Per noi il corpo è molto più di uno strumento o di un mezzo;è la nostra espressione nel mondo, la forma visiva delle nostre intenzioni. Non è all'oggetto fisico che il corpo può essere paragonato, quanto piuttosto all'opera d'arte. MAURICE MERLEAU-PONTY

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Wilhelm Reich – Quello che tutti dovrebbero sapere

Willhelm Reich fece un lungo percorso di studi partendo dalla sessualità e i disturbi psichici, arrivando alla scoperta di quella che definì Energia Orgonica, un’energia da cui dipende tutto l’universo e da cui dipende la vita stessa. Con i suoi studi sull’orgone elaborò terapie in grado di curare patologie più o meno gravi, realizzò dispositivi usati ancora oggi in grado di accumulare la sua energia e di scaricarla con effetti benefici sui pazienti, cercò di alleviare gli effetti dannosi dell’energia nucleare ed arrivò a creare una macchina in grado di fare piovere a comando e di riequilibrare l’ambiente al punto tale da riportare la vita nei deserti. Nonostante ciò le sue teorie ed i suoi esperimenti, vennero prima screditate e poi demonizzate relegando Reich ai margini della comunità scientifica e portandolo addirittura in carcere dove morì misteriosamente come aveva predetto. Eppure, grazie ai suoi studi riuscì a formulare una teoria scientifica avvalorata da molte prove.

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La peste emozionale

di Wilhelm Reich

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Il termine di ” peste emozionale ” non ha un significato diffamatorio. Non riguarda la malvagità conscia, la degenerazione morale o biologica, l’immoralità e così via. Un organismo a cui é stata tolta la possibilità sin dalla nascita della locomozione naturale, sviluppa forme artificiali di locomozione. Un simile organismo zoppica oppure si serve di grucce. Allo stesso modo un individuo si muove nella vita servendosi dei mezzi della peste emozionale, se sin dalla nascita sono state soppresse le naturali manifestazioni vitali dell’autoregolazione. L’appestato emozionale zoppica caratterialmente. La peste emozionale é una biopatia cronica dell’organismo. Essa fece la sua comparsa nella società umana insieme alla prima repressione a livello di massa della vita amorosa genitale; essa divenne un’endemia che flagella la popolazione della terra da migliaia di anni. Non vi sono motivi per cui si possa presumere che la peste emozionale venga trasmessa ereditariamente dalla madre al figlio. Essa viene piuttosto inculcata nel bambino nei primi giorni di vita. E’ una malattia endemica, come la schizofrenia o il cancro, con la differenza che essa si manifesta essenzialmente nella convivenza sociale. La schizofrenia e il cancro sono biopatie che possiamo considerare il risultato dell’infuriare della peste emozionale nella vita sociale. Gli effetti della peste emozionale sono riscontrabili sia nell’organismo che nella vita sociale. La peste passa periodicamente dallo stato endemico a quello epidemico, allo stesso modo di qualsiasi altra pestilenza, come per esempio la peste bubbonica o il colera. Le esplosioni epidemiche della pestilenza emozionale si manifestano in gigantesche esplosioni di sadismo e criminalità, in piccolo e grande stile. L’Inquisizione cattolica del Medioevo rappresentò una simile esplosione epidemica, il fascismo internazionale del XX secolo un’altra.
Se non consideriamo la peste emozionale come una malattia nel senso stretto della parola, rischieremmo di mobilitare contro di essa il randello della polizia anziché la medicina e l’educazione. E’ tipico della peste il fatto che essa renda necessario il randello e che in questo modo riproduca se stessa. Nonostante la minaccia della vita che essa rappresenta, non verrà mai domata dal randello della polizia.
Nessuno si sente offeso quando gli si dice che é malato di cuore o che é nervoso. Nessuno può sentirsi offeso quando si dice di lui che soffre d un ” attacco acuto di peste “. E’ diventato abituale fra i sessuo-economisti che essi dicano di se stessi. ” Oggi non riesco a combinare nulla perché sono appestato.” Nel nostro ambiente, gli attacchi di peste emozionale, se sono di natura lieve, vengono superati nel senso che l’individuo colpito si isola e attende che l’attacco di irrazionalismo scompaia. Nei casi più gravi, in cui non servono ragionamenti razionali e consigli amichevoli, si supera il problema vegetoterapeuticamente. Ci si convince che simili attacchi acuti di peste vengono regolarmente prodotti da un disturbo della vita amorosa, e che scompaiono quando si elimina il disturbo. L’attacco acuto di peste é un fenomeno tanto familiare a me e ai miei collaboratori più vicini che lo accettiamo con calma e lo risolviamo obiettivamente. Un aspetto importantissimo é che i vegetoterapeuti imparino durante il loro tirocinio a rendersi conto essi stessi degli attacchi acuti di peste, a non smarrirsi in essi, a non permettere che questi attacchi danneggino l’ambiente sociale in cui vivono e ad aspettare, distaccandosi intellettualmente, che passino. In questo modo si riescono a limitare al minimo gli effetti dannosi quando ci si trova a collaborare con altri. Naturalmente a volte capita che un simile attacco di peste non venga superato e che l’individuo colpito sia la causa di danni più o meno gravi o che addirittura si debba ritirare dal lavoro che svolgeva. Noi accettiamo questi incidenti così come si accetta una grave malattia fisica o il decesso di un caro collega di lavoro.
La peste emozionale é più vicina alla nevrosi del carattere, che a una malattia cardiaca organica, ma alla lunga può generare il cancro o malattie cardiache. Essa viene alimentata, come la nevrosi del carattere, da pulsioni secondarie. Essa si distingue dai difetti fisici per il fatto che é una funzione del carattere e che come tale viene violentemente difesa. L’attacco di peste non viene percepito, come accade nell’isteria, come un attacco patologico e estraneo all’Io. Se consideriamo che già il comportamento nevrotico-caratteriale é normalmente brillantemente razionalizzato, la stessa cosa vale in misura molto maggiore per la reazione della peste emozionale: la mancanza della sua conoscenza é molto maggiore. Ci si chiederà in base a che cosa riconosciamo la reazione pestilenziale e in base a che cosa la distinguiamo da una reazione razionale? La risposta é la stessa che vale per distinguere una reazione caratteriale nevrotica da una reazione razionale: non appena si sfiorano le radici o i motivi della reazione pestilenziale, si manifesta immancabilmente angoscia o ira. Discutiamo il fenomeno più dettagliatamente.
Un individuo essenzialmente non appestato e orgasticamente potente non sviluppa angoscia, ma vivo interesse quando per esempio un medico illustra la dinamica dei processi vitali naturali. L’appestato emozionale invece diventa irrequieto o si adira quando sente parlare dei meccanismi della peste emozionale. Non tutte le impotenze orgastiche conducono alla peste emozionale, ma ogni appestato emozionale é orgasticamente impotente in modo permanente oppure lo diventa poco prima dell’attacco. In questo modo possiamo facilmente distinguere la reazione pestilenziale dalle reazioni razionali. Inoltre: un comportamento naturalmente sano non può essere disturbato o annientato da nessun intervento veramente terapeutico. Non esiste per esempio nessun mezzo di tipo razionale per “guarire”, cioè disturbare, un felice rapporto amoroso.
Ma si può eliminare un sintomo nevrotico, si riconosce inoltre una reazione pestilenziale per il fatto che essa é accessibile a una autentica terapia analitico-caratteriale e può quindi essere eliminata. Si può dunque guarire l’avidità del denaro, che é un tratto caratteriale tipico della peste emozionale, ma non si può guarire la generosità pecuniaria. Si può guarire l’astuzia subdola, ma non si può guarire la franchezza caratteriale. La reazione della peste emozionale é paragonabile, sul piano clinico, alla impotenza, difetto che si può eliminare quindi guarire. Invece la potenza genitale é “inguaribile”.
Un tratto essenziale della reazione della peste emozionale sta nel fatto che l’azione e la motivazione dell’azione non coincidono mai. Il vero motivo é nascosto, e l’azione viene giustifica con un motivo apparente. Nella reazione caratteriale naturalmente sana il motivo, l’azione e la meta coincidono organicamente; non vi é nulla di dissimilato. Essa é immediatamente comprensibile. Per esempio: l’individuo sano non ha altre motivazioni dei suoi atti sessuali se non il suo naturale bisogno di amore e come meta il suo soddisfacimento. L’appestato emozionale ascetico invece motiva la sua debolezza sessuale in modo secondario adducendo ragioni etiche. Questa motivazione non ha nulla a che fare con il modo di vivere. Il modo di vivere dell’asceta che nega la vita esiste prima della sua motivazione.
L’individuo sano non cercherà mai di imporre a nessuno il suo modo di vivere, ma egli guarirà e aiuterà se gli si chiederà aiuto e se sarà in grado di darlo. In nessun caso un individuo sano decreterà che tutti gli uomini ” devono essere sani”. In primo luogo una simile imposizione non sarebbe razionale perché non si può imporre la salute; in secondo luogo l’individuo sano non ha alcun motivo di imporre il suo modo di vivere agli altri poiché le sue ragioni riguardano il suo modo di vivere e non quello degli estranei. L’appestato emozionale si differenzia dall’individuo sano per il fatto che pretende che la realizzazione delle sue esigenze di vita non sia compiuta da lui stesso, ma soprattutto dal mondo che lo circonda. Nei casi in cui l’individuo sano consiglia e aiuta, nei casi in cui egli precede gli altri con le proprie esperienze lasciando agli altri la facoltà di decidere se lo vogliono prendere come esempio o meno, l’appestato invece imporre agli altri il suo modo di vivere ricorrendo alla violenza. Gli appestati non sopportano i pareri altrui che minacciano le loro armature o che smascherano i loro motivi irrazionali. L’individuo sano é solo felice quando sente parlare dei motivi delle sue azioni. L’appestato invece s’infuria violentemente. L’individuo sano, in tutti quei casi in cui altre concezioni di vita disturbano la vita e il lavoro, lotta razionalmente per la conservazione del suo modo di vivere. L’appestato lotta contro gli altri modi di vivere anche quando non lo riguardano affatto. Il motivo della sua lotta é la provocazione rappresentata dagli altri modi di vivere, per il semplice fatto che esistono. L’energia che alimenta le reazioni della peste emozionale scaturisce regolarmente dalla fame di piacere non soddisfatto, sia che si tratti di fatti sadici di guerra o della diffamazione degli amici. L’energia sessuale ingorgata é ciò che l’appestato ha in comune con tutte le altre biopatie. Parleremo subito delle differenze.
Il carattere biopatico fondamentale della peste emozionale si manifesta nel fatto che essa, come ogni altra biopatia, può essere guarita con l’instaurazione della naturale capacità di amare. La tendenza alla peste emozionale é molto diffusa. Non vi sono individui non appestati da una parte e individui appestati dall’altra.
Come ogni individuo ha, da qualche parte in profondità, la propria tendenza al cancro, alla schizofrenia e all’alcolismo, così ogni individuo, anche il più sano e il più vitale, porta in sé la tendenza alle reazioni pestilenziali irrazionali. E’ più facile isolare la peste emozionale dalla struttura caratteriale genitale che da quella delle semplici nevrosi del carattere. La peste emozionale é effettivamente una nevrosi del carattere o una biopatia del carattere nel senso stretto della parola, ma é anche qualche cosa di più; e questo qualche cosa di più la distingue dalla biopatia e dalla nevrosi del carattere. Possiamo definire peste emozionale quel comportamento umano che, in base a una struttura caratteriale biopatia, si manifesta nei rapporti interumani, quindi sociali, e nelle corrispondenti istituzioni, in modo orgonizzato o tipico. Il campo d’azione della peste emozionale é tanto vasto quanto quella della biopatia del carattere. Vale a dire, ovunque esistono biopatie del carattere, esiste anche almeno la possibilità di un effetto cronico o di una esplosione epidemica acuta di peste emozionale. Descriviamo rapidamente alcuni campi tipici in cui la peste infuria in modo cronico oppure si manifesta con eruzioni acute. Vediamo subito che la peste infuria proprio nei campi vitali più importanti: il misticismo nella sua forma distruttiva; la mania passiva e attiva di autorità; il moralismo; le biopatie del sistema del nervo vitale; il politicantismo partitico; la peste familiare che ho definito con il termine di “familitis”; le misure educative sadiche, la sopportazione masochista di simili misure educative oppure la ribellione criminale contro di esse; il pettegolezzo e la diffamazione; il burocratismo autoritario; l’ideologia imperialista della guerra; tutto ciò che si intende col termine americano di ” racket”; l’asocialità criminale; la pornografia; l’usura; l’odio razziale.
Vediamo che il campo della peste emozionale coincide pressappoco con il vasto campo dei mali sociali che sono stati combattuti da tutti i movimenti per la libertà sociale. Con una leggera imprecisione si potrebbe mettere allo stesso livello la peste emozionale e la ” reazione politica” e forse addirittura il principio della politica in genere. Per fare questo in modo corretto bisogna applicare il principio fondamentale di tutte le politiche, e cioè la sete di potere e gli imbrogli, a tutti i diversi campi vitali dove non si parla di politica nel senso comune della parola. Per esempio, una madre che si serve dei metodi della politica per estraniare suo figlio dal marito, rientrerebbe in questo concetto ampliato della peste emozionale politica; lo stesso dicasi di uno scienziato ambizioso che avanza socialmente nella sua carriera non per le sue conquiste obiettive, ma ricorrendo agli intrighi, per occupare un posto sociale che non corrisponde in alcun modo alle sue realizzazioni.

Tratto dal libro di Wilhelm Reich, Analisi del carattere, Sugarco edizioni


Un importante ricordo del Maestro Battiato


Schizzi su Sándor Rado

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Rado su Anna Freud: non aveva alcuna idea di che cosa sia la scienza.

Rado su Ferenczi: uno dei pazienti che trattò con la nuova tecnica era Clara Thompson. Qualche anno pià tardi mi disse che se ne andavano vagando per le strade di Budapest in uno stato semidelirante e completamente confusi.

Rado su Rank: il suo libro sul trauma della nascita era, scientificamente, assurdo

Reich su Rado: Fu lui /Rado/ a mettere in giro per primo la voce che io ero schizofrenico. Proprio lui. E Fenichel la raccolse. La voce era che io mi trovassi in una casa di cura per malattie mentali. Non è vero. Non c’ero e non ci sono mai stato. Fenichel ebbe invece un crollo psichico. E’ Fenichel che andò in una casa di cura per tre settimane dopo un esaurimento nervoso. Ebbe un crollo in seguito alla mia separazione dall’Associazione Psicoanalitica Internazionale.


Schizzi su Jones

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Perché non scrive un libro sui sogni?

Dal biografo Brome sappiamo cosa disse Freud a Jones nel corso del loro primo incontro in occasione del Congresso Internazionale di Psicoanalisi a Salzburg nel 1908: Ciò di cui abbiamo più bisogno è un libro sui sogni in inglese, perché non lo scrive Lei? Quel libro l’alter ego di Freud non lo scrisse. In compenso Jones pubblicò, nel 1931, una Psicoanalisi dell’incubo nella quale espone la sua teoria sessuale dell’incubo, trattando di diavolo, vampiri, lupi mannari, streghe, e discute in modo approfondito (circa cento pagine) l’etimologia del termine inglese per incubo, nightmare.

Cosa dobbiamo aspettarci dalla psicoanalisi?

Secondo Jones il compito della psicoanalisi è quello di mettere in grado gli esseri umani di potersi servire dell’inconscio allo stesso modo in cui ci si serve della coscienza. Ciò segnerà l’avvento di una nuova era. Di tutt’altro tenore la previsione di Jekels.

Nella lettera inviata a Freud il 30 luglio 1912 Jones scrive del suggerimento di Ferenczi di formare un piccolo gruppo analizzato da Freud allo scopo di rappresentare (e difendere) la teoria psicoanalitica in modo puro e non contaminato da complessi personali. A Jones l’idea piace molto. Si tratta qui del preludio alla creazione del Comitato Segreto. Nella sua risposta Freud lascia intendere che un’idea del genere egli stesso l’aveva coltivata al tempo in cui ancora credeva in Jung (Jung avrebbe insomma dovuto raccogliere intorno a sé i difensori della causa psicoanalitica). Nel 1912, però, Jung è fuori dai giochi della psicoanalisi.

Cos’è l’afanisi?

Un interessante contributo di Jones è rappresentato da questo termine derivato dal greco e che significa “sparizione”, “scomparsa”. Jones intende la scomparsa del desiderio sessuale. L’afanisi costituirebbe un timore fondamentale negli uomini e nelle donne, più della stessa castrazione.

Reich su Jones:

Era un inglese molto frustrato e odiava il modo in cui vivevo. Così, a giudicare dagli avvenimenti di Lucerna, molto probabilmente ha sobillato Freud contro di me. Pensava che io fossi uno psicopatico. Gli analisti non distinguono i sani dai malati. Così, per loro, ero psicopatico.


Alexander Lowen: da “Paura di vivere”

Di solito non si definisce la nevrosi come paura della vita, ma è proprio questo che è: il nevrotico ha paura di aprire il proprio cuore all’amore, paura di scoprirsi o di farsi valere, paura di essere pienamente se stesso. Possiamo spiegare queste paure da un punto di vista psicologico: aprendo il proprio cuore all’amore, si diventa vulnerabili alle ferite; scoprendosi, ci si espone al rifiuto; facendosi valere, si rischia di essere distrutti. Ma questo problema ha un’altra dimensione. Per un individuo, avere una vita più intensa o più sensazioni di quanto non sia abituato è fonte di paura, perché ciò minaccia di schiacciare il suo Io, di oltrepassare i suoi limiti e di indebolire la sua identità. Essere più vivi e avere più sentimenti fa paura. Una volta mi sono occupato di un giovane che presentava una forte insensibilità corporea. Era teso e contratto, gli occhi erano spenti, il colorito terreo, la respirazione superficiale. Grazie a una respirazione più profonda e ad alcuni esercizi terapeutici, il suo corpo acquistò una maggiore sensibilità. Gli occhi gli brillavano, il colorito si ravvivò, provò sensazioni stimolanti in alcune parti del corpo e le gambe cominciarono a vibrare. Ma allora, mi disse: “Questa è troppa vita. Non posso resistere”.

Credo che, in gradi diversi, siamo tutti nella situazione di questo giovane. Vogliamo essere più vivi e sentire di più, ma ne abbiamo paura. La nostra paura della vita si rivela nel nostro continuo affaccendarci per non sentire: corriamo per non affrontare noi stessi, ci diamo ai liquori o alle droghe per non percepire il nostro essere. Poiché abbiamo paura della vita, cerchiamo di controllarla o di dominarla. Crediamo che essere trasportati dalle emozioni sia nocivo o pericoloso. Ammiriamo le persone calme, che agiscono senza emozionarsi. Il nostro eroe è James Bond, agente segreto 007. Nella nostra cultura si dà importanza all’azione, al fatto compiuto. L’individuo moderno è tenuto ad avere successo, non a essere una persona. Egli appartiene alla ‘generazione attiva’ il cui motto è fare di più, ma sentire di meno. Questo atteggiamento caratterizza gran parte della sessualità moderna: più azione, ma meno passione.

Dr. Alexander Lowen

Dr. Alexander Lowen

A prescindere da quanto bravi possiamo essere nel lavoro, come persone siamo un fallimento, e io credo che la maggior parte di noi senta il fallimento dentro di sé. Percepiamo indistintamente il dolore, l’angoscia, e la disperazione esistenti appena sotto la superficie, ma siamo decisi a vincere la debolezza, a superare le paure e sormontare le angosce. Per questo i libri su come migliorare se stessi o su come fare una data cosa sono così popolari. Purtroppo, questi sforzi sono destinati a fallire perché essere una persona non è qualcosa che si può fare; non è un atto definito: è un qualcosa che ci obbliga a interrompere il nostro lavoro frenetico, a prendere il tempo di respirare e sentire. Questo può farci sentire dolore, ma se abbiamo il coraggio di accettarlo, proveremo anche piacere. Se sappiamo far fronte al nostro vuoto interiore, riusciremo a realizzarci. Se siamo in grado di andare in fondo alla nostra disperazione, scopriremo la gioia. E in questa impresa terapeutica abbiamo bisogno di aiuto.
È destino dell’uomo moderno essere nevrotico, avere paura della vita? La mia risposta è sì, se consideriamo l’uomo moderno appartenente a una cultura i cui valori dominanti sono il potere e il progresso. Poiché questi valori caratterizzano la civiltà occidentale nel ventesimo secolo, ne risulta che ogni persona che vive in questa civiltà è nevrotica.
L’individuo nevrotico è in conflitto con se stesso. Una parte del suo essere cerca di dominarne un’altra. Il suo Io tenta di sottomettere il corpo; il suo pensiero razionale, di controllare le emozioni; la sua volontà, di superare paure e angosce. Sebbene questo conflitto sia per lo più inconscio, il suo effetto è di esaurire le energie di una persona e di distruggere la pace della mente. La nevrosi è conflitto interno. Il carattere nevrotico assume forme diverse, ma tutte implicano una lotta all’interno dell’individuo tra quello che è e quello che crede di essere. Tutti i nevrotici sono coinvolti in questa lotta.
Come nasce questo stato di conflitto interno? Perché è destino dell’uomo moderno soffrirne? Nel caso individuale la nevrosi nasce nel contesto familiare. Ma la situazione familiare riflette quella culturale, perché la famiglia è soggetta a tutte le forze della società a cui appartiene. Per capire le condizioni esistenziali dell’uomo moderno e per conoscerne il destino, dobbiamo cercare le cause del conflitto nella nostra cultura.
Conosciamo bene alcuni conflitti nella nostra cultura. Per esempio, parliamo di pace, ma prepariamo la guerra. Difendiamo la conservazione della natura, ma sfruttiamo spietatamente le risorse naturali della terra per ottenere ricchezza. I nostri obiettivi sono il potere e il progresso, eppure vogliamo il piacere, la serenità e la stabilità. Non ci rendiamo conto che potere e piacere sono valori opposti e che spesso il primo rende impossibile il secondo. Il potere conduce a una lotta che spesso oppone il padre al figlio, il fratello al fratello. È una forza separatrice in una comunità. Il progresso implica un’attività costante per trasformare il vecchio in nuovo, con la convinzione che il nuovo sia sempre superiore al vecchio. Anche se questo può essere vero in alcuni settori tecnici, si tratta di una convinzione pericolosa. Generalizzando, ciò implica che il figlio sia superiore al padre o che la tradizione sia semplicemente il peso morto del passato. Ci sono culture in cui dominano altri valori, dove il rispetto del passato e della tradizione è più importante del desiderio di cambiamento. In queste culture il conflitto è minimizzato e la nevrosi rara.
I genitori, come rappresentanti della cultura, hanno la responsabilità di infondere i propri valori ai figli. Esigono da loro atteggiamenti e comportamenti destinati a inserirli nella matrice sociale e culturale. Da una parte il bambino oppone resistenza a queste richieste perché equivalgono a un addomesticamento della sua natura animale. Per diventare parte del sistema, deve essere domato. D’altra parte il bambino desidera conformarsi a queste esigenze per ottenere l’amore e l’approvazione dei genitori. Il risultato dipende dalla natura delle richieste e dal modo in cui sono imposte. Con l’amore e la comprensione è possibile insegnare al bambino le abitudini e le regole di una cultura senza soggiogare il suo spirito. Purtroppo, nella maggior parte dei casi, il processo di adattamento del bambino alla cultura indebolisce la sua personalità, e ciò lo rende nevrotico e timoroso della vita.
Il problema essenziale nel processo di adattamento culturale è il controllo della sessualità. Non c’è cultura che non imponga un freno al comportamento sessuale. Questo controllo sembra necessario per impedire che si sviluppino contrasti all’interno della comunità. Gli esseri umani sono creature gelose e inclini alla violenza. Anche nella maggior parte delle società primitive il legame del matrimonio è sacro. Ma i conflitti che nascono da simili restrizioni sono estranei alla personalità. Nella civiltà occidentale, la norma è di far sentire in colpa una persona per le sue sensazioni sessuali e per pratiche sessuali come la masturbazione, che non minacciano in nessun modo la pace delle comunità. Quando senso di colpa o vergogna si associano ai sentimenti, il conflitto è interiorizzato e crea il carattere nevrotico.
L’incesto è un tabù in tutte le società umane, ma le sensazioni sessuali di un bambino per il genitore di sesso opposto sono reprensibili solo nelle società moderne. Si crede che questi sentimenti rappresentino un pericolo per il diritto esclusivo del genitore alle attenzioni sessuali del partner. Il bambino è considerato come un rivale dal genitore dello stesso sesso. Anche se l’incesto non avviene, il bambino si sente in colpa per queste sensazioni e questi desideri naturalissimi.
Quando Freud studiò, con l’analisi, le cause dei problemi emotivi dei suoi pazienti, in tutti i casi trovò che c’era di mezzo la sessualità della prima infanzia e della fanciullezza, in particolare le sensazioni sessuali per il genitore di sesso opposto. Scoprì anche che ai sentimenti incestuosi si associavano desideri di morte verso il genitore dello stesso sesso. Osservando l’analogia con il mito di Edipo, egli definì la situazione del bambino una situazione edipica. Egli pensava che, se un ragazzo non avesse represso i propri sentimenti sessuali verso la madre, avrebbe subito il destino di Edipo, cioè avrebbe ammazzato il padre e sposato la madre. Per impedire il compimento di questo destino si minaccia di castrazione il bambino che non reprime il proprio desiderio sessuale e i propri sentimenti ostili.
L’analisi non solo rivelò che questi sentimenti erano repressi, ma che la stessa situazione edipica era rimossa; gli adulti, cioè, non ricordavano il triangolo in cui erano stati coinvolti tra i tre e i sei anni. La mia stessa esperienza clinica conferma queste osservazioni. Pochi pazienti possono ricordarsi il desiderio sessuale per il genitore. Freud credette che questa rimozione fosse necessaria se una persona voleva avere una normale vita sessuale all’età adulta. Egli pensava che la rimozione rendesse possibile il trasferimento del primo desiderio sessuale dal genitore a un coetaneo; in caso contrario, si sarebbe verificata una fissazione sul genitore. Così, per Freud, la rimozione era il mezzo per risolvere la situazione edipica, permettendo al bambino di raggiungere l’età adulta attraverso un periodo di latenza. Se la rimozione era incompleta, la persona diventava nevrotica.
Secondo Freud, il carattere nevrotico rappresentava un’incapacità di adattarsi alla situazione culturale. Riconosceva che la civiltà negava all’individuo la piena gratificazione istintuale, ma credeva che questa negazione fosse necessaria al progresso culturale. In effetti, accettò l’idea che il destino dell’uomo moderno fosse quello di essere infelice. Tale destino non era affare della psicanalisi, che si limitava ad aiutare un individuo ad adeguarsi al sistema culturale. La nevrosi era considerata un sintomo (fobia, ossessione, coazione, malinconia, ecc.), che interferiva con il normale funzionamento.
Wilhelm Reich aveva un’opinione diversa. Pur avendo studiato con Freud ed essendo membro della Società di Psicoanalisi di Vienna, si rese conto che l’assenza di sintomi inabilitanti non era affatto un criterio di salute emotiva. Lavorando con pazienti nevrotici trovò che il sintomo si sviluppava da una struttura caratteriale nevrotica e poteva essere completamente eliminato solo se si cambiava tale struttura. Per Reich non si trattava di un adattamento alla cultura, ma di una capacità individuale di darsi pienamente al sesso e al lavoro. Questa capacità permetteva alla persona di trarre piena soddisfazione dalla vita. Nella misura in cui questa capacità era carente, la persona era nevrotica.
Nel suo lavoro terapeutico Reich considerò la sessualità come la chiave per la comprensione del carattere. Tutti i nevrotici hanno problemi legati alla risposta orgastica: non possono abbandonarsi pienamente agli spasmi piacevoli e involontari dell’orgasmo: hanno paura delle sensazioni travolgenti dell’orgasmo totale. Se, in seguito alla terapia, la persona raggiunge questa capacità, diventa emotivamente sana, scompaiono tutti i disturbi nevrotici di cui soffriva: inoltre, fino a quando conserverà la sua potenza orgastica sarà libera dalla nevrosi.
Reich vide una relazione tra impotenza orgastica e problema edipico. Affermò che l’origine della nevrosi era nella famiglia patriarcale autoritaria in cui si reprimeva la sessualità. Non voleva accettare che l’uomo fosse inevitabilmente votato a un destino infelice. Secondo Reich, un sistema sociale che negasse la piena soddisfazione dei bisogni istintuali era malato e doveva essere cambiato. Nei primi anni di psicoanalisi Reich era anche un attivista sociale; tuttavia negli ultimi anni della sua vita giunse alla conclusione che gli individui nevrotici non potevano cambiare una società nevrotica.
Sono stato molto influenzato dal pensiero di Reich. Fu il mio maestro dal 1940 al 1953 e il mio analista dal 1942 al 1945. Sono diventato psicoterapeuta perché credevo che il suo approccio ai problemi umani sul piano teorico (analisi caratteriale) e tecnico (vegetoterapia) rappresentasse un importante progresso nel trattamento della nevrosi. L’analisi caratteriale fu il più grande contributo di Reich alla teoria psicoanalitica. Per Reich il carattere nevrotico era il terreno su cui si sviluppavano i sintomi nevrotici. Egli credeva che per ottenere un ulteriore miglioramento, l’analisi dovesse mettere a fuoco il carattere piuttosto che i sintomi. Con la vegetoterapia, il processo terapeutico esplora la dimensione somatica. Reich si accorse che la nevrosi, oltre ai conflitti psichici, si manifestava con un disturbo del funzionamento vegetativo. Nell’individuo nevrotico la respirazione, la motilità e i piacevoli movimenti involontari dell’orgasmo erano fortemente limitati da tensioni muscolari croniche. Egli definì queste tensioni un processo di corazzatura, che si ripercuoteva sul carattere a livello somatico e affermò che l’atteggiamento corporeo di una persona è identico dal punto di vista funzionale al suo atteggiamento psichico. Il lavoro di Reich è la base dello sviluppo dell’analisi bioenergetica, che ne ha ampliato le idee in alcuni aspetti importanti.
Uno: l’analisi bioenergetica porta a una conoscenza sistematica della struttura caratteriale a livello psichico e somatico. Questa comprensione rende possibile la lettura del carattere di una persona e dei suoi problemi emozionali a partire dall’espressione del suo corpo. Essa dà inoltre la possibilità di immaginare la storia della persona, poiché le sue esperienze di vita si sono strutturate nel corpo. L’informazione ottenuta dall’interpretazione del linguaggio del corpo è integrata al processo analitico.
Due: mediante questo strumento di conoscenza, l’analisi bioenergetica offre una comprensione più profonda dell’effetto dei processi energetici del corpo sulla personalità. Il Grounding si riferisce alla relazione energetica tra i piedi di una persona e la terra o il terreno, poiché riflette la quantità di energia o di emozione che un individuo accorda alla parte più bassa del proprio corpo e indica la sua relazione con il terreno su cui sta in piedi. Si appoggia saldamente o è instabile? I suoi piedi sono ben fissi? Com’è il suo portamento? I sentimenti di sicurezza e indipendenza sono intimamente collegati alla funzione delle gambe e dei piedi, e influenzano fortemente la sessualità.
Tre: l’analisi bioenergetica dispone di molte tecniche corporee attive e di esercizi per aiutare una persona a rinforzare il proprio portamento, ad aumentare la propria energia, ad arricchire e approfondire prima la percezione e poi l’espressione di sé. Nell’analisi bioenergetica il lavoro del corpo è coordinato al processo analitico, in una modalità terapeutica che associa il corpo alla mente nell’affrontare i problemi emotivi.
Ho praticato la terapia per più di trenta anni e ho cercato di aiutare i pazienti a raggiungere gioia e felicità nella vita. In questo tentativo, è stato necessario uno sforzo continuo per capire il carattere nevrotico dell’uomo moderno nella sua situazione culturale e individuale. Il mio centro d’interesse è stato ed è l’individuo che lotta per dare un significato alla propria vita e per trarne una soddisfazione; in altre parole, la sua lotta contro il destino. Tuttavia, questa lotta avviene in una precisa situazione culturale. Senza una conoscenza del processo culturale non possiamo capire la profondità del problema.
Il processo culturale che ha dato origine alla società moderna e all’uomo moderno è stato lo sviluppo dell’Io. Questo sviluppo è associato all’acquisizione della conoscenza e alla conquista del potere sulla natura. L’uomo appartiene alla natura come qualsiasi altro animale ed è completamente soggetto alle sue leggi; ma egli è anche al di sopra della natura, poiché agisce su di essa e la controlla. Si comporta nello stesso modo con la sua intima natura; una parte della sua personalità, l’Io, si ribella alla parte animale, il corpo. L’antitesi tra Io e corpo produce una tensione dinamica che favorisce il processo della cultura, ma contiene anche un potenziale di distruzione. Questo può capirsi meglio con l’analogia dell’arco e della freccia. Più si tende l’arco, più la freccia volerà lontano. Ma se lo si tende troppo, si spezzerà. Quando la separazione tra l’Io e il corpo è tale che non esiste più contatto, il risultato è il crollo psicotico: credo che nella nostra cultura abbiamo raggiunto questo momento pericoloso. Il crollo psicotico è abbastanza comune, ma la paura del crollo, a livello personale e sociale, è ancora più diffusa. Qual è il destino dell’uomo moderno, nella cultura a lui specifica e con il carattere da essa determinato? Se la storia di Edipo può valere come profezia, essa predice che si può ottenere il successo e il potere di cui si va in cerca, solo per poi trovare il proprio mondo diviso in due o crollato. Se il successo si misura in termini di ricchezze materiali, come nei paesi industrializzati, e il potere in termini della capacità di fare e di andare (macchine ed energia), la maggior parte della gente nella civiltà occidentale ha successo e potere: il crollo del loro mondo è l’impoverimento della loro vita interiore o emotiva. Assorbiti dal successo e dal potere, essi hanno poco altro per cui vivere. E come Edipo, sono diventati vagabondi sulla terra, esseri sradicati che non trovano mai pace. Tutti gli individui, in misura diversa, si sentono alienati dai propri simili e ognuno porta dentro di sé un profondo senso di colpa che non capisce: questa è la condizione esistenziale dell’uomo moderno. La sfida all’uomo moderno è di riconciliare gli aspetti antitetici della sua personalità. Nel corpo egli è come un animale, ma a livello dell’Io si vorrebbe simile a una Divinità. Il destino dell’animale è la morte, che l’Io cerca di evitare con aspirazioni divine. Ma cercando di evitare il suo destino, l’uomo ne crea uno anche peggiore, cioè vivere con la paura della vita.
La vita umana è piena di contraddizioni, e riconoscerle e accettarle è una prova di saggezza. Dire che l’accettazione del proprio destino ne determina un cambiamento può sembrare una contraddizione, ma non lo è. Quando si smette di lottare contro il destino, ci si libera dalla nevrosi (conflitto interno) e si raggiunge la serenità. Il risultato è un atteggiamento diverso (non più paura della vita) espresso da un carattere diverso e unito a un destino diverso. In questo modo l’individuo avrà il coraggio di vivere e di morire e riuscirà a realizzarsi. La storia di Edipo, la mitica figura il cui nome è legato al problema chiave della personalità dell’uomo moderno, si conclude così.

di ALEXANDER LOWEN | Da Paura di vivere (Astrolabio-Ubaldini Editore)

W. Reich. Potenza orgastica e termine dell’analisi

Quello che all’Io appare il confine definitivo assume, da un altro punto di vista, i connotati di un passaggio stretto, il cui attraversamento ha a che vedere con l’assunzione e, potremmo anche dire, la produzione di liquidi. Non si tratta per l’Io dunque di una morte assoluta, ma della sensazione che per l’Io è mortale, la sensazione assolutamente invivibile cioè, date le premesse, di entrare nel regno del “senza confine”. Anche a questo mi sembra si riferisca Reich quando parla di potenza orgastica come di quella “capacità di abbandonarsi, senza alcuna inibizione, al flusso dell’energia biologica, la capacità di scaricare l’eccitazione sessuale accumulata, attraverso contrazioni piacevoli involontarie del corpo”.

Nessun nevrotico secondo Reich è dotato di potenza orgastica e la stragrande maggioranza degli uomini soffre di nevrosi del carattere. Ergo la stragrande maggioranza degli uomini non sarebbe dotata di potenza orgastica, la potenza dell’abbandono, la potenza, si direbbe in termini eckhartiani (gli stessi riesumati da Heidegger), della Gelassenheit. La stragrande maggioranza degli uomini non sarebbe capace di abbandonarsi senza inibizione e cioè senza accampare pretese anaclitiche che, come s’è visto, sono le pretese dell’Io di appoggiarsi a questo o a quel confine, a questa o quella difesa, corazza, resistenza, immaginaria identificazione.

La potenza orgastica, la capacità di divenire uno con un altro, implica quella che Hegel chiamava capacità di morte. Una prospettiva di termine dell’analisi è la capacità di amare al riparo dall’angoscia. Ogni termine di trattamento analitico potrebbe essere ricondotto a quest’esito. Reich, ad esempio, potrebbe legittimamente ritenere, a partire dalle sue premesse sessuoeconomiche, che il vero, l’unico termine dell’analisi debba coincidere con il conseguimento della, con l’accesso alla potenza orgastica. Accesso che farebbe di un piccolo uomo, roso dalla sua peste emozionale, un uomo. Il termine dell’analisi dovrebbe coincidere con il divenire il paziente, l’analizzante, Mensch, essere umano, capace di abbandono e, dunque, capace di morte.

Tratto da

Giorgio Antonelli, “Godere”, in Giornale Storico di Psicologia Dinamica, 55, Roma, Di Renzo Editore, 2004