della Zofingia. Vi era l’abitudine che i membri della Zofingia si riunissero quasi settimanalmente per discutere temi di loro particolare interesse. Durante gli anni nei quali partecipò attivamente alla Zofingia, dal 1895 al 1900, Jung presentò quattro conferenze, pubblicate per la prima volta nel 1983. Durante le riunioni veniva tenuto un verbale con una sintesi della conferenza presentata e con gli interventi dei partecipanti; questi manoscritti sono conservati all’archivio di Stato della città di Basilea.
Scorrendo i verbali delle discussioni della Zofingia possiamo farci un’idea abbastanza precisa di quale fosse il clima culturale di Basilea durante gli anni della formazione di Jung e cogliere dai suoi interventi, oltre che dalle conferenze presentate, le idee che si formavano nella sua mente. Bisogna ricordare che a Basilea e nella sua università i valori dominanti appartenevano a quella cultura legata alla tradizione umanistica e rinascimentale che traeva le sue origini da Erasmo da Rotterdam, proseguita dal grande storico del rinascimento Jakob Burckhardt, che aveva tenuto la cattedra per trentacinque anni influenzandone il clima culturale. Burckhardt era ben conosciuto da Jung a causa dell’amicizia che lo legava ad Albert Oeri, pronipote dello storico, e a suo padre, Jakob Burckhardt, curatore di due opere postume del grande zio.
Il 28 novembre 1896 Jung presentò la sua prima conferenza alla Zofingia dal titolo Sulle zone di confine della scienza esatta, nel quale attaccò il materialismo definendolo un assurdo colosso dai piedi d’argilla, criticando Du Bois-Reymond, esponente di primo piano della Società Fisica di Berlino. Questa società fu, tramite Brücke, l’antecedente diretto della Scuola di Vienna che aveva rappresentato per Freud un importante momento di formazione e di contatto con le idee berlinesi, attraverso l’insegnamento di Brücke stesso e quello di Meynert. Successivamente Freud se ne era allontanato superandone l’impostazione esclusivamente neurofisiologica e allargando lo sguardo all’inconscio come dimensione significante.

freudjung

La scoperta dell’anima
Nella seconda conferenza, presentata il 15 maggio 1897 con il titolo “Alcuni pensieri sulla psicologia”, Jung affermava che era necessario postulare l’esistenza di un principio più o meno equivalente alla forza vitale dell’antica fisiologia e proponeva di chiamare “anima” questo principio e di definirlo come “un’intelligenza indipendente dallo spazio e dal tempo”. Questa può essere considerata la sua prima definizione di inconscio, un soggetto trascendentale ma criticamente indagabile nelle sue manifestazioni fenomeniche dalla psicologia empirica.
Appare evidente come la nozione di anima sia di derivazione kantiana; in Jung però essa è posta non come soggetto trascendentale ordinatore dell’esperienza, come era per Kant, ma anche come oggetto dell’osservazione. Il discorso kantiano appare allora modificato. Jung stesso, nella conferenza successiva del semestre estivo 1898 dal titolo Pensieri su essenza e valore della ricerca speculativa, affermava: “Sono ben consapevole che quanto qui sviluppato sia una visione alquanto nuova della (kantiana) deduzione della cosa in sé. Mi sembra però che questa sia l’unica concezione giusta e veramente universale del problema gnoseologico”.
In questo quadro, alla psicologia empirica è assegnato il compito di osservare e approfondire i fenomeni che giustificano la definizione dell’anima come indipendente dallo spazio e dal tempo. Fra questi l’ipnotismo, il sonnambulismo, i fenomeni telepatici e la chiaroveggenza. La sua tesi di dottorato sui fenomeni occulti sarà in effetti una ricerca in questa direzione.
Dall’analisi di questi fenomeni cosiddetti occulti, considerati esempi dell’indipendenza dell’anima dallo spazio e dal tempo, Jung costruisce una concezione dell’inconscio diversa da quella che stava elaborando negli stessi anni Freud a Vienna. Per Jung l’inconscio non coincide semplicemente con i contenuti rimossi della coscienza, idea che anche Freud condividerà a partire dal 1915 con il saggio Metapsicologia, ed è inoltre considerato come matrice dell’evoluzione della personalità. Si osserva qui un primo tentativo di formulazione del concetto del Sé, uno dei concetti centrali della teorizzazione junghiana.
Nei manoscritti della Zofingia troviamo, fra l’altro, una nota interessante; nel dibattito seguito alla conferenza dello studente Grote sul sonno, del 4 febbraio 1899, Jung dà una definizione del sogno che ci lascia un po’ sorpresi: “Nel sogno noi siamo il nostro desiderio, siamo contemporaneamente diversi attori”. La sorpresa deriva dalla forte somiglianza con la definizione di Freud del sogno come realizzazione allucinatoria del desiderio, contenuta ne L’interpretazione dei sogni, pubblicata nel 1900. È probabile che anche questo aspetto abbia contribuito a far dire a Jung nell’autobiografia: “Nel 1903 ripresi in mano L’interpretazione dei sogni e scoprii che combaciava con le mie idee”.
Dopo il suo arrivo al Burghölzli di Zurigo, nel dicembre 1900, Jung entrò in contatto con le idee di Freud, anche su suggerimento del direttore, Eugen Bleuler, che aveva da tempo introdotto la psicoanalisi nelle discussioni fra i medici della clinica. Jung era rimasto attratto dalle idee freudiane, considerandole un metodo di analisi dell’inconscio e dei nessi psicologici delle nevrosi che poteva unirsi al suo metodo associativo dando maggiore profondità alla conoscenza del funzionamento psichico. Nell’aprile del 1906 inviò a Freud una copia del suo lavoro Studi diagnostici sull’associazione sperando in una collaborazione e ottenne una risposta positiva. Da parte sua Freud si sentiva il fondatore di una nuova disciplina, nel 1914 dirà: “La psicoanalisi è una mia creazione”. Con queste differenti aspettative Freud e Jung iniziarono il loro rapporto.

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Non svelare ma scoprire
Negli anni successivi alla tesi di dottorato Jung dedicò molto tempo e molte energie agli esperimenti di associazione. Questa tecnica, elaborata da Francis Galton, consisteva nel suggerire al paziente determinate parole invitandolo a indicare le associazioni mentali suscitate, con la massima velocità possibile in modo da escludere la possibilità di una riflessione razionale.
Jung aggiunse a questa pratica un aspetto originale individuando il valore diagnostico dei disturbi nel processo associativo. Diventava allora importante non solo l’analisi dei tempi di reazione allo stimolo associativo ma anche il modo in cui i fattori endopsichici interferivano con l’esperimento. A questi fattori Jung dette il nome di “complessi a tonalità affettiva”. “Lo sfondo della nostra coscienza (ovvero l’Inconscio) consiste di complessi siffatti e tutto il materiale accumulato nella memoria si dispone attorno a essi”. La concezione complessuale della psiche è così importante nel pensiero di Jung che, dopo la sua separazione da Freud, chiamò la sua costruzione “psicologia complessa” prima della definizione, entrata poi nell’uso, di psicologia analitica. La psiche è concepita come un insieme di complessi e di polarità che coesistono e il metodo non è tanto quello del “prosciugamento dello Zuidersee” della metafora freudiana, quanto piuttosto quello di mettere in relazione le varie componenti della psiche, considerate tutte importanti e ineliminabili.
Nella diversa concezione dell’eziologia e dei meccanismi patogeni dell’isteria troviamo anche un diverso modo di intendere il meccanismo della rimozione. Mentre per Freud la rimozione determina una scissione fra gli affetti, ossia i contenuti passionali dell’inconscio, e le rappresentazioni, ossia le razionalizzazioni della coscienza consapevole, per Jung questa distinzione non si pone. Il rimosso non è ciò che va svelato analizzando le dissimulazioni della coscienza, ma ciò che va più semplicemente scoperto: consiste in contenuti complessuali, idee e tonalità affettive, che risiedendo negli stati più profondi dell’anima devono solo essere portati alla luce. Jung analizza questi meccanismi inserendoli in un modello di sviluppo della coscienza, piuttosto che in un modello di tensioni pulsionali come aveva fatto Freud.

Archetipi a priori dall’esperienza
Il 7 gennaio 1899 Jung aveva presentato la sua ultima conferenza alla Zofingia dal titolo Pensieri sulla concezione del cristianesimo in riferimento alla dottrina di Albrecht Ritschl. In essa, oltre a sottolineare il problema del rapporto fra Dio, il male e la libertà umana, è posta in evidenza l’importanza della mitologia sia nell’affrontare i temi religiosi che la comprensione della psiche.
In una lettera a Freud del 14 novembre 1911 Jung, facendo un raffronto sul metodo, afferma: “Io devo sempre procedere, lei lo sa, dall’esterno all’interno e passare dal generale al particolare”. Ciò che Jung intende con questo è che egli leggeva la realtà attraverso delle forme a priori, di derivazione kantiana, e lo studio della mitologia diveniva allora importante perché aiutava a rivelare la mappa delle forme a priori e assumeva un significato diverso da quello che aveva nel pensiero e nel metodo freudiani. Le forme a priori assumeranno la definizione dapprima di ur-bilden (immagini primordiali), di diretta derivazione da Burckhardt, poi quella più conosciuta di archetipi.
Oltre a questo, un altro importante concetto di derivazione burckhardtiana caratterizza il suo metodo e lo differenzia fortemente da Freud e cioè l’introduzione del senso della storia come idea di sviluppo della psiche che evidenzia maggiormente le radici umanistiche del suo pensiero. Nella prefazione alla terza edizione di Simboli della trasformazione dirà: “La psiche non è un dato immutabile ma è il prodotto della sua evoluzione incessante”. Egli ne parla esplicitamente in una lettera a Freud del 1909: “Ho sempre più l’impressione che una comprensione totale della psiche (nella misura in cui è possibile) si ottenga mediante la storia, ossia con l’aiuto della storia”.
Sono questi, in estrema sintesi, gli aspetti più importanti e originali del pensiero di Jung quando egli si avvicinò a Freud. Durante gli anni della loro collaborazione i vari aspetti, politici, transferali e professionali si sono sviluppati attorno a questa situazione di fondo. Il sentimento di realizzare un destino di fondatore era estremamente forte in Freud e questo lo rendeva totalmente disponibile verso un successore che proseguisse la sua opera, ma non lasciava spazio a una pluralità di idee fondanti né all’ipotesi di una co-fondazione che, invece, era il sentimento con cui Jung si era avvicinato a lui. Queste idee, se pur parzialmente dissonanti, vennero vissute piuttosto come espressione di un atteggiamento scismatico che, come tale, suscitava rancore ed amarezza.
Il loro incontro, oltre al tratto di strada fatto assieme, fu anche lo scontro fra due personalità, entrambe forti, con un retroterra culturale molto diverso. Con gli occhi di oggi sembra più un problema fra due persone che fra due modi di intendere la psiche; oggi noi viviamo in un mondo in cui coesistono paradigmi diversi e dove è meno sentito il bisogno di una strenua difesa della propria “vera” verità.


Schizzi su Jones

Ernest_Jones

Perché non scrive un libro sui sogni?

Dal biografo Brome sappiamo cosa disse Freud a Jones nel corso del loro primo incontro in occasione del Congresso Internazionale di Psicoanalisi a Salzburg nel 1908: Ciò di cui abbiamo più bisogno è un libro sui sogni in inglese, perché non lo scrive Lei? Quel libro l’alter ego di Freud non lo scrisse. In compenso Jones pubblicò, nel 1931, una Psicoanalisi dell’incubo nella quale espone la sua teoria sessuale dell’incubo, trattando di diavolo, vampiri, lupi mannari, streghe, e discute in modo approfondito (circa cento pagine) l’etimologia del termine inglese per incubo, nightmare.

Cosa dobbiamo aspettarci dalla psicoanalisi?

Secondo Jones il compito della psicoanalisi è quello di mettere in grado gli esseri umani di potersi servire dell’inconscio allo stesso modo in cui ci si serve della coscienza. Ciò segnerà l’avvento di una nuova era. Di tutt’altro tenore la previsione di Jekels.

Nella lettera inviata a Freud il 30 luglio 1912 Jones scrive del suggerimento di Ferenczi di formare un piccolo gruppo analizzato da Freud allo scopo di rappresentare (e difendere) la teoria psicoanalitica in modo puro e non contaminato da complessi personali. A Jones l’idea piace molto. Si tratta qui del preludio alla creazione del Comitato Segreto. Nella sua risposta Freud lascia intendere che un’idea del genere egli stesso l’aveva coltivata al tempo in cui ancora credeva in Jung (Jung avrebbe insomma dovuto raccogliere intorno a sé i difensori della causa psicoanalitica). Nel 1912, però, Jung è fuori dai giochi della psicoanalisi.

Cos’è l’afanisi?

Un interessante contributo di Jones è rappresentato da questo termine derivato dal greco e che significa “sparizione”, “scomparsa”. Jones intende la scomparsa del desiderio sessuale. L’afanisi costituirebbe un timore fondamentale negli uomini e nelle donne, più della stessa castrazione.

Reich su Jones:

Era un inglese molto frustrato e odiava il modo in cui vivevo. Così, a giudicare dagli avvenimenti di Lucerna, molto probabilmente ha sobillato Freud contro di me. Pensava che io fossi uno psicopatico. Gli analisti non distinguono i sani dai malati. Così, per loro, ero psicopatico.


Jung e Reich: il corpo come ombra

di John P. Conger

“Per l’uomo il corpo costituisce un problema che non è stato spiegato. Non solo il suo corpo gli è ‘estraneo’, ma anche il suo paesaggio interiore, i ricordi, i sogni e le parti più profonde, il Sé, gli sono estranei”.

(E. Becker, Il diniego della morte)

Letteralmente parlando, l’Ombra è la parte repressa dell’Ego e rappresenta quello che non siamo capaci di riconoscere di noi stessi. Il corpo che si nasconde sotto gli abiti spesso esprime in modo manifesto quello che neghiamo a livello conscio. Nell’immagine che noi diamo agli altri, spesso non vogliamo mostrare la nostra rabbia, l’ansia, la tristezza, le costrizioni, le depressioni o i nostri bisogni. Fin dal 1912 Jung scriveva: “Bisogna ammettere che il rilievo dato dal Cristianesimo alla spiritualità porta inevitabilmente a una intollerabile svalutazione dell’aspetto fisico dell’uomo, producendo così una sorta di caricatura ottimistica della natura umana” (1).

Nel 1935 Jung tenne una conferenza in Inghilterra sulle sue teorie generali e, di sfuggita, indicò come il corpo potesse sostenere l’Ombra: “A noi non piace guardare la nostra Ombra, tuttavia ci sono molte persone nella nostra società civilizzata che hanno completamente smarrito la propria Ombra, la loro terza dimensione, e con essa, solitamente, anche il senso del corpo. Il corpo è il più dubbio degli amici, perché produce cose che non ci piacciono: ci sono troppe cose sulla personificazione di quest’Ombra dell’Ego. Talvolta forma lo ‘scheletro nell’armadio’ e naturalmente tutti vorrebbero liberarsene” (2).

In verità il corpo è l’Ombra, nella misura in cui contiene la storia tragica di come il rifluire spontaneo dell’energia vitale viene assassinato e respinto in centinaia di modi, fino a quando il corpo di- venta un oggetto morto. Una vita super razionalizzata, si realizza a spese della vitalità primitiva e naturale.

Coloro che riescono a leggere il corpo, vedono che sa trattenere il ricordo della nostra parte rifiutata, rivelando quello che non osiamo dire, esprimendo le paure passate e presenti. Il corpo come Ombra è soprattutto il corpo inteso come “carattere”, come energia trattenuta, non riconosciuta, non disponibile e inutilizzata.

Sebbene Jung fosse alto, vibrante e con una grossa fisicità, in realtà disse veramente poco del corpo. Quando costruì la sua torre a Bollingen, ritornò a vivere in modo primitivo, pompando l’acqua dal pozzo e tagliando la legna. La sua fisicità, la sua spontaneità e il suo fascino indicavano che si sentiva a proprio agio nel suo corpo e ciò era fonte di benessere.

Ci sono delle dichiarazioni marginali di Jung che mostrano un atteggiamento verso il corpo che è simile -anche se più distaccato e metaforico- a quello di Reich. Reich, che ci insegnò a osservare e a lavorare con il corpo, era diretto e concreto. Vide la mente e il corpo come “funzionalmente identiche” (3). Reich lavorò con la psiche come espressione del corpo e fornì una brillante alternativa e un antidoto ai sofisticati psicoanalisti di Vienna che, per- lomeno nei primi tempi, non erano consapevoli della capacità espressiva del corpo. La natura di Reich era intensa, in qualche modo rigida, senza molta tolleranza verso il gioco letterario e metafisico della mente. Era uno scienziato radicato in quello che poteva vedere, con una impaziente predisposizione a liquidare tutto il resto come ‘mistico’, una categoria che ben presto adottò nei confronti di Jung quando entrò nel circolo di Freud agli inizi degli anni Venti. Più tardi, in Etere, Dio e il Diavolo (1949), Reich scrisse: “L’identità funzionale come principio di ricerca del funzionalismo orgonomico è espressa al meglio nell’unità tra psiche e soma, di emozione ed eccitazione, di sensazione e stimolo. Questa unità o identità come principio base di vita esclude una volta per tutte qualsiasi trascendenza, o anche autonomia delle emozioni” (4).

D’altro lato, Jung fu influenzato da Kant, e dalla sua teoria della conoscenza: in questo modo Jung studiò la psiche in modo empirico, senza avere mai la pretesa di essere entrato in possesso dellaverità (reality). “La maggior parte della gente non capisce il mio punto di vista empirico – confessò in una lettera a Upton Sinclair-. Io mi sto occupando di fenomeni psichici e non sono per niente coinvolto con l’ingenua e di norma irrisolvibile questione se una cosa è storicamente, cioè concretamente, vera o no” (5). Fu tuttavia inevitabile che la sua prudenza empirica condizionasse le sue poche affermazioni riguardanti la relazione tra corpo e mente. A Henry Murray scrisse: “Corpo e spirito sono per me puri aspetti della realtà della psiche. L’esperienza della psiche è la sola esperienza immediata. Il corpo è metafisico come lo spirito” (6). In un’altra lettera, circa vent’anni dopo, scrisse: “Sono personalmente convinto che la nostra mente corrisponde alla vita fisiologica del corpo, ma il modo con cui è collegata al corpo è per ovvie ragioni inconoscibile. Speculare su queste cose sconosciute è semplicemente una perdita di tempo” (7). Nel saggio Sulla natura della psiche, Jung scrisse: “Visto che la psiche e la materia sono contenute in un unico e medesimo mondo e, oltretutto, sono in continuo contatto l’una con l’altra, alla fine poggiano su fattori trascendenti non rappresentabili, perciò non è solo possibile, ma molto probabile che anche la psiche e la materia siano due differenti aspetti della stessa cosa” (8).

Nonostante ci siano stati sorprendenti e frequenti punti d’accordo tra Reich e Jung, i due affrontarono il loro lavoro in modo radicalmente diverso.

L’Ombra, ovvero il corpo corazzato

Con le irrisolvibili differenze di stile e di atteggiamento che si rilevano, l’unificare questi due si- stemi è un esercizio impensabile e che incute un riverente timore. Ironicamente, l’unificazione può realizzarsi attraverso la mediazione teoretica di Freud. Reich e Jung non si parlavano né comunicavano tra loro. Soltanto alcuni sporadici commenti ci indicano che Reich conosceva l’esistenza di Jung, e che questa sua conoscenza si basasse su valu- tazioni superficiali. D’altro canto, non c’è nessuna menzione di Reich negli scritti di Jung, ma entrambi ritornano più volte a comparare i loro concetti con i principi di Freud. In questo modo inaspettato, è possibile stabilire una relazione incrociata tra il pensiero di Reich e quello di Jung. In uno scritto del 1939, Jung paragonava l’Ombra al concetto di inconscio di Freud.

“L’Ombra -egli disse- coincide con l’inconscio personale (che corrisponde al concetto di Freud dell’inconscio)” (9). Nella prefazione della terza edizione della Psicologia di massa del fascismo, che scrisse nell’ago- sto del 1942, Reich disse che il suo ‘strato secondario’ corrispondeva all’inconscio di Freud. Reich spiegò che il fascismo emerge dal secondo strato della struttura del carattere (o sedimenti dello sviluppo sociale), che funzionano autonomamente. Lo strato superficiale dell’uomo medio, secondo Reich, è “riservato, educato, compassionevole, responsabile, coscienzioso. Ma lo strato super- ficiale della cooperazione sociale non è in contatto con il profondo nucleo biologico del Sé di ciascuno: è nato in un secondo e intermedio strato caratteriale che consiste esclusivamente di impulsi crudeli, sadici, lascivi, rapaci e invidiosi. Rappresenta l’inconscio di Freud o ‘quello che è represso'” (10). Dal momento che l’Ombra di Jung e lo strato secondario di Reich corrispondono en- trambi all’inconscio di Freud, possiamo riconoscere una corrispondenza di massima fra loro. Ri- flesso nel corpo, Reich vide lo strato secondario come contrazioni rigide e croniche dei muscoli e dei tessuti, una corazza di difesa contro l’assalto che viene dall’interno e dall’esterno, un modo di chiudere affinchè ci sia una riduzione del flusso di energia nel corpo afflitto.

Reich lavorò direttamente sullo strato corazzato del corpo, liberando in tal modo l’energia repressa. Il corpo come l’Ombra, si riferisce dunque all’aspetto corazzato del corpo.

E in “superficie”: la Persona

Nella fiaba di H.C. Andersen L’ombra, un’ombra riesce a distaccarsi dal suo padrone, un saggio (11). Il saggio si sentì abbastanza bene per lungo tempo, sviluppando una nuova e più modesta ombra. Alcuni anni più tardi, egli incontra la sua vecchia ombra che è diventata forte e imponente. Per potersi sposare con una pricipessa, l’ombra ha l’audacia di cercare di usare il suo vecchio padrone come se fosse la sua ombra.

Il saggio tenta di mostrare la propria ombra, ma l’ombra intelligente lo ha imprigionato convincendo la sua promessa sposa che la sua ombra è impazzita e così è in grado di sbarazzarsi dell’uo- mo che mette in pericolo il suo amore. La fiaba ci dice come gli aspetti oscuri e tetri dell’Ego possano coalizzarsi in modo imprevedibile e materializzarsi in modo così potente da dominare e ribal- tare il rapporto tra padrone e servo: una storia che dimostra quello che Reich avrebbe considerato lo sviluppo del ‘carattere corazzato’.

Nel senso più ristretto, dunque, il corpo come l’Ombra rappresenta il corpo come “corazza”, espressione di ciò che è represso dall’Ego. Possiamo anche intuire che il concetto di Persona di Jung corrisponde al ‘primo strato’ di Reich. “Nello strato superficiale della sua personalità -scrisse Reich- l’uomo medio è riservato, gentile, compassionevole, responsabile, coscienzioso” (12).

“La Persona -scrisse Jung- è un sistema complicato di rapporti tra la coscienza individuale e la società, che indossa abbastanza bene un tipo di maschera, disegnata da una parte per creare una ben definita impressione sugli altri e dall’altra parte per nascondere la vera natura dell’indivi- duo” (13).

Benchè la Persona di Jung funzioni in modo più complesso del “primo strato” di Reich, c’è una corrispondenza ragionevole tra i due sistemi. Jung vedeva la Persona come una parte equilibrante tra il Conscio e l’Inconscio, una sequenza di compensazioni. Tanto più l’uomo si presenta al mondo come ‘uomo forte’, quanto più all’interno è compensato dalla debolezza femminile. Tanto meno è conscio della parte femminile dentro di lui quanto più è probabile che un uomo proietti una figura primitiva dell’Anima nel mondo, e possa essere soggetto a paranoie, crisi, stati d’animo d’adattamento, isterismi. Reich tendeva a rifiutare lo strato superficiale come irrilevante, mentre Jung propendeva verso una interazione vitale tra la no- stra Maschera e la nostra vita interiore.

Per Reich, il modo per raggiungere lo strato più profondo dell’uomo era quello di sfidare lo ‘strato secondario’ dell’Ombra. La resistenza divenne per Reich una sorta di bandiera che delimitava l’a- rea della corazza, indicando il modo per poter penetrare nell’essenza dell’uomo. “In condizioni sociali favorevoli, in questo ‘centro’ l’uomo è essenzialmente onesto, industrioso, cooperativo, amorevole, ma se motivato è un animale capace di odiare razionalmente”. L’equivalenza tra il concetto di Ombra di Jung e il “secondo strato” di Reich è rudimentale ma for- temente esatta. Jung vedeva l’Ombra come una parte del nucleo della vita con all’interno della psi- che umana la natura dell’immagine di Dio. Il lato oscuro ci offre un ingresso possente nella vita che l’uomo spesso si nega. Mefistofele è in grado di ridare la giovinezza a Faust, ristabilendo il contatto con la natura e risvegliando il suo cuore. Mefistofele ha un fascino ironico, un’integrità percettibile. Non solo emerge come adorato nemico di Faust, ma come Doppio: il Sè immortale.

Fin dove può spingersi la terapia

Per Jung il valore di Hermes (Mercurio), qualche volta percepito come figura del Diavolo, consi- ste nella sua capacità di passare attraverso i confini che dividono la luce dal buio. Ma per Reich il Diavolo è un meccanismo cronico, che nega la vita energetica ed è un ostacolo al centro biologico e spontaneo dell’uomo. Il Diavolo non raggiunge mai il ‘centro’ più profondo, ma è la personificazione del ‘secondo strato’. Dopo anni di lavoro, Reich giunse a condividere la ‘di- sperazione terapeutica’ di Freud. Aveva cercato di dissolvere la ‘corazza’ su vasta scala attraverso l’insegnamento e individualmente nella terapia. Il suo modello dei ‘tre strati’ non riconosce un va- lore al ‘secondo strato’, che sembra virtualmente impossibile a dissolversi completamente. Attualmente, tra i terapeuti, è in genere acquisito che ognuno ha bisogno di una corazza come protezione. La terapia cerca non solo di dissolvere il più possibile la corazza, ma di introdurre flessibilità e far diventare una scelta consapevole quella che era stata una rigida e inconscia struttura di difesa. Mentre il concetto biologico di ‘corazza’ ha una specificità appropriata nella sua applicazione nel lavoro bioenergetico con il corpo, l’Ombra come equivalente funzionale a livello psichico, apporta una gamma di significato appropriato alla sua funzione psicologica. L’Ombra contiene il potere che è stato sottratto, ma anche l’Ombra non può essere completamente dissolta, nè può essere del tutto espropriata con successo. Deve essere collegata e integrata, anche se noi riconosciamo che

un qualche profondo centro non sarà mai sottomesso. L’Ombra e il Doppio non solo contengono le scorie della nostra vita conscia, ma anche la nostra forza vitale primitiva e indifferenziata, una promessa verso il futuro la cui presenza accresce la nostra consapevolezza e ci rafforza attraverso la tensione degli opposti.

NOTE

1) C.G. Jung, Symbols of Transformation: An Analysis of the Prelude to a Case of Schizophrenia, 2a ediz., trad. R.F.C. Hull, Bollingen Series XX, vol.5. (Princeton: Princeton University Press, 1956), p.71.

2) C.G. Jung, Analytical Psychology: Its Theory and Practice (New York: Vintage, 1968), p.23 (corsivo aggiunto).

3) Wilhelm Reich, The Function of the Orgasm, trad. Theodore P. Wolfe (New York: Meridian, 1970), p.241.

4) Wilhelm Reich, Ether, God and Devil, trad. Mary Boyd Higgins e Therese Pol (New York: Farrar, Straus & Giroux, 1973), p.91.

5) C.G. Jung, ” Letter to Upton Sinclair, November 24, 1952,” in C.G. Jung Letters, trad. R.F.C. Hull, ed. Gerhard Adler and Aniela Jaffé, Bollingen Series XCV, vol.2 (Princeton: Princeton Uni- versity Press, 1973), p.97.

6) C.G. Jung, “Letter to Henry Murray, September 10, 1935,” in C.G. Jung Letters, vol.1, p.200.

7) C.G. Jung, “Letter to D. Cappon, March 15, 1954,” in C.G. Jung Letters, vol.2, p.160.

8) C.G. Jung, The Structure and Dynamics of the Psyche, 2a ed., trad. R.F.C. Hull, Bollingen Se- ries XX, vol.8 (Princeton: Princeton University Press, 1969), p.215.

9) C.G. Jung, The Archetypes and the Collective Unconscious, trad. R.F.C. Hull, ed. Sir Herbert Read, Michael Fordham, and Gerhard Adler, Bollingen Series XX, vol.9 (Princeton: Princeton University Press, 1980), p.284.

10) Wilhelm Reich, The Mass Psychology of Fascism, trad. Vincent R. Carfagno (New York: Farrar, Straus & Giroux, 1970), p.xi.

11) Hans Christian Andersen, “The Shadow,” in Hans Christian Andersen: Eighty Fairytales (New York: Pantheon Press, 1982), p.193. Vedi anche Otto Rank, The Double: A Psychoanalitic Study, trad. e ed. Harry Tucker, Jr. (New York: Meridian, 1971), pp.10-11.

12) Reich, Mass Psychology of Fascism, p.xi.

13) C.G. Jung, Two Essays on Analytical Psychology, 2a ed., trad. R.F.C. Hull, Bollingen Series XX, vol.7, (Princeton: Princeton University Press, 1972), p.192.

14) Reich, Mass Psychology of Fascism, p.xi.


C G Jung. Gli archetipi dell’inconscio collettivo


Freud, Jung e la psicoanalisi — Umberto Galimberti

Il 1900 è l’anno della morte di Nietzsche, filosofo destinato a scuotere il pensiero di un’intera epoca. Sigmund Freud, nello stesso anno pubblica L’interpretazione dei sogni, testo che segna, con le sue rivoluzionarie tesi, l’inizio della psicoanalisi. Nato a Freiberg in Moravia nel 1856, Freud consegue la laurea in Medicina nel 1881, in seguito lavora presso una clinica psichiatrica, si sposta a Parigi e frequenta la scuola diretta dal famoso neurologo Jean-Martin Charcot. Il concetto più innovativo di Freud, la cui portata influenza tutto il pensiero filosofico successivo, è quello di “inconscio”.
Nonostante la tradizione romantica avesse già introdotto questo termine associandolo alla dimensione dell’irrazionale, Freud ne fornisce un’interpretazione originale, sostenendo la possibilità di rintracciare una certa regolarità e schemati- cità nel suo funzionamento. La scoperta dell'”inconscio” è una delle principali rivelazioni del XX secolo, poichè, come scriverà Freud, porta a sapere di non essere più “padroni in casa propria”; un’altra realtà si apre all’interno dell’uomo e, fatto sorprendente, al suo interno si giocano le partite più importanti che determinano il comportamento umano. In altri termini, l’individuo scopre che la sua esistenza non si decide all’interno della coscienza e della volontà, ma si articola ad un livello sotterraneo sul quale non ha totale controllo.