Per noi il corpo è molto più di uno strumento o di un mezzo;è la nostra espressione nel mondo, la forma visiva delle nostre intenzioni. Non è all'oggetto fisico che il corpo può essere paragonato, quanto piuttosto all'opera d'arte. MAURICE MERLEAU-PONTY

Articoli con tag “Psicanalisi

Wilhelm Reich – Quello che tutti dovrebbero sapere

Willhelm Reich fece un lungo percorso di studi partendo dalla sessualità e i disturbi psichici, arrivando alla scoperta di quella che definì Energia Orgonica, un’energia da cui dipende tutto l’universo e da cui dipende la vita stessa. Con i suoi studi sull’orgone elaborò terapie in grado di curare patologie più o meno gravi, realizzò dispositivi usati ancora oggi in grado di accumulare la sua energia e di scaricarla con effetti benefici sui pazienti, cercò di alleviare gli effetti dannosi dell’energia nucleare ed arrivò a creare una macchina in grado di fare piovere a comando e di riequilibrare l’ambiente al punto tale da riportare la vita nei deserti. Nonostante ciò le sue teorie ed i suoi esperimenti, vennero prima screditate e poi demonizzate relegando Reich ai margini della comunità scientifica e portandolo addirittura in carcere dove morì misteriosamente come aveva predetto. Eppure, grazie ai suoi studi riuscì a formulare una teoria scientifica avvalorata da molte prove.


Schizzi su Sándor Rado

radosm

Rado su Anna Freud: non aveva alcuna idea di che cosa sia la scienza.

Rado su Ferenczi: uno dei pazienti che trattò con la nuova tecnica era Clara Thompson. Qualche anno pià tardi mi disse che se ne andavano vagando per le strade di Budapest in uno stato semidelirante e completamente confusi.

Rado su Rank: il suo libro sul trauma della nascita era, scientificamente, assurdo

Reich su Rado: Fu lui /Rado/ a mettere in giro per primo la voce che io ero schizofrenico. Proprio lui. E Fenichel la raccolse. La voce era che io mi trovassi in una casa di cura per malattie mentali. Non è vero. Non c’ero e non ci sono mai stato. Fenichel ebbe invece un crollo psichico. E’ Fenichel che andò in una casa di cura per tre settimane dopo un esaurimento nervoso. Ebbe un crollo in seguito alla mia separazione dall’Associazione Psicoanalitica Internazionale.


Il linguaggio del corpo: Ferenczi e Reich

Nel 1958 Lowen pubblica Il linguaggio del corpo. Il testo consente di ritagliare nell’impossibile, meandrica storia della psicoanalisi un nesso fin qui poco indagato, il nesso “Ferenczi-Reich”. Ferenczi è presentato da Lowen come il più importante tra gli innovatori della psicoanalisi, uno che si trovava spesso in conflitto con Freud, “il quale si opponeva a qualsiasi mutamento del metodo psicoanalitico tradizionale” (una visione alquanto rigida direi quella qui espressa da Lowen). Lowen considera il nesso Ferenczi-Reich nel segno di una continuità e arriva persino a considerare l’uno (Reich) allievo dell’altro (Ferenczi). Il nesso viene preso in considerazione alla luce del significato, direi, “somatico” della tecnica attiva e del concetto freudiano di trasferibilità della libido. Se è vero che la libido è “energia trasferibile”, non c’è analista più attento di Ferenczi ai trasferimenti di libido, alla danza delle sue metonimie e anche alla fulmineità delle sue metafore (si pensi, a tale riguardo, a tutta quella ricca fenomenologia dei sintomi transitori che attraversa l’opus ferencziano, oltre che alla sua pratica del simbolo). Il concetto della trasferibilità della libido pone Ferenczi in particolare sintonia con Reich. Una relazione forte tra Ferenczi e il primo Reich e, comunque, una forte presenza di Ferenczi nell’opus reichiano può essere ravvisata nelle numerose citazioni che quest’ultimo fa dello psicoanalista ungherese.

Cominciamo da Il carattere pulsionale pubblicato nel 1925. Reich ha da ridire circa il primato assegnato da Ferenczi e Rank all’agire (ripetere) piuttosto che al ricordare. Tuttavia non mi sembra interpreti fino in fondo il significato dello scritto dei due psicoanalisti. È d’accordo con loro relativamente alla pars destruens, è avverso cioè all’analisi dei sintomi e dei complessi; è d’accordo anche nel ritenere che risiede nell’analisi delle azioni nevrotiche (ovvero nel ripetere) “il punto d’attacco principale dell’analisi del carattere”. Con ciò Reich ammette che il punto di vista di Ferenczi e Rank è molto vicino a quello proprio, riconosce cioè che una reale guarigione non si ottiene eliminando il sintomo ma “la base nevrotica reattiva”. Secondo Reich, insomma, all’analisi sintomatica deve subentrare l’analisi caratteriale. Egli ritiene comunque che l’agire (il ripetere) senza il ricordare, “cioè senza una ricostruzione analitica delle origini dell’azione” non possa fornire “una comprensione genetico-analitica”. Tale critica non tiene conto del fatto che, nelle intenzioni di Ferenczi e Rank, non si tratta del sostituire il ripetere al ricordare, ma di trasformare il ripetere in ricordo. In ciò Ferenczi e Rank tengono in debita considerazione anche il punto di vista topico, nel senso che assumono il concetto di “inconscio” nella sua letteralità. Se d’inconscio si tratta, ciò significa una impossibilità di ricordare. Tale impossibilità, tuttavia, non toglie la realtà, l’effettività della coazione a ripetere. È dunque attraverso il ripetere e anche l’incoraggiamento del ripetere (mossa questa in linea con la tecnica attiva) che si perviene al ricordo. Reich, comunque, mostra di essere in particolare sintonia con le concezioni di Ferenczi e Rank là dove afferma che sono appunto i pazienti che non agiscono (ad onta del profondo lavoro che con essi si fa sul piano del ricordo) quelli meno influenzabili terapeuticamente. Affermazione che mi sembra perfettamente in linea con il punto di vista espresso da Ferenczi e Rank nel loro scritto, in sintonia con la tecnica attiva e con la necessità di forzare quei punti morti con i quali Ferenczi si era dovuto più di una volta confrontare. Ora, tali punti morti sono traducibili come una virtuale impasse, ovvero una impossibilità di passare al ricordo dovuta alla circolazione bloccata di libido, al momentaneo stallo della sua trasferibilità.

È comunque in Analisi del carattere che Reich precisa le sue critiche al testo congiunto di Ferenczi e Rank. Reich cerca d’individuare i motivi che mettono in impasse la “inesauribile” teoria della libido di Freud e lo fa a partire dai tre punti di vista che governano la teoria e la pratica psicoanalitica: i punti di vista topico, dinamico ed economico. Ora, il punto di vista topico (che considera i “luoghi” della psiche: inconscio, preconscio, conscio, ovvero le istanze Es, Super-Io, Io) è inadeguato. Reich sostiene infatti che ai fini della guarigione non basta che una rappresentazione da inconscia diventi conscia. Migliore, ma ancora non sufficiente, è la soluzione dinamica (col che Reich intende in particolare la “abreazione di un affetto collegato a un ricordo”). La soluzione dinamica, che è quella perseguita da Ferenczi e Rank, è inficiata dalla provvisorietà dei suoi esiti. Rimane il punto di vista economico, che prende in considerazione il fattore quantitativo della vita psichica, ovvero la “quantità di libido che viene ingorgata o scaricata”. Il nevrotico, secondo Reich, soffre di una inadeguata economia della libido.

Sandor Ferenczi (foto)

Sandor Ferenczi (foto)

È a partire dal punto di vista economico, insomma, che Reich, pur riconoscendo a Ferenczi indubbi meriti nell’aver smosso le acque non fluide della terapia psicoanalitica così come era stata fino ad allora praticata, muove le sue critiche maggiori all’indirizzo dello psicoanalista ungherese. Tali critiche appaiono sinteticamente espresse nello scritto del 1942 La funzione dell’orgasmo. Ferenczi fu uno dei pochi (insieme a Rank) a rendersi conto di quella che Reich (mediando da Marx) chiama la “miseria terapeutica”. Molti invece erano naufragati a causa di essa e Reich ne redige un elenco nel quale figurano Stekel, che puntava esclusivamente all’interpretazione dell’inconscio negando il lavoro sulla resistenza, Adler, che era diventato un “filosofo finalista e un moralista sociale” e aveva negato “che si potesse venire a capo del senso di colpa e dell’aggressività con la teoria sessuale”, Jung, che aveva a tal punto generalizzato il concetto di libido da sottrargli il suo significato di “energia sessuale”. Ferenczi aveva capito dove risiedeva la soluzione: nella sfera somatica. La soluzione stava dalla parte del corpo. Non per niente, come s’è visto, Béla Grunberger avrebbe parlato di Ferenczi come del “clinico geniale del corpo”. Se i primi psicoanalisti hanno meritato l’epiteto di “segugi dell’inconscio”, a Ferenczi potrebbe a buon diritto spettare quello, supplementare ma non meno impegnativo, di “segugio del corpo”, ovvero del corpo attraversato dalla libido e segnato dalle sue metafore e dalle sue metonimie. La tecnica attiva va intesa, secondo Reich, appunto in questa direzione: essa concerne “gli stati di tensione somatica”. I punti morti dell’analisi, in altri termini, quelli che s’annunciano nell’assenza di associazione libera, nella parola che non sa più fluire, ovvero in un’associazione sterile (la parola vuota dell’ossessivo ad esempio), coincidono con la tensione muscolare. A tale riguardo Reich ha buon gioco a sostenere che le tensioni muscolari legano la libido e ne impediscono la libera espressione. Analogamente Ferenczi aveva compreso la relazione tra la capacità di rilassare i muscoli e la capacità di libera associazione. La trasferibilità della libido, insomma, quello che con altro vocabolario gli stoici antichi greci chiamavano il “libero fluire della vita” ha la sua radice, la sua analogia o, se si vuole, il suo specchio nella rilassatezza muscolare.

Il testo di Ferenczi nel quale si fa questione del parallelismo tra innervazioni motorie e atti psichici è del 1919 ed è intitolato “Pensiero e innervazione muscolare”. In un articolo apparso su The Psychoanalytic Quarterly nel 1947 Felix Deutsch cita il testo di Ferenczi sintetizzando nella formula “dimostrabile reciprocità quantitativa” il nesso che lo psicoanalista ungherese aveva rinvenuto tra atti motori e funzionamento psichico. Ferenczi, scrive Deutsch, aveva notato la profonda relazione tra stati resistenziali e rigidità delle parti del corpo. Ciò significa che la risoluzione delle tensioni psichiche può anche essere risolta quando si dissolvono le tensioni del corpo. Molto ferenczianamente, direi, Felix conclude sull’importanza degli indizi offerti all’analista dagli atteggiamenti posturali che il paziente assume in analisi. Si tratta, qui, di un modulo analitico fortemente presente nell’attività clinica e teorica di Ferenczi. Il quale avrebbe senz’altro approvato l’affermazione di Deutsch secondo la quale “il progresso di un’analisi può spesse volte essere giudicato dall’apparire di movimenti minori che possono essere analizzati in relazione a quello che il paziente sta dicendo.”. Sappiamo, a questo riguardo, quanto Ferenczi fosse presente ai movimenti minori dei suoi pazienti e a quelli che egli chiamava i “sintomi transitori”.

Wilhelm_Reich_

Ma è soprattutto una nota a pié di pagina al testo del 1925 “Psicoanalisi delle abitudini sessuali” che Lowen pone in, giusto direi, risalto nella sua disamina del rapporto Ferenczi-Reich. Si tratta della frase che suona: “Es scheint eine gewisse Beziehung zwischen der Fähigkeit allgemeiner Entspannung der Muskulatur und der Fähigkeit zum freien Assoziieren zu bestehen” che Lowen traduce: “Sembra esistere una certa relazione tra la capacità generale di rilassare la muscolatura e la libera associazione”. Lowen non cita, però, tutta la nota la quale, invece, merita un certo approfondimento. In effetti, dopo aver stabilito che esiste una relazione tra rilassamento muscolare e associazione libera, è legittimo attenderci che Ferenczi traduca quanto scoperto nei termini della tecnica analitica. Il che egli fa con riferimento tra l’altro al suo scritto “Pensiero e innervazione muscolare”. Scrive dunque Ferenczi che in certe occasioni egli cerca di costringere i pazienti alla distensione. Affermazione interessante anche alla luce della ricostruzione storica dei suoi passaggi tecnici. Mi sembra infatti che, in questa nota a piè di pagina di un testo pubblicato nel 1925, il terreno sia adeguatamente preparato per la metamorfosi neocatartica.

Ferenczi appare nella circostanza veramente vicino a Reich. Lowen cita il caso di un omosessuale trattato da Reich, quando questi si trovava a Copenaghen nel 1933. Il paziente, racconta Reich, resisteva ad associare liberamente sulle sue fantasie omosessuali passive. Ora, tale resistenza trovava il suo corrispettivo corporeo nell’estrema rigidità del collo e della nuca. Ciò significa, in generale, che le armature caratteriali si dimostrano essere identiche da un punto di vista funzionale all’ipertonia muscolare. Tale identità funzionale implica che un’azione condotta sull’ipertonia muscolare ha una diretta rilevanza sulla resistenza “psichica”, l’atteggiamento caratteriale del paziente e viceversa. Nel corso della sua analisi Reich ebbe in effetti modo di rilevare che, quando il paziente aveva ceduto sul proprio atteggiamento difensivo, erano subito emersi certi prepotenti effetti somatici. Ciò era dovuto al fatto che alla continua azione frenante della muscolatura del paziente era corrisposta nel tempo una continua accumulazione di energia biologica. Reich ne dedusse che le continue tensioni muscolari possono legare non soltanto l’energia vitale sessuale ma anche l’ira e l’angoscia. Lowen rileva che Ferenczi aveva fatto osservazioni simili sulla tensione dei muscoli sfinterici, dell’ano, dell’uretra, della glottide. Nello stesso quadro di riferimento sono da includere inoltre gli studi condotti da Ferenczi sullo spostamento di libido relativamente alla questione dei tic (tanto dibattuta dagli psicoanalisti delle prime generazioni). Tuttavia, conclude Lowen, egli non era riuscito a sintetizzare teoricamente le proprie osservazioni. Detto altrimenti non arrivò al concetto, formulato da Reich, di “identità funzionale”.

Riguardo ai rapporti tra Ferenczi e Reich c’è da segnalare l’esistenza di un frammento di lettera che quest’ultimo scrisse ma non spedì allo psicoanalista ungherese. La lettera reca la data dell’11 febbraio 1925 ed è immediatamente precedente alla pubblicazione dello scritto reichiano Il carattere pulsionale. Nel testo della lettera Reich rivendica ad Adler il merito di una scoperta (pulsione d’aggressione), la cui portata era stata tuttavia alquanto esagerata, e denuncia l’ingiustizia da quello a suo tempo subita. Il punto in questione è l’analisi caratteriale e il fatto che Ferenczi citi l’affermazione adleriana secondo la quale non ci si deve più occupare dell’analisi della libido, ma del carattere nervoso. La frase compare nel testo ferencziano Ulteriore estensione della “tecnica attiva” in psicoanalisi del 1921. È intanto interessante osservare che la lettura del testo era stata affrontata da Reich proprio in occasione della stesura del capitolo di un libro sulla tecnica e sulla terapia psicoanalitica che egli afferma di scrivere “con il consenso del Professore” (Freud). Il capitolo riguarda i “procedimenti abbreviati” e, insomma, la “tecnica attiva”. Come dire che, nel contesto psicoanalitico dell’epoca, l’innovazione (relativa) di Ferenczi era considerata in ordine alla possibilità dell’abbreviamento dell’analisi. L’affermazione di Reich secondo cui sarebbe in corso uno sviluppo (e qui viene indirettamente citato il testo di Ferenczi e Rank) “dall’analisi del sintomo alla terapia del fondamento caratteriologico della nevrosi da sintomo” (il che comporta che una guarigione duratura implica non la modificazione del sintomo, ma quella della sua base corrispondente, ovvero il “carattere nevrotico”) sposta il focus dell’attenzione sulla questione delle relazioni Ferenczi-Reich appunto in ordine all’analisi del carattere.

Il discorso potrebbe a questo punto farsi molto lungo, anche in ragione del fatto che a tale questione Ferenczi ha dedicato più di una pagina. Si pensi, soltanto per fare un esempio, allo scritto del 1928 (ma pubblicato postumo) “La terapia analitica del carattere”, derivato da una conferenza madrilena di Ferenczi, ma anche a scritti come, per citarne uno, “Psicoanalisi delle abitudini sessuali”, del 1925, nel quale Ferenczi stabilisce con nettezza la necessità di procedere con la tecnica attiva alle analisi del carattere. “Le cosiddette analisi del carattere” scrive nella circostanza Ferenczi “dovrebbero esigere in modo specifico la suddetta riduzione agli interessi anali, uretrali e orali, e servirsi a tale scopo dell’adozione di misure conformi alla tecnica attiva. In queste analisi, infatti, parrebbe importante risalire alle sorgenti pulsionali per utilizzare in modo diverso l’energia pulsionale che ne deriva.” (1925a, 306). È qui in gioco, come si può comprendere, la teoria anfimissica della genitalità. Ad essa, come era prevedibile, Reich dedica un certo spazio e riserva un commento critico.

Intanto Reich approva, da un punto di vista metodologico, che l’interpretazione psicologico-individuale del coito, come la chiama, sia sostituita da quella bioanalitica. Contesta tuttavia l’equivalenza stabilita tra eiaculazione e castrazione. Tale equivalenza vige soltanto per quegli uomini che non sanno amare, come anche avrebbe detto Balint, liberi dall’angoscia. Solo nel caso dei nevrotici, sostiene Reich, l’orgasmo vale il pericolo della castrazione. Ma la concezione ferencziana con cui Reich si trova maggiormente in disaccordo è quella dell’anfimissi. Tale disaccordo è esplicitamente dichiarato in opere distanti nel tempo e diverse come Genitalità e La funzione dell’orgasmo. Secondo Reich, Ferenczi avrebbe cercato di dimostrare che i processi della frizione e dell’eiaculazione sono il risultato di un’anfimissi, ovvero di una mescolanza di pulsioni orali, anali e uretrali. Anale sarebbe, ad esempio, il prolungamento della frizione, ovvero il trattenimento del seme. La tendenza uretrale spiegherebbe l’eiaculazione precoce, mentre quella anale spiegherebbe l’impotenza a eiaculare. Tirate le debite somme, dunque, la potenza eiaculativa è data dalla somma, dall’anfimissi appunto, delle tendenze pregenitali. Reich ritiene però che la funzione genitale sia specifica, non suscettibile di essere spiegata come risultante o somma. L’oralità, l’analità e l’uretralità, ovvero le tendenze non genitali, non si sommano per comporre la genitalità, semmai disturbano la genitalità. La tesi di Reich, ribadita ne La funzione dell’orgasmo, è che, se eccitazioni pregenitali si aggiungono nell’atto sessuale o nella masturbazione, esse possono indebolire la potenza orgastica. In altri termini il pregenitale contribuisce all’aumento di tensione vegetativa, mentre soltanto l’apparato genitale può scaricare del tutto l’energia biologica procurando l’orgasmo. In sintesi Ferenczi, secondo Reich, non avrebbe riconosciuto che proprio nella funzione dell’orgasmo esiste una “fondamentale differenza qualitativa” tra pregenitalità e genitalità. Si tratta qui di una lezione, quella di una specificità genitale, che comunque Ferenczi avrebbe recuperato in seguito, presumibilmente influenzato dallo stesso Reich. Come infatti scriverà nel Diario, la genitalità “si costituisce loco proprio come una tendenza specifica, già pronta, degli organi a funzionare”. Non sono più l’uretralità e l’’analità a condurre alla genitalità, ma è “la scissione della genitalità in uretralità e analità che costituisce il vero processo”.

A fronte di tali e tante critiche va osservato che Reich si trova invece d’accordo con Ferenczi su questioni fondanti di tecnica, come s’è già visto in parte. C’è un passo, sempre ne “La funzione dell’orgasmo”, che mi sembra molto esplicito a riguardo. In esso Reich stila una sorta di lista di concordanze tecniche con Ferenczi. In primo luogo la questione dell’analista. “Era proibito” osserva Reich “considerare l’analista come un essere sessuale”. Ciò significa ad esempio che era interdetto al paziente di muovere all’analista delle critiche. Tuttavia i pazienti ne sapevano (e ne sanno) comunque molto sul conto del loro analista, anche se “con questo tipo di tecnica” (Reich intende la tecnica tradizionale, quella che in gergo freudiano chiameremmo della “Indifferenz”) si esprimevano con sincerità soltanto raramente. “Con me” spiega Reich “impararono prima di tutto a superare il timore di fare delle critiche nei miei confronti”. Tematica, questa delle critiche nei confronti dell’analista, abbondantemente affrontata da Ferenczi.

Una seconda questione è quella concernente cosa debba fare il paziente. Conformemente alla prassi riconosciuta il paziente non doveva fare, ma solo ricordare. “Ero d’accordo con Ferenczi “spiega espressamente Reich “nel rifiutare questo metodo”. È chiaro a Reich (come era chiaro a Ferenczi al tempo della sperimentazione della tecnica attiva) che il paziente debba fare qualcosa. Segue a questo punto un passo molto interessante nel quale Reich associa alla propria pratica analitica la giocoanalisi di Ferenczi. “Ferenczi” scrive Reich “ebbe delle difficoltà con l’Associazione psicoanalitica perché egli, seguendo una giusta intuizione, lasciava giocare i pazienti come bambini. Da parte mia tentavo in tutti i modi di liberare i malati dalla loro rigidezza caratteriale.” Come si vede nella breve disamina di Reich sono presenti almeno due delle metamorfosi ferencziane, la tecnica attiva e la neocatarsi (con la variante giocoanalitica). Manca all’appello l’analisi reciproca, ma su questo punto non esiste forse analista che si possa comparare a Ferenczi.

Diversamente da quello che faranno gli psicoanalisti posteriori, diversamente da Winnicott, Reich cita, quando è il caso, il proprio debito nei confronti di Ferenczi e mostra una certa lungimiranza a collocarlo nel contesto storico-concettuale della psicoanalisi. In ambito psicoanalitico ciò costituisce inizialmente, e non solo inizialmente, più l’eccezione che la regola. Non penso che il motivo sia dovuto al fatto che per Reich, essendo un contemporaneo di Ferenczi, procedere in tal modo fosse più facile. Si prenda ad esempio il saggio reichiano del 1925 Il tic come equivalente della masturbazione. In esso Reich afferma che “Ferenczi per primo ha riconosciuto nel tic un equivalente della masturbazione”. In un altro lavoro pubblicata nello stesso anno, Una psicosi isterica in statu nascendi, Reich riconduce a Ferenczi e Rank (più al secondo in verità) l’aver sottolineato con forza “la necessità di analizzare costantemente la situazione trasferenziale” “anche quando non è diventata una resistenza” (come accadeva in quella che Reich, al modo di Ferenczi, chiama “l’analisi passiva classica”). In un articolo del 1922 Sulla specificità delle forme onanistiche Reich riconduce il proprio concetto di “forma onanistica” (il fatto che certi moti pulsionali inconsci trovino espressione e scarica “in un dettaglio apparentemente secondario nel modo di masturbarsi”) al saggio ferencziano che inaugura la tecnica attiva “Difficoltà tecniche nell’analisi di un caso d’isteria”, pubblicato nel 1919. Si tratta allora non di consigliare al paziente di reprimere la masturbazione, bensì “questo o quel dettaglio della sua esecuzione”. Né è da poco conto il fatto di aver riconosciuto come anche ferencziana la cosiddetta “psicologia dell’Io”. Nel citato Il carattere pulsionale Reich parla infatti della “psicologia dell’Io inaugurata da Freud e Ferenczi” e fa riferimento, per quanto riguarda quest’ultimo, all’importante scritto “Fasi evolutive del senso di realtà”. E, infine, con riferimento allo scritto ferencziano “Psicoanalisi delle abitudini sessuali” Reich è pronto a riconoscere che lo psicoanalista ungherese è stato il primo a trattare i pericoli della consuetudine sessuale nel matrimonio.

Così come accade per i manuali di psicoterapia breve, anche quando si tratta di scritti di analisi bioenergetica il nome di Ferenczi figura nella ristretta cerchia dei precursori. Significativa appare in tale contesto la relazione tra tecnica attiva e disturbi caratteriali, il nesso tra rilassamento e libera associazione, l’attenzione al linguaggio corporeo dell’inconscio. Le intriganti fila della relazione Ferenczi-Reich sono per la prima volta riprese da Lowen nel suo testo del 1958 con piena legittimità storico-concettuale.

Adattato da:

Giorgio Antonelli, Il mare di Ferenczi. La storia, il pensiero, la vita di un maestro della psicoanalisi, Roma, Di Renzo Editore, 1996


La concezione del corpo nella storia della filosofia

Filosofia dal punto di vista etimologico significa “amore del sapere”. Scrive Platone nel Simposio”…la sapienza è una delle cose più belle, ed Eros è amore per il bello. Perciò è necessario che Eros sia filosofo e, in quanto è filosofo, che sia intermedio tra il sapiente e l’ignorante”. La filosofia dunque come “desiderio di conoscenza, “avventura dello spirito”. Contrariamente all’arte greca, in cui la statuaria e il mito risultano profondamente legati alla fisicità e alle passioni, la filosofia, al contrario, appare poco propensa, in linea di principio, a lasciare spazio alla corporeità e alle sue manifestazioni.

Questo breve lavoro tuttavia vuole ripercorrere le tappe più significative della storia della filosofia nelle quali si sia manifestata una propensione a valorizzare o al contrario a svalorizzare la dimensione del corpo. Una ricerca antropologica finalizzata ad evidenziare i momenti in cui la corporeità è stata posta in relazione o in opposizione alla dimensione spirituale e i rari momenti in cui, tra corpo e spirito si è realizzato un armonico equilibrio.

I SOFISTI (V sec. a.C.)

I Sofisti determinano una svolta nella storia della filosofia in quanto spostano l’asse della speculazione dalla natura all’uomo. Abbandonata la ricerca di verità assolute, essi trovano uno spazio nella polis e in questo spazio si inseriscono vendendo non un sapere astratto, ma un “saper fare”, l’arte di parlare in pubblico e di conquistare il consenso dell’assemblea. L’attenzione viene così rivolta per la prima volta al “singolo”, all’individuo e inevitabile risulta l’esito relativistico dell’”homo mensura” di Protagora.

SOCRATE (470-399 a.C.)

Socrate di LisippoAnche Socrate concentra la sua attenzione sull’uomo ma, a differenza dei Sofisti e malgrado la sua generale affermazione di non sapere, riesce stabilire quale sia l’essenza dell’uomo e ne dà una definizione finalmente precisa ed univoca: l’uomo è la sua anima. E per “anima” Socrate intende la nostra ragione, la sede della nostra attività pensante ed eticamente operante. L’anima è per Socrate l’io consapevole, ossia la coscienza e la personalità intellettuale e morale.

Il corpo, in questa concezione assume quindi in una posizione subordinata rispetto alla psychè; esso diventa infatti uno strumento al servizio dell’anima. Alla domanda quindi “che cos’è l’uomo” non si potrà rispondere che è il suo corpo bensì che è “ciò che si serve del corpo”. Per questo Socrate può affermare che la più significativa manifestazione della eccellenza della psychè consiste nell’”autodominio”, ossia nel dominio di sé negli stati di piacere e di dolore, nell’impeto delle passioni e degli impulsi. L’autodominio è il dominio della propria razionalità sulla propria animalità, significa rendere l’anima signora del corpo e dei suoi istinti.

PLATONE (428-347 a.C)

PlatoCon la scoperta della metafisica, Platone dà vita ad un cambiamento qualitativo, sostanziale nella storia della filosofia. E’ solo grazie alla “seconda navigazione” platonica che assumono il corretto significato le definizioni di “materiale” e “immateriale”, “sensibile” e “soprasensibile”, “empirico” e “metaempirico”, “contingente” ed “eterno”. Una visione ontologica contrapposta dove solo ciò che metafisico è perfetto ed autentico mentre ciò che è fisico, la materia, la “chora, è una copia sbiadita ed imperfetta dell’originale metafisico.

Questa contrapposizione a livello ontologico si traduce in un rigido dualismo a livello antropologico. Alla componente metafisico-ontologica si unisce infatti la componente religiosa dell’Orfismo che trasforma la distinzione tra anima e corpo in una opposizione. Per questo motivo il corpo non è più inteso come uno strumento al servizio del corpo (Socrate), ma come una “tomba”, un “carcere dell’anima”. L’anima deve fuggire i mali del corpo: le passioni, le inimicizie, l’ignoranza, la follia. Il morire del corpo è vivere dell’anima, e la fuga dal corpo rappresenta il ritrovamento dello spirito.

L’amore diventa in Platone lo specchio illuminante di questa contrapposizione: nel Fedro il filosofo descrive la lotta interiore tra la tensione erotica che mira al soddisfacimento fisico e quella che spinge l’uomo ad elevarsi. Nel rapporto amoroso ragione e passione entrano in contrasto: se prevale la ragione allora l’amore nobilita l’uomo ed eleva la sua anima verso il mondo delle idee; se invece prevale l’amore volgare l’anima rimane legata al corpo e si abbruttisce. Quello che gli uomini chiamano amore non è che una piccola parte del vero amore: il vero amore è desiderio del bello, del bene, della sapienza, della felicità dell’immortalità, dell’Assoluto. L’amore presenta infatti diversi gradi di perfezione e vero amante è colui che sa percorre tutte le vie che conducono alla contemplazione del Bello in sé, dell’Assoluto. Al grado più basso si trova l’amore fisico che è desiderio di possedere il corpo bello al fine di generare nel bello un altro corpo e questo amore, pur nella sua imperfezione, rivela un desiderio di immortalità. Vi è poi il grado degli amanti che si amano a livello spirituale e, in un crescendo di perfezione, vi sono gli amanti delle anime, delle arti, della giustizia, delle leggi e delle scienze. Infine, al sommo grado della scala dell’amore c’è la folgorante visione dell’idea del Bello in sé, dell’Assoluto.

La cura dell’anima, enfatizzata da Socrate, si traduce dunque in Platone in una purificazione dell’anima che si realizza trascendendo i sensi e impossessandosi del puro mondo dell’intellegibile attraverso un percorso catartico di conoscenza.

EPICURO (341-270 a.C)

epicuro(1)Per Epicuro la filosofia è una “medicina dell’anima” che permette di curare l’infelicità dell’uomo. Tale cura è costituita dal “quadrifarmaco” dove spicca l’indicazione che la felicità, se giustamente intesa, è alla portata di tutti. Nella Lettera a Meneceo Epicuro dichiara infatti che il piacere è principio e fine del vivere felicemente e che virtù, bene, felicità coincidono con il piacere. Epicuro formula così un’etica che si suole chiamare edonistica e che implica una valorizzazione di ciò che può produrre soddisfazione e godimento anche sul piano materiale.

In verità Epicuro ridimensiona i facili ed ingenui entusiasmi per una filosofia che appare finalmente “incarnata” e lontana dall’ascetismo che l’aveva caratterizzata sin ad allora! Nella Lettera a Meneceo infatti Epicuro scrive:.. Non dunque le libagioni, né le feste ininterrotte, né il godersi fanciulli e donne, né il mangiare pesci e tutto il resto che una ricca mensa può offrire è fonte di vita felice; ma quel sobrio ragionare che scruta a fondo le cause di ogni atto di scelta e di rifiuto, e che scaccia le false opinioni, per via delle quali grande turbamento si impadronisce dell’anima. Dunque solo i piaceri “naturali e necessari” sono da perseguire, per quelli non necessari e per quelli artificiali è riservato un giudizio di disapprovazione.

ZENONE (332-262 a.C.)

zenoneDiogene Laerzio in Vite dei filosofi descrive così il pensiero dello Stoicismo: Gli Stoici sostengono infatti che il piacere, se realmente esiste, viene in un secondo tempo, quando la natura….. ha rinvenuto tutto ciò che si adatta alla sua costituzione. ..E poiché gli esseri razionali hanno ricevuto la ragione per una condotta più perfetta, il loro vivere secondo ragione coincide rettamente col vivere secondo natura, in quanto la ragione si aggiunge per loro come plasmatrice ed educatrice dell’istinto….

Le passioni sono per gli Stoici vere e proprie malattie dell’anima e tutto ciò che giova al corpo e alla nostra natura biologica viene considerato “indifferente”. Per Zenone il saggio è colui che non lascia neppure nascere nel suo cuore le passioni o le estirpa nel loro stesso manifestarsi; la felicità consiste infatti nell’apatia e nell’impassibilità.

PLOTINO (205-270 d.C.)

PlotinosL’ultimo grande filosofo del mondo antico-pagano è Plotino con il quale si realizza una vera e propria rifondazione della metafisica classica. Egli pone l’Uno come Assoluto che si autocrea (autoctisi) con un atto di assoluta libertà e dal quale, grazie ad una attività di “processione”, derivano la seconda e la terza “ipostasi” rispettivamente il Nous o Spirito e l’Anima.

Ma com’è sorto il sensibile, la materia fisica? La materia sensibile deriva dalla sua causa come possibilità ultima, come esaurimento totale e quindi privazione estrema dell’Uno. In questo senso la materia è male, ma il male non è una forza negativa che si oppone al positivo, ma è semplicemente mancanza, privazione del positivo. Plotino utilizza a questo proposito l’immagine del “buio”: cos’è infatti il buio se non un’assenza di luce? Allo stesso modo la materia è un non-essere, il buio che permette l’esistenza della luce dello spirito.

L’uomo è fondamentalmente la sua anima e tutte le attività e la vita dell’uomo dipendono dall’anima la cui attività più elevata consiste nella libertà mentre il suo destino consiste nel suo ricongiungimento al divino. Le vie del ritorno all’Assoluto sono molteplici: quella della virtù, dell’erotica platonica, quella dialettica. Ma a queste tradizionali Plotino ne aggiunge una quarta: l’”estasi” e raggiungere l’estasi significa spogliarsi di ogni alterità, rientrare in sé medesimo, nella propria anima e infine immergersi nella contemplazione di Lui. L’estasi è semplificazione, è contemplazione in cui soggetto contemplante e oggetto contemplato si fondono: è la fuga da solo a Solo con cui si concludono le Enneadi.

IL CRISTIANESIMO

Con l’esaurirsi della filosofia antico-pagana si ha il fiorire della filosofia cristiana che stravolge radicalmente le categorie del pensiero occidentale. Scrive Benedetto Croce in Perché non possiamo non dirci cristiani…Il cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta…Tutte le altre rivoluzioni tutte le maggiori scoperte che segnano le epoche nella storia umana, non sostengono il suo confronto, parendo rispetto a lei particolari e limitate…

Molteplici sono infatti i contenuti innovativi: il monoteismo, il concetto di creazione, la visione lineare della storia, la nuova dimensione della fede e dello Spirito… Ma pur limitandosi all’ambito antropologico i contenuti rivoluzionari del messaggio biblico sono molteplici: in primo luogo l’antropocentrismo, nel libro della Genesi si legge…Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza, e nel Levitico…voi quindi sarete santi come io sono santo…

E se il pensiero greco, dopo Socrate ha additato nell’anima l’essenza vera dell’uomo, il messaggio cristiano ha proposto il problema dell’uomo in termini completamente diversi: l’uomo è creatura di Dio nella sua totalità, ricchezza e unicità. Ed è per questo motivo che l’immortalità non è riservata solamente all’anima, come ritenevano i Greci, ma il ritorno alla vita è riservato anche ai corpi, e si parla per la prima volta di “resurrezione dei morti” con vivo scandalo dei filosofi greci.

“ Stoici ed Epicurei ascoltarono Paolo finchè parlò di Dio ma quando parlò di resurrezione dei morti non gli permisero di continuare a parlare. E, Negli Atti degli Apostoli si legge..All’udire parlare di resurrezione dei morti parte si misero a beffarlo, parte dissero: ”Su questo argomento ti ascolteremo un’altra volta”. Così Paolo dovette lasciare la loro assemblea.

La stessa “incarnazione di Cristo, “assurda” e “paradossale” (Kierkegaard) trasforma quel “vago simulacro” del corpo, di cui parlavano i Greci, in un “tempio dello spirito” che va rispettato, nobilitato e santificato. Del resto il Cantico dei cantici di Salomone, contenuto nella Bibbia, è un vero e proprio poema d’amore appassionato ed esplicito che lega fra loro due giovani innamorati: Mi baci con i baci della tua bocca! Sì, le tue carezze sono più dolci del vino. Alla cavalla del cocchio del faraone io ti assomiglio, amica mia. Belle sono le guance fra i pendenti, il tuo collo fra i vezzi di perle. Faremo con te pendenti d’oro, con grani d’argento… . Questa stima e rivalutazione del corpo risulta evidente anche nella predicazione di S. Paolo di Tarso, oggi riconosciuto come il più grande interprete e diffusore de Cristianesimo. Infatti se nella Lettera ai Galati l’apostolo afferma che La carne ha desideri opposti a quelli dello spirito e lo spirito desideri contrari a quelli della carne, nellaLettera agli Efesini si esprime con queste parole: Così i mariti devono amare le proprie mogli come i loro propri corpi; chi ama la propria moglie ama se stesso. Nessuno, infatti, non ha mai odiato la propria carne, ma la nutre e ne ha cura, come Cristo fa per la sua Chiesa, poiché noi siamo membra del corpo di Cristo.

S. AGOSTINO (354-430)

agostinoS. Agostino nelle Confessioni scrive: in Te il male non esiste, e non solo in Te, ma neppure nel Tuo creato. Tra le parti del creato, alcune ve ne sono, che, siccome non sembrano armonizzarsi con alcune altre, sono giudicate non buone; ma quelle stesse si accordano poi con altre e per questo sono buone; anzi sono buone in se stesse. Sempre Agostino nel libro X delle Confessioni ci parla dell’amore per Dio come di un amore non fenomenologicamente diverso dall’amore per la creatura; ciò che lo contraddistingue è la permanenza e la stabilità. E per meglio esprimere l’intensità di questo amore Agostino non trova linguaggio migliore di quello dell’uomo che vive intensamente tutte le esperienze del suo corpo in una vertigine di sensazioni :..Ciò di cui in coscienza io non dubito, Signore, è che amo Te….Ma che cosa amo, amando Te? Non la grazia di un corpo, non il fascino del mondo, non la candida luce amica di questi occhi, non la carezza melodiosa dei canti, non il profumo dei fiori e dei balsami o di aromi, non la manna e il miele degli abbracci e dei desideri carnali. Non è questo che amo, quando amo il mio Dio. Eppure una sorte di luce, una sorte di voce e di profumo e di cibo e una sorte di abbraccio, quando amo il mio Dio: luce, voce, profumo e abbraccio dell’uomo interiore, dove ogni cosa splende e risuona e profuma per l’anima e da lei sola si fa assaporare e stringere….Questo è ciò che amo, quando amo il mio Dio.

S. TOMMASO D’AQUINO (1224-1274)

SanTommasoAnche S. Tommaso d’Aquino contribuisce a questa rivalutazione della corporeità quando afferma che ciò che distingue un individuo dagli altri della stessa specie è la materia; non però la materia in generale ma la “materia signata quantitate”: cioè una certa quantità di materia che ha un certo peso, occupa un certo spazio, e dunque ha dimensioni determinate. La materia così intesa è quella quantità di carne e ossa che costituisce il corpo di ogni singola persona. La “materia signata” come “principium individuationis” che unita ad un’anima immortale fa di ogni singolo uomo il destinatario della salvezza.

IL RINASCIMENTO

Il pensiero umanistico-rinascimentale si caratterizza per una valorizzazione della natura e con essa dell’uomo visto come “copula mundi” (Pico della Mirandola), “microcosmo” (Cusano) e dotato di un corpo che diventa oggetto di studio ora magico-alchemico, ora sperimentale come nel De humani corporis fabrica di Vesalio, negli studi di fisiognomica di Della Porta, in quelli di iatrochimica di Paracelso e di indagine anatomica nei disegni di Leonardo da Vinci.

IL RAZIONALISMO

CARTESIONel XVI sec. il Razionalismo moderno esprime l’esigenza di una necessaria alleanza tra la mente e il corpo, la ragione e le passioni. In Cartesio il dualismo di “res cogitans” e “res extensa” porta ancora l’esigenza di utilizzare una strategia indiretta che utilizza le emozioni positive e utili alla vita contro quelle negative e dannose. La moralità consiste in questa forza della ragione che consente di limitare o annullare gli effetti delle passioni pur senza sopprimerle. Il suo volontarismo appare pertanto ancora troppo legato al mito dell’anima “prigioniera” del corpo, di ascendenza platonica.

In Spinoza e Leibniz si perviene ad un più prudente gradualismo di sensibilità ed intelletto, affettività e razionalità. Le passioni non sono più un elemento “straniero” alla vita spirituale, ma una componente necessaria del suo sviluppo. Il “parallelismo psicofisico” spinoziano non vede una contrapposizione tra anima e corpo che considera due attributi dell’unica sostanza e che genera necessariamente una corrispondenza biunivoca tra pensieri e corpi. Mentre la concezione monadologica leibniziana considera la materia qualitativamente assimilabile all’energia metafisica della monade e solo inferiore per grado di chiarezza rappresentativa.

HOBBES (1588-1679)

HobbesPer Hobbes la filosofia è scienza dei corpi e ne studia le cause e le proprietà. Ora poiché i corpi sono o

a) naturali inanimati o

b) naturali animati, oppure

c) artificiali,

la filosofia deve essere tripartita in

a) scienza del corpo in generale,

b) scienza dell’uomo,

c) scienza del cittadino e dello Stato.

Da qui la trilogia De corpore, De homine, De cive. Hobbes esclude dunque dallo studio filosofico tutto ciò che non è empiricamente conoscibile e interpreta l’intero universo ricorrendo esclusivamente a materia e movimento (meccanicismo). Ed è talmente radicale nella sua posizione che anche i processi conoscitivi, i sentimenti di piacere e di dolore, il desiderio, l’amore e l’odio e lo stesso volere sono “moti”. In questa filosofia meccanicistica non c’è spazio né per la libertà né per i valori assoluti e il bene è relativo alla persona, al luogo, al tempo e alle circostanze come già Protagora aveva affermato.

PASCAL (1623-1662)

pascalPer lo scienziato e filosofo Pascal la riflessione antropologica è il punto di partenza per realizzare una Apologia del Cristianesimo. Nei Pensieri sono infatti contenute preziose e profonde riflessioni sulla natura umana:…Noi conosciamo la verità non soltanto con la ragione, ma anche con il cuore…E su queste conoscenze del cuore e dell’istinto deve appoggiarsi la ragione, e fondarvi tuta la sua attività discorsiva…Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce.

E poi ancora…L’uomo è solo una canna, la più fragile della natura: ma è una canna che pensa. Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo; un vapore, una goccia d’acqua bastano ad ucciderlo. Ma, quando anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe sempre più nobile di quel che lo uccide, perché sa di morire… Tuta la nostra dignità sta, dunque nel pensiero… Lavoriamo,quindi, a ben pensare: ecco il principio della morale.

HUME (1711-1776)

David_Hume_1754L’Empirismo inglese costituisce una corrente filosofica che da un punto di vista antropologico e gnoseologico si pone in aperto contrasto con il razionalismo francese. Locke (1632-1704) conduce infatti una critica serrata all’”innatismo” affermando che la conoscenza deriva esclusivamente nell’esperienza sensibile e le sensazioni interne ed esterne del nostro corpo costituiscono l’unica fonte di verità.

L’empirista inglese Hume, nel Trattato sulla natura umana, conduce un indagine antropologica partendo da quella che oggi definiremo un’analisi esistenziale. Chi sono io?…Ci sono alcuni filosofi, i quali credono che noi siamo in ogni istante intimamente coscienti di ciò che chiamiamo il nostro Io: che noi sentiamo la sua esistenza e la continuità della sua esistenza…Disgraziatamente…noi non abbiamo nessuna idea dell’Io. Da quale impressione potrebbe derivare tale idea? E’ impossibile rispondere a questa domanda senza cadere in contraddizioni e assurdità manifeste…Ci vuole sempre una qualche impressione per produrre un’idea reale. Ma l’Io, o la persona, non è un’impressione: e ciò a cui vengono riferite, per supposizione, le diverse nostre impressioni e idee…Per parte mia, quando mi addentro più profondamente in ciò che chiamo” me stesso”, m’imbatto sempre in una particolare percezione: di caldo o di freddo…di amore o di odio, di dolore o di piacere…Pertanto io oso affermare che per il resto dell’umanità noi non siamo altro che fasci o collezioni di differenti percezioni che si susseguono con una inconcepibile rapidità, in un perpetuo flusso e movimento…la mente è una specie di teatro, dove le diverse percezioni fanno la loro apparizione, passano e ripassano, scivolano e si mescolano con una infinita varietà di atteggiamenti e di situazioni.

Con Hume, il completo dissolvimento della sostanza materiale, il corpo e della sostanza spirituale, la mente e l’anima, si è completamente realizzato.

CONDILLAC (1715-1780)

Etienne_Bonnot_de_CondillacL’Illuminismo francese si caratterizza, a livello antropologico, per una spiccata posizione sensista, molto vicina all’empirismo inglese, che sostiene che l’unica conoscenza vera è quella sensibile. Tra i philosophes, si distingue come appassionato sostenitore del sensismo Condillac il quale, a sostegno della sua posizione, conduce il famoso esperimento mentale della statua di marmo. Nella sua opera Trattato delle sensazionileggiamo:…immaginai una statua interiormente organizzata come noi e animata da uno spirito privo per altro di ogni specie di idee. Supposi inoltre che la superficie, essendo di marmo, non le permettesse l’uso di alcun senso, e mi riservai la libertà di dischiuderli, ad arbitrio, alle diverse impressioni alle quali sono suscettibili. Ritenni di dover cominciare dall’odorato, perché tra tutti i sensi è quello che sembra meno contribuire alle conoscenze dello spirito umano. Le mie ricerche si volsero poi agli altri sensi…e seguii la statua nel suo graduale trasformarsi in animale capace di badare ala propria conservazione.

Il principio che determina lo sviluppo delle sue facoltà è assai semplice; esso è racchiuso nelle stesse sensazioni: essendo tutte infatti di necessità o piacevoli o dolorose, la statua è interessata a godere delle prime e a sottrarsi alle seconde. Mi è sembrato perciò inutile supporre che l’anima possegga immediatamente per natura tutte le facoltà delle quali è dotata. La natura ci ha dotato di organi per avvertirci mediante il piacere di ciò che dobbiamo ricercare, e mediante il dolore di ciò che dobbiamo fuggire.

IL ROMANTICISMO

Il Romanticismo si configura come un grandioso fenomeno culturale dalle molteplici sfaccettature che, semplificando, polemizza con la fredda razionalità illuminista e si propone di valorizzare nell’uomo quanto vi sia di passionale, eroico, languido, struggente, nostalgico…

La rivalutazione della natura, liberata dai rigidi schemi meccanicistici, si accompagna quindi ad una rivalutazione dell’uomo a tutto tondo, sia nella sua dimensione emozionale e spirituale, che in quella corporeo-pulsionale.

SCHOPENHAUER (1788-1860)

schopenhauerSchopenhauer concepisce infatti l’uomo come “animale metafisico” cioè come un corpo assieme agli altri corpi, ma anche come l’unica creatura in grado di squarciare il “velo di Maya” e di cogliere il “noumeno” come Volontà. Nell’analizzare la Volontà sia come Assoluto che come impulso individuale al quale soggiace l’intero corpo, Schopenhauer tenta un’analisi dell’inconscio. Fa una distinzione infatti tra gli “impulsi” che sono la causa vera del comportamento e le “motivazioni coscienti”, che mascherano le pulsioni inconsce, le razionalizzano, dando una giustificazione morale al comportamento stesso. Questa contrapposizione è particolarmente evidente nell’istinto sessuale. Secondo il filosofo la pulsione sessuale è prodotta dall’autorealizzazione della Volontà che spinge all’accoppiamento e alla riproduzione e mira soltanto all’autoconservazione della specie, mentre l’amore non è altro che la coloritura sentimentale, la giustificazione emozionale e morale di un rapporto solo apparentemente scelto e voluto. La via per sottrarsi a tutto questo è indicata da Schopenhauer nella castità: solo così la Volontà, fonte di un dolore cosmico, cesserà di “oggettivarsi” e dare così origine ad una pluralità infinità di individui sofferenti.

KIERKEGAARD (1813-1855)

KierkegaardKierkegaard delinea in Aut-aut due possibilità di esistenza, quella estetica e quella etica mentre lo stadio religioso viene descritto in Timore e tremore. La descrizione degli stadi estetici comprende le pagine più note di Aut-aut. Tra le molte figure che Kierkegaard descrive, la più famosa è senza dubbio quella del Don Giovanni, presente sia nella letteratura che nell’opera musicale di Mozart.

Don Giovanni è divenuto, nel tempo, l’archetipo dell’uomo che vive di sensualità e seduzione, felice e gaudente e che fa della conquista e del possesso il fine della propria vita. Kierkegaard invece ci sorprende con la sua analisi inedita dell’esteta, e ci descrive un Don Giovanni privo di individualità, disperso nelle infinite esperienze amorose, incapace di fare delle scelte, di svolgere dei ruoli, di assumersi delle responsabilità e condannato, per questo, alla disperazione.

Kierkergaard, lontano dai canoni tradizionali di valutazione, indica nello stadio religioso lo “stadio della ripresa” cioè la dimensione esistenziale in cui l’uomo si riappropria finalmente della sua umanità. Infatti solo lo stadio religioso, per quanto “assurdo” e “paradossale” permette all’uomo di conoscersi sino in fondo; è solo in esso che egli può far coincidere la propria volontà con la volontà di Dio ed esprimere appieno la propria libertà.

DARWIN (1813-1855)

DarwinIl naturalista Darwin viene citato in questo contesto perchè le sue opere, L’origine delle specie L’origine dell’uomo, hanno scosso alle fondamento la concezione creazionista dell’universo e dell’uomo elaborando una concezione antropologica in termini meramente biologici.

Darwin, teorizzando il principio di variazione e il conseguente principio di selezione naturale,ha infatti concepito l’uomo in termini evoluzionistici, come derivazione da forme primitive di vita, quali i primati, dai quali si differenzia solo quantitativamente e per grado di perfezione. Anche le facoltà intellettuali e morali dell’uomo sarebbero il frutto dell’evoluzione biologica naturale di facoltà e sentimenti come la socievolezza e la solidarietà di gruppo comuni a tante specie animali e trasmessi per via ereditaria nel corso dei millenni.

NIETZSCHE (1844-1900)

nietzscheCon Nietszche la filosofia pone in crisi la razionalità in quanto è sospettata di nascondere impulsi irrazionali, pulsioni che appartengono ad una sfera diversa della vita. Il filosofo stravolge infatti tutte le categorie del pensiero tradizionale arrivando a concepire, quasi in termini evoluzionistici, l’avvento di un uomo nuovo l’”oltreuomo”. Ma chi è l’oltreuomo? Egli rappresenta uno stadio ulteriore dello sviluppo umano, il superamento dell’uomo che riceve dall’esterno il proprio destino e il senso del mondo, diventando egli stesso creatore di nuovi valori. Egli è fedele alla terra, cioè ai valori naturali, legati al corpo e alla vita terrena, contro ogni trascendenza. L’oltreuomo è colui che incarnerà lo spirito dionisiaco, spirito della musica che esprime la profonda volontà di vivere anteriore ad ogni razionalità. Esso rappresenta l’istinto che non ha in sè freni o limiti ed è privo delle capacità di autocontrollo proprio dell’uomo razionale, è la vita che rischia la morte per la volontà di esprimersi fino in fondo. Collegata a questa concezione antropologica immanente, tutta fisicità e impulso passionale, è il tema della volontà di potenza che risente dell’influenza dell’evoluzionismo di Darwin. La volontà di potenza è, per il filosofo, una forza naturale presente in tutti gli esseri viventi e che spinge ogni uomo all’affermazione di sé, al potenziamento della propria energia vitale e a dare al mondo il proprio significato.

FREUD (1856-1939)

freud-sigmundAttraverso gli studi sull’isteria, Freud perviene a formulare l’ipotesi che esistano contenuti psichici, non direttamente accessibili alla coscienza, in grado di condizionare pesantemente il nostro comportamento e la salute del nostro corpo. L’isteria di conversione è un esempio emblematico di come pulsioni represse di origine sessuale, possano generare, afasie, paresi ed altri gravi disturbi a livello somatico. Freud giunge così a formulare, nell’opera L’Io e l’es, una seconda topica in cui tratteggia una mappa dell’apparato psichico che risulta così composto da tre istanze psichiche: l’Es, l’Io e il Super-io. L’Es è l’istanza più originaria e primitiva e costituisce il serbatoio dei moti pulsionali ed istintivi che stano alla base della vita umana. Tale istanza è dominata dal principio di piacere che esige la soddisfazione immediata dei propri desideri. L’Es non ha una organizzazione, è un ribollire di passioni, è un puro e vorticoso caos ed è costantemente controllato e represso dall’Io e dal Super-io. La vita cosciente appare dunque a Freud solo come una delle componenti psichiche, la punta di un iceberg che deve soggiacere ad un “triplice servaggio”: i pericoli del mondo esterno, la libido dell’Es, e il rigore del Super-io. Ma Freud ha sconvolto tutte le categorie interpretative dell’uomo non solo misconoscendo la priorità della dimensione razionale, ma anche riconoscendo la funzione determinante della sessualità non solo nella vita dell’uomo ma anche del bambino. Freud parla infatti di sviluppo psicosessuale del bambino arrivando a definirlo unperverso polimorfo, definizione che si riferisce alla sede delle zone erogene e non implica affatto alcun giudizio morale.

Era dunque inevitabile che la dottrina psicoanalitica fosse destinata a influenzare profondamente la filosofia e il modo stesso di concepire l’uomo, aprendo spazi interpretativi sconosciuti e liberando l’uomo dalle catene della razionalità.

BERGSON (1859-1941)

bergsonL’originalità di Bergson, nel panorama dello Spiritualismo francese, consiste nell’affermare la libertà dello spirito legandola alla nozione di durataBergson affronta il tema della libertà nel Saggio sui dati immediati della coscienza collegandolo alla riflessione sul concetto di tempo. Bergson distingue fra tempo spazializzato e tempo come durata. Il tempo spazializzato è quello delle scienze naturali, che quantificano i dati, li rendono misurabili, reversibili e li percepiscono separati gli uni dagli altri. La durata è invece propria degli stati di coscienza, nei quali le sensazioni si compenetrano vicendevolmente dando luogo ad un sentimento, ad una esperienza vissuta. Ogni stato di coscienza è unico e irripetibile ed è caratterizzato dalla libertà.

Da questa indagine sul tempo Bergson ricava che “la scienza non è sempre in grado di mantenere le promesse” ovvero non è quel sapere onniesplicativo che pretende di essere. Nell’opera Materia e memoria il filosofo dichiara infatti che la nostra identità risiede nella memoria e che quindi mente e cervello sono distinti; la prima è durata, memoria, ricordo puro, il secondo è uno strumento che guida l’azione del nostro corpo. Scrive Bergson: in una coscienza umana c’è infinitivamente di più che nel cervello corrispondente.

Nell’opera L’evoluzione creatrice Bergson ritiene che la materia organica e l’intero universo siano costituiti da spirito inteso come “élan vital” slancio vitale, spirito creativo che, al pari di una granata, esplode in mille direzioni e, ricadendo nello spazio e nel tempo, dà origine a tutti gli esseri viventi, e la materia non è altro che il momento di arresto di questo slancio vitale. Dunque materia e spirito non sono due versanti contrapposti, ma solo due aspetti, due “punti di vista” della stessa energia creativa.

Bergson è così convinto dei limiti interpretativi della scienza che dichiara essere l’intuizione e non la ragione l’”organo” della metafisica; è infatti solo attraverso l’intuizione che possiamo immergerci nel fiume della vita, cogliere la nostra libertà e comprendere che l’intero universo è slancio vitale.

SARTRE (1905-1980)

SartreTestimone attento ed acuto del XX secolo, è stato uno dei massimi rappresentati dell’Esistenzialismo, non solo francese. Autore prolifico, ha affidato il suo pensiero a scritti di natura eterogenea: romanzi, pieces teatrali, scritti filosofici. In questo contesto risulta particolarmente interessante il romanzo filosofico La nausea. In esso, l’autore, in modo inedito e sorprendente utilizza una sensazione fisica, un malessere del corpo per esprimere un disagio esistenziale. L’eroe del racconto è Antoine Roquentin, il quale riflettendo sulle ragioni della propria esistenza e del mondo che lo circonda, ha l’esperienza rivelatrice della nausea. La nausea è il sentimento che ci invade quando si sperimenta l’essenziale contingenza e la gratuità del reale:…Dunque poco fa ero al giardino pubblico. La radice del castagno s’affondava nella terra, proprio sotto la mia panchina. Non mi ricordavo più che era una radice. Le parole erano scomparse e con esse il significato delle cose…la radice, le cancellate del giardino, la panchina, la rada erbetta del prato, tutto era scomparso…Questa vernice s’era dissolta, restavano delle macchie mostruose e molli, in disordine, nude, d’una spaventosa e oscena nudità. Eravamo un mucchio di esistenti impacciati, imbarazzati da noi stessi, non avevamo la minima ragione di essere lì, né gli uni né gli altri, ciascun esistente, confuso, vagamente inquieto, si sentiva di troppo in rapporto agli altri. Di troppo: era il solo rapporto che o potessi stabilire tra quegli alberi, quelle cancellate, quei ciottoli.

Il corpo, al pari di una riflessione intellettuale, come strumento rivelatore di esperienze esistenziali.

MOUNIER (1905-1950)

mounierIn Rifare il Rinascimento Mounier scrive: Un nuovo secolo XIV si sgretola sotto i nostri occhi: si avvicina il tempo di rifare il Rinascimento. E se il Rinascimento uscì dalla crisi del Medioevo e la risolse, la rivoluzione personalistica e comunitaria, risolverà secondo Mounier la crisi del secolo XX.

Ma che cos’è la persona? In primo luogo essa è inoggettivabile; non se ne può fare l’inventario. La persona è incarnata in un corpo e nella storia ed è per sua natura comunitaria. Il Personalismo intende affrontare ogni problema umano su tutta l’ampiezza dell’umanità concreta, a partire dalla più umile condizione materiale fino alla più alta possibilità spirituale.

Ciò che della persona si può dire è che essa è il volume totale dell’uomo…; è in ogni uomo una tensione fra le sue tre dimensioni spirituali: quella che sale dal basso e l’incarna in un corpo; quella che è diretta verso l’alto e la solleva ad un universale; quella che è diretta verso il largo e la porta verso una comunione. Vocazione, incarnazione e comunione, sono le tre dimensioni della persona.

Per Mounier la persona è sempre incarnata in un corpo e situata in precise condizioni storiche, e di conseguenza, per la sua realizzazione il problema non sta nell’evadere dalla vita sensibile e particolare. La via è invece costituita da tre esercizi essenziali: la meditazione, per la ricerca della mia vocazione; l’impegno, l’adesione ad un’opera che è riconoscimento della propria incarnazione; la rinuncia a se tessi, che è iniziazione al dono di sé e alla vita in altri. Se la persona tralascia uno di questi esercizi essenziali essa è condannata, per Mounier all’insuccesso, e alla mancata realizzazione.

La scelta del Personalismo a conclusione di questo lavoro non è casuale. Nel panorama delle riflessioni antropologiche trattate e di quelle che non sono state analizzate, rappresenta a mio parere un tentativo riuscito di realizzare quell’“armonico equilibrio” tra mente e corpo cui si faceva cenno all’inizio. Il Personalismo infatti affronta ogni problema umano su tutta l’ampiezza del’umanità concreta a partire dalla più umile condizione materiale fino alla più alta possibilità spirituale.


Intervista ad Alexander Lowen (da La Repubblica)

Intervista ad Alexander Lowen pubblicata su “La Repubblica” del 9 aprile 2004


I SEGRETI DEL CORPO


Allievo di Wilhelm Reich, lo studioso ha oggi novantaquattro anni ma lavora sempre

“Se un paziente si presenta nel mio studio lo osservo, lo guardo negli occhi, lo tocco, la parola viene dopo”.
TRASCRIZIONE DELL’ARTICOLO
“Non aspettare di essere morto per lasciarti andare. Lasciati andare ora”. è una battuta di qualche laica saggezza che ama ripetere Alexander Lowen, il fondatore dell’Analisi Bioenergetica, un signore nato a New York da una coppia di immigrati ebrei nel 1910.Oggi vive in una villa di campagna del Connecticut ed è stupefacente come continui a curare pazienti e a formare allievi, nonostante i suoi tanti anni: il prossimo dicembre ne avrà 94.
Bioenergetica s’intitola uno dei suoi libri di maggiore successo, uscito in America nel 1975 e da noi per la prima volta vent’anni fa, che ora Feltrinelli ripubblica in una edizione economica (pagg.320, euro 9). E’ un libro che ha già venduto ventimila copie, e del resto anche altri saggi di Lowen – da Il narcisismo a Il linguaggio del corpo, Amore e orgasmo – hanno conquistato un pubblico di lettori ampio. Un interesse piuttosto insolito per una produzione saggistica, e non solo di natura intellettuale se intanto, anche sul versante clinico, si vanno sempre più diffondendo le tecniche terapeutiche che si rifanno, seppure in forme diverse, ai modelli teorici di Lowen.
Modelli molto distanti dal celebre divano freudiano, da un’impostazione che tradizionalmente privilegia la parola e la tendenza a mentalizzare i conflitti. Qui l’attenzione si sposta e si concentra nettamente sul corpo, sulle sue posture, le tensioni, le rigidità, fino a certi blocchi muscolari che spesso producono malattia. Un corpo che non è 
vuoto, un puro contenitore, ma un “luogo” capace di esprimere l’identità, anche quella più profonda, di manifestare i segni più vistosi dell’Io come le tracce più sottili dell’Inconscio, non solo la coscienza, ma anche la memoria di un passato più o meno felice, più o meno doloroso, in ogni caso mai sepolto una volta per tutte. Lowen è stato allievo di Wilhelm Reich, di un genio per molti versi, ma dalla personalità disturbata se nella parte finale della sua vita identificava sé stesso con un messia e l’energia sessuale con Dio. Da quando Reich confidò a Einstein che molta gente lo considerava pazzo: “Davvero non esito a crederlo”, fu la risposta raggelante del padre della relatività che gli voltò le spalle. Famoso e discusso, il pioniere della “rivoluzione sessuale”, tra i discepoli (della seconda generazione) più brillanti di Freud, l’autore di Psicologia di massa del fascismo non meritava comunque di morire a sessant’anni in un carcere, dov’era finito dopo un’invenzione effettivamente pazzesca, la famosa scatola di legno che avrebbe dovuto funzionare come un accumulatore di vigore erotico, una specie di paradiso racchiuso in una cabina.
E’ nell’autunno del ’40 che Lowen s’iscriva ad un corso tenuto da Reich sull’analisi del carattere, e più precisamente sul legame tra la tensione muscolare cronica – definita 
body harmor, armatura corporea – e la personalità nevrotica. Sono teorie nuove, eterodosse rispetto all’impalcatura complessiva del pensiero freudiano, e Lowen ne è così affascinato da intraprendere una terapia con Reich che durerà tre anni, dal ’42 al ’45.
I rapporti tra i due, mai davvero stretti e mai apertamente conflittuali, non saranno comunque destinati a un lungo idillio intellettuale: mentre Reich si allontana dall’analisi del carattere, preso dai suoi esperimenti sull’ “orgone”, Lowen prende le distanze dal suo antico mentore, si laurea in medicina a Ginevra, continua la sua formazione personale e nel 1956 fonda l’International Institute for Bioenergetic Analysis di New York.
Signor Lowen, che cosa deve a Reich?
“Gli devo molto. E’ stato il mio maestro e il mio terapeuta. Non il solo, ma non sarei dove sono oggi, se non ci fosse stato lui…Alla fine della sua vita non ci stava  più tanto con la testa, su questo non c’è dubbio. Ma succede ai geni, e secondo me anche oggi ci vorrebbe un pazzo per vedere la follia della nostra cultura”.
Direbbe che l’Analisi Bioenergetica sia stata il frutto del suo lavoro con Reich?
“Reich rimane il punto di partenza, ma fondamentalmente la mia terapia è stato un viaggio di autoscoperta: ho sviluppato l’Analisi Bioenergetica per applicarla a me stesso prima che ai miei pazienti. In fondo i problemi che avvertivo non erano così diversi da quelli di tanti altri….
Problemi risolti?
“Mai del tutto, ma progressivamente mi sono sentito sempre più in pace con me stesso”.
Un buon risultato. Ma, per lei, è questo che vuol dire star bene?
Non proprio, o almeno non solo….Per me, stare bene vuol dire soprattutto avere un senso di vitalità e di allegria nel corpo, sentirsi a proprio agio. Ma per ottenere un risultato del genere, occorre un lavoro molto lungo, e a volte non basta l’intera vita”.
La clinica bioenergetica ha la caratteristica di non basarsi esclusivamente sulla parola, ma di coinvolgere il corpo. Lei non risponde ai critici che non considerano “etico” toccare il paziente.
“La nostra è una terapia che ha la componente analitica verbale e il lavoro corporeo, e tende ad armonizzarli. Il terapeuta, per certi aspetti, rappresenta il sostituto di un genitore. Si può essere dei bravi genitori se si ha paura di toccare i propri figli? Io non lo credo, ma si può essere pessimi genitori, estremamente distruttivi, se toccare i figli assume connotazioni sessuali…Ecco, il terapeuta che non sa controllare il modo in cui tocca un paziente non dovrebbe mai farlo. Se i pazienti possono fidarsi di te, allora il contatto fisico non è una violazione della fiducia, se invece non possono fidarsi di te, non li toccare”.
Secondo lei, i terapeuti che fanno bioenergetica sono tutti ben formati e qualificati?
“Sfortunatamente no, non è così. Uno dei motivi è che ci vuole metà della vita per imparare come si fa la bioenergetica: non sono consentite improvvisazioni. Servono diverse esperienze che si acquisiscono lentamente, innanzi tutto con il lavoro davvero 
interminabile su sè stessi, sui propri problemi…In ogni caso, non potrei mai convincere i miei detrattori, perchè in realtà nelle loro critiche proiettano un’ansia profonda, procurata dall’idea stessa del contatto fisico”.
Magari non tutti si sentono votati a una teologia del corpo, non crede?
“No, credo ci sia soprattutto una 
resistenza alla dimensione della corporeità…Per quanto mi riguarda, è importante parlare poco, quanto basta per capirsi, e concentrare gli sforzi sugli esercizi fisici, a cominciare dal modo in cui il paziente respira. E’ fondamentale che lo faccia correttamente, per il rapporto strettissimo che esiste tra le inibizioni psichiche e l’insufficienza delle funzioni respiratorie…Una paziente può raccontarmi la sua storia per anni, parlare a lungo delle sue difficoltà emotive, ma non è detto che comprenda mai quali siano realmente queste sue difficoltà, né che sia io a comprenderle, queste é il punto…”.
Qualcuno sta male e si presenta nel suo studio. Lei che fa?
“Certamente non gli chiedo qual è il suo problema, non subito ad ogni modo. Osservo il suo corpo per capire l’assetto, se è sano o malato, se è vivo e vibrante oppure no. E’ questo che faccio, durante la prima seduta. Quando viene da me, il paziente parla, e intanto io lo studio. Cerco di localizzare i suoi problemi guardando i suoi occhi, il viso, le spalle, o anche i piedi, il modo in cui stabiliscono il legame col suolo, con la terra, quella che noi chiamiamo 
grounding che è la base stessa della vita, come le radici per l’albero”.
Ma perché tutta questa diffidenza per la parola, per il Logos che non sarà forse alla base della vita, ma certamente della nostra cultura, e non é poco, non le pare?
“La nostra cultura non ci ha reso né più sani né più felici, e comunque se fosse possibile cambiare profondamente le persone con le parole, lo farei senz’altro, ma ho visto che le parole non bastano a trasformare le persone. Se stai male, puoi parlare quanto vuoi, ma è il tuo corpo che dovrà cambiare, con un lavoro che richiede molto, molto tempo. Solo se la tua energia corporea è più viva e forte, allora sì. è possibile un cambiamento”.
L’ultima domanda è anche personale, ne faccia quindi l’uso che crede…Da qualche tempo lei ha perso Leslie, la donna che ha sposato a 32 anni, a cui ha dedicato molti dei suoi lavori. Siete sempre stati insieme. Le chiedo: cosa sorregge un essere umano di fronte a un lutto così grave? Insomma, che possiamo fare quando siamo davvero preda del dolore?
“Possiamo piangere. Anzi, 
dobbiamo farlo tutte le volte che avvertiamo un dolore, sia fisico che spirituale, perché altrimenti non ci liberiamo neanche un pò dall’angoscia, e nulla potrà rendere meno acuto il dolore. L’unico modo immediato che abbiamo per superare gli eventi  tragici della vita è piangere, esprimere il sentimento della sofferenza, liberare la tensione che è in noi, aumentando l’energia del nostro corpo…Ma non voglio sfuggire all’aspetto personale della sua domanda: è stato difficilissimo elaborare la perdita di mia moglie, capire che non le avevo dato abbastanza amore e sostegno durante il nostro matrimonio. Il dolore permane, ma nello stesso tempo oggi mi sento più consapevole e riesco a lavorare meglio su di me, sui miei sentimenti”.


La psicoanalisi del corpo

La_psicoanalisi_del_corpo_Reich

testo in PDF

L’Analisi del Carattere di W. Reich

W. Reich pubblicava nel 1933 l’Analisi del Carattere, la matrice del nostro movimento, il segno inciso della nostra identità reichiana, il primum movens del divenire della nostra Scuola nel tempo di quattro generazioni. Consideriamo l’Analisi del Carattere il frattale guida per l’approdo al setting complesso. Essa rappresenta il punto di biforcazione da Freud a Reich, da un pensiero lineare a un pensiero complesso, il gene neghentropico sistemico di Reich:

  • individuare un tratto della personalità ed esplorarne l’origine
  • collocare il tratto nel tempo e nel corpo
  • mostrare le connessioni tra sintomi, tratto, storia e corpo.

Ma l’Analisi del Carattere rappresenta anche il valutare la sostenibilità relazionale ed energetica del tratto di personalità, l’articolare significante e significato. È il punto di svolta che affianca all’analisi dei contenuti l’analisi del contenente, un salto di paradigma e di architettura visivo-mentale, l’ingresso nella complessità di W. Reich (che non ne era probabilmente consapevole).

L’Analisi del Carattere rappresenta inoltre una visione olistica, sistemica e sottosistemica, un’analisi dei segni incisi dalle relazioni oggettuali storiche, un’analisi del come espressivo di una persona, l’allargamento dell’analisi alla corporeità “segnata”, l’allargamento dell’analisi all’oggetto-relazione nel setting.

Le relazioni oggettuali

J. Pollock, Male and female

a)   La relazione oggettuale è un’espressione psicoanalitica per definire il ‘come’ della relazione di un soggetto con il suo mondo, esito complesso di una specifica organizzazione della personalità.

b)   La relazione va intesa nel senso forte, nel senso di una interrelazione, di una reciprocità e quindi non solo del modo in cui il soggetto costituisce i suoi oggetti, ma anche del come gli oggetti restituiscono azioni sul soggetto (persecutorie, accettanti, includenti, escludenti, ecc.)

c)    La relazione oggettuale si definisce o con il momento di fissazione sulla freccia del tempo evolutivo (per esempio relazione oggettuale orale) o con la diagnosi psicopatologica (per esempio relazione oggettuale melanconica).

d)   La relazione oggettuale si è fatta spazio nella letteratura psicoanalitica in coevoluzione con un movimento degli anni trenta, che portava a considerare l’organismo in interazione con l’ambiente. Quindi il termine relazione oggettuale non è esattamente di Freud, compare raramente nelle sue opere e non appartiene significativamente al suo apparato concettuale.

e)   Freud distingue la fonte, la meta (scopo), l’oggetto delle pulsioni. La pulsione è una spinta, una carica energetica, un fattore di motricità. La fonte è la zona-apparato somatico sede dell’eccitazione-tensione. La meta (scopo) è definita dalla pulsione parziale e quindi dalla fonte somatica. Infine l’oggetto è il mezzo per realizzare il soddisfacimento della pulsione. Freud riconosce che in un determinato stadio evolutivo la fonte determina il come della relazione con l’oggetto e svolge un ruolo di prototipo: tutte le altre attività del soggetto, e non solo le somatiche, potranno allora essere impregnate da tale funzionamento di stato.

Nel tempo post freudiano si sviluppano molte concezioni che un po’ arbitrariamente riassumiamo in questi termini:

  • La fonte somatica va nettamente in secondo ordine ed accentua il suo significato di semplice prototipo.
  • La meta (scopo) scema d’importanza rispetto a quella di relazione.
  • L’oggetto diventa un oggetto tipico per ciascun modo di relazione (oggetto orale, anale, ecc.). Esso perde sia la sua relativa interscambiabilità rispetto al soddisfacimento cercato, che la sua unicità da trovare nella storia propria del soggetto.
  • Il termine fase tende a scomparire e la relazione oggettuale viene esaminata quasi esclusivamente a livello fantasmatico. In altri termini in un soggetto possono combinarsi vari tipi di relazione oggettuale e le reali relazioni con l’ambiente non sono da considerare.

f)     Gli oggetti, in parallelo con gli aspetti che compongono le pulsioni, compaiono inizialmente come oggetti parziali (capezzolo, seno, feci, pene), ma quando le pulsioni diventano, nel progredire dello sviluppo, più unificate, anche gli oggetti divengono più totali ed interi (figure genitoriali). In altri termini costruire con i propri oggetti parziali una relazione con un intero oggetto è uno degli obiettivi fondamentali nell’infanzia, precondizione per poter accedere allo stadio dell’amore oggettuale che suppone il raggiungimento della fase genitale e il superamento del complesso di Edipo.

a1) Ma cos’è il ‘come’? Il come porta a comunicazione e la comunicazione è una condicio sine qua non della vita. Etimologicamente è un cum munis, scambiare insieme. Le comunicazioni sono interazioni e nutrono le relazioni nel tempo. Non è possibile non comunicare e non avere un comportamento. Il semplice fatto che non si parli, non si senta, o non ci si presti attenzione reciproca, non costituisce eccezione a ciò che sto affermando. L’uomo ha due modi per comunicare: uno numerico ed uno analogico. Quello numerico ha un aspetto di contenuto e serve per l’informazione sugli oggetti e a trasmettere la conoscenza. Quello analogico ha un aspetto di relazione, origina in un periodo molto arcaico dell’evoluzione umana, ed è praticamente ogni comunicazione non verbale (lo sguardo degli occhi, la mimica del viso, le vocalizzazioni, il loro tono, il loro ritmo, i movimenti della testa e quelli del tronco, i gesti delle braccia e delle mani), in una parola il linguaggio del corpo. Il linguaggio del corpo, cioè, ordina e classifica quello che diciamo, di fatto comunica sulla comunicazione, cioè meta comunica, dirigendo i binari della relazione: nel ‘come’ della relazione la corporeità c’è tutta.

b1) Il termine di relazione va inteso nel senso forte di reciprocità. E allora se carattere letteralmente significa segno inciso, ci chiediamo: segno inciso da chi? Dalle relazioni oggettuali avute lungo tutta la freccia del tempo della nostra storia, attraverso comunicazioni logiche e soprattutto analogiche che nutrono e costruiscono la forma-relazione nella sua realtà.

Ma ci chiediamo ancora: segno inciso dove? In analisi reichiana le relazioni si incidono ai vari livelli corporei dominanti in quel tempo specifico di scambi di linguaggi, e le azioni (persecutorie, escludenti, accettanti, includenti) sono intese anche come momenti espressivi corporei con carica energetica correlata (come si potrebbero altrimenti incidere segni sul soggetto?).

c1In analisi reichiana, i sintomi, le sindromi, gli stati di crisi indicano un tempo analitico ed un senso storico intelligente, oltre che rappresentare un oltre soglia clinico di un tratto di carattere incapace di sostenibilità economico-energetica e relazionale nel qui ed ora. Ricordiamo, infatti, con W. Reich che “la differenza tra le nevrosi del carattere e le nevrosi sintomatiche consiste solo nel fatto che in queste ultime il carattere nevrotico produce anche sintomi”. (Reich, 1994).

d1) Il terreno culturale era ben rappresentato dai temi dell’interazione organismo-ambiente. Tale atmosfera, secondo noi, portò all’emersione, anche nel mondo analitico, di due fenotipi, entrambi polarizzati sul ‘come’ dell’interazione: da un lato la relazione oggettuale post-freudiana, e dall’altro, l’analisi del carattere di W. Reich.

e1) Ci poniamo di fronte a questi punti nella loro complessità, quindi come di fronte ad un oggetto intero ben visibile nelle sue parzialità. Così in analisi reichiana la pulsione, la fonte, la meta, l’oggetto e la relazione oggettuale sono tutti parametri importanti.

La pulsione è una spinta, una carica energetica del sistema vivente Sé che ha una sua direzione e una sua meta-scopo: la realizzazione del proprio progetto neghentropico attuabile solo con il cum munis.

Le fonti somatiche hanno una loro espressività corporeo-energetica. Puntuali e successive nella loro dominanza nel divenire del tempo, svolgono un ruolo di prototipo e costituiscono un substrato concreto su cui poggiano le architetture mentali e il fantasmatico, con la loro variabilità di posizione. Esse sono indicatori di fase evolutiva, di tratto di personalità e di livelli corporei realmente scambiati con l’oggetto.

L’oggetto è anch’esso specifico, reale e vero per il soggetto nella sua storia biologica-biografica, nella sua parzialità e nella sua interezza.

C’è una figura cui ricorriamo per collegare il carattere-segno inciso al fantasma e la corporeità alla cognizione:è la figura frattalica. Nella teoria della complessità è una figura caratterizzata da schemi che si ritrovano su ordini di grandezza diversi, schemi ma anche funzioni, che si replicano simili a se stessi in ogni ordine di grandezza. Il continuum è possibile proprio per il frattale, che consideriamo un ascensore del tempo interno evolutivo, dal big bang all’oggi, dall’intrauterino al cognitivo-oculare, dalla corporeità al fantasma.

In analisi reichiana, poi, la relazione oggettuale è definibile come un terzo tra i due: tra il Sé e l’oggetto parziale dell’altro da Sé e può essere a bassissima, bassa, media, alta interscambiabilità. Lo spessore di relazione energetica (accostabile al nutrimento emozionale di Kohut, o anche all’affettività di Kernberg) va a segnare il come prototipico della relazione di un soggetto con il suo mondo in quel tratto di tempo.

f1) In analisi reichiana la vita di un individuo inizia con il big bang della fecondazione, non con la nascita-parto. Tutto questo sposta le lancette del tempo evolutivo all’indietro e porta ad una rivisitazione-classificazione di stadi anche nel periodo intrauterino, nonché della nosografia psicologica. Ne consegue un attento focus sull’oggetto parziale utero che insieme agli oggetti parziali successivi concorrerà all’organizzazione-embricatura dell’oggetto intero fino allo stadio dell’amore oggettuale genitale, (per noi appartenente, in linea con Freud e Abraham, alla fase che chiamiamo genito oculare seconda).

Domande di semiologia corporea elementare

Quanti occhi non vedono più, sono vuoti, distanti, altrove, e quanti altri attoniti e atterriti dal panico?

Quanti evitanti rivolti all’infinito, incapaci di convergere su un punto?

Quanti sguardi sono richiedenti, quanti altri sospettosi, quanti furtivi, altri di ghiaccio, altri umidi, altri luminosi ed entusiasti?

Quante bocche sono piene di rabbia, quante dolci e suadenti?

Quante parole non sono dette e stanno ferme sulle labbra serrate?

Quante altre non raggiungono il cuore, fermandosi nel petto o più su in gola?

Quante parole sono ingoiate dalla paura di essere autentici o per non affacciarsi in una relazione da posizione down?

Quante bocche sono chiuse, ma quante altre sono mordaci?

Quanti masseteri ipertonici e quanto pianto rimosso sotto?

Quanta dissociazione c’è nelle parole non sentite e quanta vibrazione in quelle profonde?

Quante sono povere e strillate, quante sono intense e sussurrate a fil di voce?

Quante ‘con’ e quante ‘contro’, al di là dei contenuti?

Quale meta-scopo emozionale sottendono? Su quale fonte-livello corporeo sono sulla freccia del tempo interno? Che storia di relazioni oggettuali raccontano?

Quale architettura di pensiero-fantasma traducono? Quale carica energetica hanno scambiato e strutturato?

Quanti colli sono dritti nella sfida alle maggiori altezze?

Quanti imprigionati nella proposizione narcisistica di sé?

Quanti bloccati sull’atlante-epistrofeo incapaci di guardare lateralmente?

Quanti così rigidi da separare testa e cuore, sapere e sentire, razionalità e ragionevolezza, altezza e profondità?

Quanti gioghi superegoici sul collo?

Quanti colli piegati in adesione al progetto dell’altro?

Quanti distanti all’indietro ‘da puzza sotto il naso’?

Quanti incassati tra le spalle dalla minaccia castrante ricevuta?

Quanto pianto c’è nell’oppressione di un torace e quanto desiderio di affetto da mancati abbracci in esso?

Quante spalle curvate da carichi insostenibili e quanta aggressività costretta nelle scapole?

Quanto affanno nell’insostenibilità e quanta apnea per non sentire?

Quanti toraci in atteggiamento inspiratorio ed ansioso?

Quanti altri in atteggiamento espiatorio e depresso?

Quanta forza nel petto per affrontare la realtà delle cose e quanto angor nel suo sudore?

Quanta forza nelle mani calde, quanta fragilità nelle mani fredde, per prendere, per dare, per accarezzare, per sostenere, per creare, per abbracciare?

Quale meta-scopo emozionale sottendono? Su quale fonte-livello corporeo sono sulla freccia del tempo interno? Che storia di relazioni oggettuali raccontano? Quale architettura di pensiero-fantasma traducono? Quale carica energetica hanno scambiato e strutturato?

Quanti no rimangono nello stomaco non espressi?

Quanta luce nella solarità diaframmatica di un innamoramento?

Quanta angoscia di separazione nella zona ombelicale?

Quanto furore nel ventre da non accettazione antica?

Quanta angoscia di castrazione nel bacino e quanta potenza nei genitali in amore?

Quanto contatto sulla pelle?

Quanto panico nella pancia da minacciosità profonda?

Quante gambe paralizzate dalla paura e quante altre agilissime per la fuga?

E quante saldamente radicate a terra?

Bibliografia
  • Reich, W. (1994), Analisi del carattere. Milano: SugarCo.
  • Freud, S. (1985), L’Io e l’Es. Torino: Bollati Bordigheri.
  • Kohut, H. (1986), La cura psicoanalitica. Torino: Bollati Bordigheri.
  • Kernberg, O. (2006), Narcisismo, aggressività e auto distruttività nella relazione psicoterapeutica. Milano: Cortina Raffaello.

Psichiatra, Analista S.I.A.R., Direttore della Scuola Italiana di Analisi Reichiana, Membro dell’Accademia delle Scienze di New York, Membro del Comitato Scientifico Internazionale di Psicoterapia Corporea.

** Psichiatra, Psicoterapeuta


Il primo Freud

Nel 1886 Freud, neurologo, apre uno studio per malattie nervose.

Lo attende subito un problema: la maggior parte dei pazienti sono i cosiddetti nevrastenici ed isterici. Essi presentano sintomi che non possono essere fatti risalire ad una lesione organica del sistema nervoso.

La scienza dell’epoca non guardava con molto favore a questo tipo di malati. La maggior parte delle volte erano accusati di essere dei simulatori; oppure, specie nel caso dei pazienti ricchi, si metteva in atto una sequenza di tecniche terapeutiche che non avevano esiti molto brillanti.

Posto di fronte a questa situazione, Freud dapprima ricorre all’armamentario dell’epoca: riposo,  tranquillità, docce, terapie ingrassanti, bagni termali e, come ultimo tentativo, l’elettroterapia. Il termine non inganni, non si tratta dell’elettroshock scoperto molto più tardi, ma di una stimolazione elettrica locale della pelle e dei muscoli, a bassissimo voltaggio.

Ben presto Freud deve arrendersi all’evidenza che questi metodi o non hanno alcun effetto o, se ne hanno qualcuno, esso è dovuto ad un effetto suggestivo esercitato dal medico.
A questo punto il problema diventa: trovare una terapia adatta a questo tipo speciale di pazienti. Per far questo è necessario formulare un’ipotesi esplicativa più idonea di quella della simulazione.
Per fortuna qualcosa si sta muovendo. Un primo passo in questa direzione è il lavoro in Germania dello psichiatra Kraepelin che fa una prima classificazione delle malattie mentali.

Per prima cosa Kraepelin costruisce delle sindromi precise collegando i sintomi tra di loro, inoltre differenzia i quadri clinici l’uno dall’altro.
Dietro questo lavoro c’è la convinzione che ogni sindrome ha un significato univoco e che la malattia mentale deve avere un senso e quindi sia comprensibile.
Ma tutto questo non è ancora sufficiente, e Freud si rivolge alla psichiatria francese.

Qualche tempo prima di aprire il suo studio Freud, tramite una borsa di studio, ha trascorso circa quattro mesi a Parigi nella famosa clinica per malattie nervose Salpetrière, guidata da Charcot, l’illustre erede della psichiatria dinamica francese del ‘700 e ‘800.

Per capire Charcot dobbiamo risalire a Mesmer, l’inventore del magnetismo animale.
Secondo Mesmer esiste un fluido fisico nell’universo e nell’uomo, la cui distribuzione disarmonica provoca malattie. La cura doveva consistere  nell’applicazione di magneti.
Il fenomeno del mesmerismo assume vaste proporzioni, si verificano  fenomeni da baraccone, c’è un’inchiesta pubblica, e le guarigioni vengono definite frutto di immaginazione.

A questo punto  Puységur rifiuta la teoria del fluido e comincia a parlare di  suggestione.
Braid
  definisce tali fenomeni ipnotici,interpretandoli in chiave fisiologica.

Nel secondo ‘800 Liébault, un medico di campagna, cura gratis mediante la suggestione.
Poco dopo Bernheim, ne riprende le idee inserendole nella cultura medica ufficiale e sancisce la spiegazione  dei fenomeni ipnotici come effetto della suggestione. Stavolta però in chiave esclusivamente psicologica.
Ma torniamo finalmente a Charcot.
Ricordiamo brevemente le concezioni dell’epoca sull’isteria: a) l’isteria è un’irritazione degli organi sessuali femminili da curarsi con pressione delle ovaie, impacchi di ghiaccio e interventi chirurgici sulla clitoride;
b) l’isteria è immaginaria, è una finzione delle donne.
Charcot respinge la concezione tradizionale ed eleva a dignità di oggetto scientifico sia l’isteria che l’ipnosi. Egli  è l’inventore del concetto di isteria traumatica.

Erano relativamente frequenti all’epoca gli incidenti ferroviari, in seguito ai quali si verificavano delle paralisi, ossia delle lesioni organiche del sistema nervoso.
A volte però accadeva che, in seguito all’incidente,pur in assenza di un  trauma organico il paziente presentasse la paralisi di un arto.

Charcot dimostra che le paralisi isteriche post-traumatiche sono dovute ad uno shock psichico.
In altri termini: è un’idea che provoca i sintomi della nevrosi.
Per provarlo egli scatena con la suggestione, in stato d’ipnosi o di veglia, delle paralisi artificiali che fa poi regredire.

In sintesi come spiega Charcot l’isteria?
1) il trauma induce uno stato ipnotico durante il quale opera l’autosuggestione;
2) lesione funzionale (non organica) del sistema nervoso, che si sviluppa su una base ereditaria.

La concezione di Charcot è molto avanzata per i tempi, Freud tuttavia la corregge riducendo progressivamente il ruolo dell’ereditarietà, e parlando esclusivamente di trauma psichico, che poi specifica essere di natura sessuale.

Qualcun altro intanto a Vienna ha fatto esperimenti con l’ipnotismo: Joseph Breuer, uno stimato medico e vecchio amico di Freud, che nel 1882 gli aveva parlato di un interessante caso di isteria.

Il caso di Anna O.
Un’intelligente e colta giovane donna dell’alta borghesia viennese ha assistito giorno e notte il padre ammalato.
Alla fine  crolla, presentando vari sintomi: tosse nervosa, disturbi della vista e del linguaggio, paralisi e contratture varie, anoressia, allucinazioni e stati alternati di coscienza.
La sera cade in una specie di torpore e mormora delle parole tra sé.

Breuer convince la paziente a narrargli il contenuto delle sue allucinazioni. Da allora ogni volta che la paziente riesce a risalire in questo modo all’evento che ha scatenato il sintomo, esce dal torpore e il sintomo si risolve.
La paziente battezza questo metodo cura parlata o pulitura del camino.
Questa tecnica, chiamata da Breuer metodo catartico, permette al medico, nei mesi seguenti, di far sparire i sintomi di Anna , finché una notte Breuer è chiamato al letto dell’ammalata che è in preda alle allucinazioni di un parto isterico.

Breuer interrompe bruscamente la cura, e parte da Vienna il giorno dopo per una seconda luna di miele con la moglie.

Durante il suo soggiorno a Parigi, Freud racconta il caso a Charcot che non si mostra interessato.
Per questo Freud non pensa di usare il metodo catartico fino al 1889.
Seguono alcuni anni di collaborazione tra Breuer e Freud, durante i quali vengono fatte molte importanti scoperte, riportate nel libro Studi sull’isteria (1892-95) scritto in collaborazione.

Freud e Breuer arrivano alla conclusione che l’isterico soffre di reminiscenze, ossia di ricordi dolorosi e spiacevoli di natura traumatica.
I ricordi traumatici sono patogeni: si ha qui la rivoluzionaria nozione che un agente esclusivamente psichico influisca sui processi fisici del corpo.
E’ vero che i ricordi traumatici sono sepolti nell’inconscio, ma di là rimangono una forza attiva che motiva il comportamento.

Poiché i ricordi inconsci non possono essere espressi, l’affetto che vi è connesso viene convertito nel sintomo dell’isteria attraverso un’operazione simbolica e un’innervazione somatica.
I sintomi spariscono se si verifica l’abreazione, ossia se il ricordo è non solo riportato alla coscienza, ma viene espresso insieme all’emozione che lo accompagnava quando si verificò un tempo l’originario avvenimento traumatico.

Ben presto Breuer e Freud cominciano ad essere in disaccordo su alcuni punti.
Uno di questi è costituito dal fatto che i ricordi rimossi sono principalmente di natura sessuale, e Breuer non ha voglia di seguire Freud su questa strada.
L’altro punto riguarda il meccanismo che rende inconsci i ricordi.
Secondo Breuer gli avvenimenti traumatici si verificano durante uno stato di coscienza alterato, che lui chiama ipnoide (di cui per Freud non c’era alcuna evidenza clinica).
In conseguenza di ciò i ricordi traumatici si dissociano dal resto della personalità.
Freud invece pensa che è proprio questa dissociazione dei ricordi dal resto della personalità a dover essere spiegata.

Si arriva così al concetto di difesa.
Durante i suoi tentativi di far parlare le pazienti per indurle a ricordare l’evento traumatico, Freud s’imbatte sistematicamente nel fenomeno della resistenza: era come se ci fosse una forza che impediva il riemergere di qualcosa che era stato una volta cosciente e poi allontanato.

Freud dunque arriva  all’ipotesi di un conflitto tra forze opposte (v. il futuro punto di vista dinamico): da un lato i ricordi traumatici di natura sessuale, e dall’altro l’Io o il resto della personalità, che per motivi morali o altro sente questi ricordi e sentimenti come estranei e ripugnanti.
C’è  quindi uno sforzo attivo per allontanare dalla coscienza questi ricordi (rimozione).
I ricordi però, lo abbiamo già visto, continuano ad agire nell’inconscio, producendo i sintomi.
Era necessario riportare a galla i ricordi, suscitando di nuovo anche le emozioni connesse, e dare una diversa soluzione al conflitto, questa volta in maniera cosciente.

L’accostamento delle due nozioni di sessualità e difesa costituisce la base per l’elaborazione di una psicopatologia generale (1894).
Punto di partenza è lo schema del funzionamento sessuale:
eccitamento somatico->soglia->traduzione psichica in desiderio sessuale->scarica ossia azione sessuale.

In questo ciclo vi sono varie possibilità d’intoppo.
Uno è costituito proprio dalla difesa psichica contro la sessualità: l’eccitamento sessuale si è tradotto in desiderio, ma è proprio questo desiderio a venir censurato dalla coscienza.

Le varie nevrosi sono l’esito di una specifica modalità di difesa (v. schema seguente).
Il sintomo è  il risultato di un compromesso tra due forze in lotta, da notare che lo stesso schema esplicativo sarà applicato anche al sogno.

Un altro intoppo può avvenire prima della soglia e impedendo all’eccitamento sessuale di diventare desiderio psichico (v.teoria delle nevrosi attuali oggi abbandonata).

SCHEMA DELLE NEVROSI:

1- NEVROSI ATTUALI o disturbi somatici della funzione sessuale, da reperire in non idonee pratiche sessuali:

a) nevrastenia in cui il mancato accumulo di sessualità somatica, per masturbazione frequente, porta a carenza di libido psichica

b) nevrosi d’angoscia in cui l’eccessivo accumulo di sessualità somatica, per coito interrotto o simili, non permette una scarica adeguata; da ciò deriva un ingorgo libidico  che impedisce l’elaborazione psichica della tensione sessuale.

L’angoscia appare per trasformazione dell’eccitamento sessuale somatico.
L’angoscia può subire un’elaborazione psichica spuria (razionalizzazione) diventando fobia (paura di qualcosa).

2-PSICONEVROSI o disturbi psichici della sessualità (da reperire nel passato del paziente) = difesa.
La funzione della difesa è di evitare il dispiacere, il meccanismo si compie in due fasi:
a) separazione dell’affetto dalla rappresentazione o idea (v. futuro schema della pulsione = affetto + rappresentazione)
b) meccanismi specifici – verso la rappresentazione:
rimozione (della rappresentazione indebolita ossia privata dell’affetto o energia) – verso l’affetto:
conversione (v. isteria ossia libido ritrasformata in innervazioni somatiche)

spostamento(nevrosi ossessiva)

Riguardo poi alla natura più specifica dei ricordi traumatici sessuali, Freud dal 1893 al 1897 propone la famosa teoria della seduzione: i ricordi rimossi quasi sempre rivelano seduzione o molestie sessuali da parte di un genitore o di un adulto.
Questo evento opera in modo ritardato, ossia diviene attivo producendo sintomi al momento della maturazione puberale, in conseguenza di un trauma accidentale che si ricollega a quello primitivo.

Nel frattempo Freud ha quasi rinunciato all’ipnosi e opera attraverso la suggestione e la pressione delle mani sulla fronte.

La tecnica di Freud merita una piccola digressione.
Freud comincia usando l’ipnosi. All’inizio per inibire direttamente i sintomi. Poi, vistane l’insufficienza terapeutica dal momento che i sintomi si ripresentavano, la usa a scopo conoscitivo per risalire ai ricordi.
Passa poi alla suggestione, e poi le abbandona entrambe in quanto celavano la resistenza, passando alla definitiva tecnica delle associazioni libere.
Questi passaggi sono favoriti dai suggerimenti e dalle osservazioni degli stessi pazienti.

Freud diviene sempre più consapevole del ruolo suggestivo esercitato dal medico riguardo alla produzione dei ricordi e delle associazioni nei pazienti, e comincia a nutrire seri dubbi sull’ipotesi della seduzione. Anche perché era veramente difficile credere ad una tale diffusione delle perversioni verso i bambini.

Freud scrive all’amico Fliess di non credere più ai suoi nevrotici.
Si è reso conto che i racconti dei suoi pazienti non sono fatti realmente accaduti e indesiderati, anche se non sono vere e proprie bugie.
Sono invece fantasie connesse con qualcosa che il paziente aveva desiderato ma che non era in realtà avvenuto. Si tratta di desideri che il soggetto non può accettare coscientemente e che quindi vengono rimossi, tranne poi ad essere parzialmente gratificati attraverso il sintomo.

Tuttavia lo scossone finale alla teoria della seduzione viene a Freud dall’ autoanalisi che egli porta avanti insieme al lavoro sui pazienti.
Nella stessa lettera a Fliess Freud scrive: Ho trovato amore per la madre e odio per il padre anche nel mio caso, ed ora ritengo che questo sia un fenomeno generale della prima infanzia.

L’abbandono della teoria della seduzione, con il passaggio dalla realtà alla fantasia nei racconti dei nevrotici, permette a Freud di formulare il concetto di sessualità infantile e di complesso di Edipo (ma di questo parleremo meglio quando affronteremo i Tre Saggi).
La domanda diventava allora: cos’è che produce le fantasie?

Riepilogo

– problema di partenza = spiegare l’origine dell’isteria:

1) causa ideogena (Charcot) = un’idea traumatica mantenuta in uno stato alterato di coscienza produce i sintomi isterici;

2) dopo il 1890 = Freud precisa che le idee traumatiche si riferiscono ad eventi sessuali;

3) concetto di difesa: il paziente rifiuta le idee sessuali, e questo rifiuto le rende  patogene;

4) i ricordi sessuali risalgono all’infanzia (seduzione che opera in due fasi);

5) l’abbandono della teoria della seduzione lo porta a valorizzare il ruolo dei desideri e delle fantasie sessuali (create dallo stesso soggetto e non subite passivamente com’era per il trauma).

– Gli ultimi due punti confluiranno nella futura teoria della libido.

Le due teorie

Dopo il piano clinico (studio delle motivazioni, intenzioni) che si riferisce alla ricostruzione della storia della nevrosi del paziente, Freud si pone un altro tipo di problema, ossia quello di spiegare il meccanismo che all’interno del paziente produce il comportamento nevrotico.
Qui Freud non è più il clinico, ma lo scienziato che vuol vedere dentro quello che lui chiama apparato psichico (studio delle cause).

Si tratta sia del cervello che della mente.

Come arriva a questo punto?

Già in Charcot c’erano i due piani: la lesione funzionale del sistema nervoso, e la patologia della rappresentazione traumatica, come spiegazione del meccanismo dei sintomi.

In riferimento a ciò Freud propone la sua formula fisiopatologica generale, secondo la quale la nevrosi è prodotta non da lesioni anatomiche ma da una disfunzione fisiologica interessante la distribuzione dell’energia nel sistema nervoso.

Quindi dal punto di vista di quella che lui considerava la spiegazione scientifica della nevrosi, Freud correla la patologia della rappresentazione con la patologia del sistema nervoso, ossia si propone di costruire una teoria neurofisiologica dei fenomeni psichici.

Ciò è in linea con le correnti scientifiche e filosofiche dominanti nella seconda metà dell’800.
Vedi la reazione della scuola fisicalista di Berlino (Helmholtz-Brucke, Du Boi-Reymond) al vitalismo filosofico e biologico, e il tentativo di unificare tutte le scienze sulla base del principio fisico di conservazione dell’energia. Quindi anche la fisiologia doveva essere spiegata in base ad una struttura fisica e ad un concetto di energia nervosa.

E’ esattamente quello che fa Freud nel Progetto (1895) che è il primo testo di metapsicologia.
Qui Freud per spiegare il meccanismo dell’isteria  propone una teoria del sistema nervoso come apparato energetico i cui elementi sono i neuroni e l’energia, e il cui principio di funzionamento è lo stesso dei sistemi fisici, in cui valgono le leggi di conservazione dell’energia.
Su queste basi Freud produce una teoria del funzionamento normale e patologico.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

SIGMUND FREUD, Introduzione alla psicoanalisi, Boringhieri

”            ”       Caso clinico del piccolo Hans, Boringhieri (il primo caso di psicoterapia infantile).

ELLENBERGER, La scoperta dell’inconscio, Boringhieri

MARTHE ROBERT,La rivoluzione psicoanalitica, Boringhieri

E.ZETZEL e W.W.MEISSNER, Psichiatria psicoanalitica, Boringhieri

CHARLES BRENNER, Breve corso di psicoanalisi, Martinelli.